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Zoni, il silenzio e i colori: poesia dle grande fiume

Zoni, il silenzio e i colori: poesia dle grande fiume
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E’ tornato in quella terra bagnata dal Po che l’ha visto nascere, crescere e di cui ha assorbito gli umori, le passioni, le ombrosità: Bruno Zoni (1911 – 1986), coltarese, viene ricordato ufficialmente dal Comune di Sissa Trecasali con una grande significativa mostra realizzata a Sissa nella settecentesca Villa Marchi. L’ha curata Stefania Provinciali che con un geniale sapiente allestimento è riuscita a farci penetrare nella profondità delle emozioni con cui nelle diverse stagioni della sua vita l’artista ha guardato il grande fiume, che ha segnato i suoi anni giovanili e la sua sensibilità. Sono sessanta le opere esposte (fino al 27 novembre, visibili il sabato e la domenica) sotto il titolo «Bruno Zoni. Orizzonti padani» che indica la tematica espositiva, opportunamente introdotta da una panoramica della complessa attività dell’artista che ci accoglie con «Autoritratto a primavera» nella freschezza dei venticinque anni col cielo azzurro di speranza e la tavolozza gioiosa di colori. I paesaggi degli anni Trenta hanno toni profondi, strutture ben radicate e un’atmosfera soffusa di silenzio. Nell’immediato dopoguerra Zoni si apre ai nuovi fermenti che percorrono l’arte italiana guardando con attenzione al «Gruppo degli otto» (Birolli, Morlotti, Vedova): la tavolozza si schiarisce, vi sono accostamenti di colori puri neofauvisti; si avverte un’eco lontana del cubismo strutturale e poi un vivo interesse per l‘informale. Lavora sui nudi femminili con forme distese dalle reminiscenze classiche, sui ritratti femminili con donne dai visi fortemente segnati e dagli sguardi inquieti. Partecipa con brillanti risultati a mostre di carattere nazionale e la sua pittura paesaggistica spazia dalla Liguria a Venezia. Anche Parma coi suoi ponti, col Duomo gli offre suggestioni in presa diretta che ripropone con accensioni emotive fuori da schemi razionaleggianti. L’emotività come intensa partecipazione vitale l’ha guidato nell’affrontare i diversi soggetti e soprattutto il Po del quale ha colto in presa diretta aria, luce, sensazioni con una sciolta libertà pittorica fatta di segni brevi quanto intensi, lampi di sostanza poetica. Interessante è raffrontare il «Ponte sul Po» del ‘45, in cui si avverte il realismo propugnato da Guttuso e Pizzinato, coi dipinti che si incontrano dalla sala successiva in avanti. Inizialmente c’è ancora una presenza accentuata della natura negli alberi che puntano dritti al cielo e in quella vegetazione che infoltisce le rive del fiume, che riluce di un blu smeraldo. C’è chi ha indicato qui punti di contatto fra Morlotti e Zoni sennonché il lombardo costruisce le sue opere con materia densa che impiega con abbondanza mentre il parmense usa un segno vigoroso di forte tensione costruttiva cézanniana. Il Po viene ritratto nelle diverse stagioni e nei vari momenti della giornata. Straordinari i tramonti col disco infuocato del sole, carico di una trascinante fascinazione, che sta per inabissarsi dietro la linea dura dell’orizzonte, striando il cielo di crepuscolari bagliori. Nel fiume, che pulsa lento e silente, l’azzurro si incupisce e sulla sponda si riflettono gialle, rosse cromie di incantevole suggestione.

Negli anni Sessanta l’immagine perde ancor più le connotazioni realistiche sotto l’incalzare di una segnicità talvolta insistita e aggressiva, talaltra sottile e pacata, che diventa protagonista dell’opera. Anche il colore perde rilevanza, le vaste superfici hanno colorazioni tenui e l’atmosfera diventa lieve. Segni di stenografica rapidità delineano le sponde, le attrezzature, l’orizzonte lasciando libera la fantasia di fluttuare in una realtà immersa in un candido lucore che l’artista, autentico poeta del colore, trasforma in una trasognata visione di vibrante liricità, cantando l’essenza sublime e semplice del visibile.

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