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Arte-Cultura

Il canto degli aborigeni

Il canto degli aborigeni
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 Francesca Avanzini 

Sembra di leggere Jung e invece sono le storie degli aborigeni, i loro miti fondanti. Già «aborigeni» - termine di per sé neutro significando chi abita in un posto ab origine - suona vagamente dispregiativo, anche se ora i nativi lo rivendicano con orgoglio. 
Il fatto è - l’ha spiegato bene, tra gli altri, il Nobel africano Wole Soyinka - che chi colonizza un territorio ha tutto l’interesse a far passare gli abitanti originari per selvaggi o arretrati. 
Il colonialismo funziona come il nazismo. Non era un delitto perseguitare gli Ebrei: in fondo, con la loro pelle scura e le loro fattezze, erano solo mezzi uomini, quasi bestie. 
È stato facile per Cook e i suoi epigoni dichiarare l’Australia terra nullius - perbacco era abitata «solo» da aborigeni! - e disboscarla, inquinarla, racchiuderla in appezzamenti e venderla. 
Un crimine, per i nativi, che la considerano viva e prendono da essa solo ciò di cui abbisognano. 
La millenaria cultura aborigena sapeva come prendersi cura della terra, bruciando tratti ove e quando necessario, ripulendo pozze e letti di fiumi, in modo che tutto, uomini, pietre, piante e animali vivesse in equilibrio, prosperità e armonia, pervaso com'era dallo stesso spirito. 
Perché l’uomo non è al centro del mondo, ma interconnesso col tutto, un segmento al pari degli altri. 
Le diverse tribù che abitavano i vari territori collegati tra loro da corsi d’acqua sotterranei creati dal serpente Waagul, erano unite dal dreaming, un insieme di miti fondanti che è anche legge e operare concreto, perché non c'è separazione tra i tre, e bisogna raccontare storie per salvare il mondo. 
Bisogna raccontarle ai bambini aborigeni affinché non perdano contatto con la loro cultura, come è successo all’inizio del secolo scorso quando molti di essi vennero strappati alle famiglie e al bush per essere rinchiusi in orfanotrofi o affidati a famiglie bianche - cui in realtà facevano da servi - col pretesto di favorirne l’integrazione e costruire la nazione. Generazioni rubate, e nessuno ancora che si sia propriamente scusato del crimine. L'essere sradicati dalla propria cultura ha portato disagio, alcolismo, droga, violenza e morte, all’inizio anche per il solo fatto di essere privati del cibo tradizionale e dei sistemi tradizionali di cura. 
«Malditerra» (Le Nuove Muse), suggestivo titolo che indica la nostalgia dei nativi per la loro terra e la loro cultura maltrattata, raccoglie una quindicina di scritti di antropologi aborigeni tra cui Sally Morgan, Tjalaminu Mia e Blaze Kwaymullina che, con affascinanti narrazioni in bilico tra saggio, racconto e poesia, presentano una terra magica e bellissima, piena di segreti utili per tutti. 
Veniamo a conoscenza del loro particolare punto di vista grazie alla parmigiana Anna Paini, docente di Antropologia Culturale presso l’Università di Verona, che ha curato l’edizione italiana e firmato la bella prefazione. «Si presentano - dice la Paini a proposito degli autori - come aborigeni della contemporaneità. Sono persone ancorate all’oggi. Non vorrebbero tornare a vivere come prima, ma negano il modello occidentale univoco e vogliono riconosciuto il loro sapere. Hanno resilienza, humour, capacità di pensare in maniera costruttiva, e a volte sono fortemente critici. È un libro poetico e politico - conclude -. La responsabilità, come dicono gli autori, è nostra e vostra». 
E certamente, data la catastrofe ambientale che ci minaccia, abbiamo tutto da imparare dalla visione olistica del mondo di questi millenari abitanti del suo paese più australe. 
Malditerra
Le Nuove Muse, pag. 257,  25,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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