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Il racconto della domenica - La casa tra i campi e i binari

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Isabella Spagnoli

Irene ha diciassette anni e una fossetta sul mento che si allarga quando ride. Le forme rotonde e tozze di quando era bambina hanno lasciato il posto a curve acerbe che si impongono, armoniche, sotto i jeans attillati e le magliette sbracciate.
Irene cavalca allegra il suo scooter, i riccioli ondeggiano molli sotto il casco rosa, la musica nelle orecchie confonde il rumore del traffico, la chewing-gum masticata al ritmo della canzone che sta ascoltando, le rimbalza tra i pensieri. E’ estate e i chilometri che la dividono dalla città si macinano leggeri. La luce del mattino, l’odore dell’asfalto che scotta sotto agli pneumatici e le api da schivare, a zig zag, quando percorre le strade di campagna, nulla hanno a che vedere con la pioggia che appesantisce lo zaino e il freddo capace di creparle le labbra e di congelarle la colazione nello stomaco. Lo scooter, in inverno, si trasforma in un nemico, un mostro da temere come la campanella del liceo che suona sempre troppo presto. Occorre quasi un’ora per raggiungere la scuola e, quando fa davvero freddo, il viaggio si trasforma in una traversata estenuante, sempre a combattere con le lacrime che rigano il trucco e fanno colare acqua dal naso. Ma oggi che è estate, non ci pensa all’inverno, a quando ogni mattina lascia la garitta intima e calda di suo padre Alfio che, da una vita, è il casellante di una frazione ai margini di una grande città. Cullata dal rumore del treno, cresciuta vicino a rotaie impolverate, Irene, ha imparato a giocarci con i rumori assordanti di quei giganti di ferro che suo padre ha il potere di fermare, incatenare, lasciare passare. Una sbarra alzata, una chiusa, una telefonata nel cuore della notte che annuncia il ritardo di un convoglio e la magia delle lenti colorate, verdi e rosse, con le quali Alfio dà il via libera o ferma il macchinista sono sempre stati, per lei, bambina, balocchi incantevoli. Irene si sentiva la regina di quella garitta umile e spoglia e, ai suoi occhi, il padre era l’eroe di tutte le favole, anche quelle mai raccontate, il principe senza destriero che poteva fermare il mondo con una mano. Quante volte, la sera, seduta al bordo del fosso, accanto al casello, aveva osservato le lucciole complici nel puntare tutte le loro luci sui treni che rallentavano all’approssimarsi del casello, togliendo le ombre della notte dai volti dei passeggeri stanchi che appoggiavano le loro fronti sui finestrini polverosi.
Quanta esistenza aveva visto passare, Irene, nei suoi pochi anni di vita... quanta ne aveva conosciuta Alfio grazie a quel mestiere precario come una bolla di sapone, quelle che sua figlia, da piccolina, disperdeva fra i papaveri che macchiavano di rosso i prati vicino alla garitta. Sapeva bene, Alfio, che uomini come lui, presto, sarebbero stati sostituiti da passaggi a livello tecnologici e impersonali. I casellanti sarebbero spariti e, con loro, tutte le storie consumate in quei piccoli locali ai bordi delle rotaie. Irene, qualche volta, aveva ascoltato i discorsi di suo padre, quando dopo cena, si fregava con le mani la faccia, scuotendo la testa; era in quei momenti che lei esorcizzava la precarietà del futuro, con la leggerezza dei suoi anni. «Ogni giorno non dovrò guidare lo scooter per tanto tempo, prima di raggiungere la città, la scuola e gli amici», ragionava, convincendosi che non le sarebbe mancato l’odore di ferro che da sempre le impregnava i vestiti e il rumore del treno che tante volte le aveva spezzato la malinconia. Soprattutto oggi, che è estate, Irene, si allontana dal casello con la gioia stampata sul volto di donna che verrà; sa che stasera tornerà alla sua casa immersa fra campi e rotaie, da suo padre che la divisa delle Ferrovie non la indossa più da tempo, ma che è sempre in ordine, quasi dovesse aspettare alla sbarra un ospite importante che potrebbe scendere dal treno da un momento all’altro. Non vuole pensarci a quando un giorno si trasferirà in città, e non vuole neppure immaginare il freddo che farà il prossimo inverno. Ora è agosto e si dorme con le finestre aperte, profanate dall’assordante e paterno eco dei treni.

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