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Colosseo, gigante malato

Colosseo, gigante malato
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di Maria Pia Forte

 

Considerato eterno ma assediato da traffico e smog, l’Anfiteatro Flavio si sbriciola: il piano di un grandioso restauro per il quale si cercano sponsor nazionali ed esteri dovrebbe restituirlo a nuovi fasti; purché non si esageri: con i suoi resti aggrediti dall’incuria e dai saccheggi il monumento più visitato d’Italia ha saputo «parlare» della grandezza di Roma ad artisti e scrittori, da Michelangelo ad Andersen. 
Massiccio che più massiccio non si può, innervato di fasti e nefandezze, arioso sotto i cieli spazzati dalla tramontana e torvo sotto le nuvole, il Colosseo o Anfiteatro Flavio sta lì, ombelico di Roma e forse del mondo intero, dall’80 d.C., quando fu inaugurato dall’imperatore Tito. Per erigere con i rudimentali mezzi di quei tempi una tale massa di travertino (100.000 metri cubi trasportati da Tivoli), tufo, mattoni e marmi, oltre a un contorno di caserme («ludi»), palestre, magazzini per le armi, uno spogliatoio e un «ambulatorio» per i gladiatori feriti, si impiegarono solo otto anni: merito, certo, degli schiavi spremuti come macchine.   L’enorme anfiteatro, il più grande dell’antica Roma - per 50.000 spettatori, ma c'è chi dice 75.000, - servì a Vespasiano, che lo avviò nel 72 d.C., per cancellare lo stagno creato dall’esecrato Nerone per la propria reggia, la Domus Aurea. Sopravvissuto a devastanti terremoti, all’occupazione di tombe e poi di nobili e poveracci che a turno ne fecero la propria dimora, ai saccheggi dei barbari e ai furti di materiali durati fino al Settecento per la ricostruzione dell’Urbe, divenuto in quel secolo una chiesa in memoria dei martiri cristiani e oggi dichiarato Patrimonio dell’umanità, sembra proprio che esso debba essere eterno; per lo meno è quello che tutti sperano, dato che stando ad una profezia medievale il suo crollo coinciderebbe con la fine di Roma e del mondo.  Eppure il Colosseo si sbriciola. Ridotto a spartitraffico al centro di un flusso di duemila automobili e autobus all’ora che producono distruttive vibrazioni e un rumore assordante, aggredito dall’inquinamento, visitato da quasi sei milioni di persone all’anno, qua e là puntellato, ha bisogno di urgenti cure. Recenti scosse di terremoto hanno provocato piccoli crolli. Questa «carcassa di mammut (...), che meglio di tutti i libri testimonia della grandezza scomparsa di Roma», come lo definì Hans Christian Andersen, per il sindaco Alemanno è diventata una «inquietudine quotidiana», benché essa sia di competenza del ministero per i Beni e le Attività culturali. Incisivi restauri sono già in corso e hanno riportato in vita alcuni spazi finora inaccessibili. Ma se ne preannunciano ben altri: un piano grandioso di resurrezione che costerà 25 milioni di euro (la ricerca di sponsor italiani e stranieri è cominciata) e che renderà il Colosseo non solo più solido ma anche più visitabile, più pulito, meglio recintato e illuminato, più protetto dal traffico, più moderno negli impianti come biglietteria, book shop e bagni, in poche parole un gioiello da visitare con percorsi guidati.   Qualcuno, nel ginepraio di sovrintendenze capitoline e ministeriali che si dividono le antichità della Città Eterna, favoleggia anche di allestirvi spettacoli di gladiatori, animazioni virtuali e video-installazioni, non carnevalate ma iniziative condotte con criterio, e magari di ripristinare in una piccola porzione rivestimenti e statue: è il concetto sempre più diffuso che i monumenti antichi debbano essere meno «sacri» e più «quotidiani», parlare alla gente. Ma c'è davvero bisogno di tutto questo per sentir «parlare» il monumento più visitato d’Italia? Con la sua forma ellittica riprodotta in milioni di souvenirs, col cinema che ne ha fatto un’attrazione di cartapesta, con i rustici giovanotti che mascherati con mantellina rossa e gladio volteggiano intorno ai turisti estasiati di farsi fotografare con antichi gladiatori, un po' Disneyland, suo malgrado, il Colosseo lo è già. Bisogna evitare che lo diventi ancora di più. In settembre inizieranno le visite guidate alla parte restaurata (circa un terzo) degli ipogei, i sotterranei dove si ammassavano leoni e altri animali feroci e gli atleti, per lo più schiavi, si preparavano allo spettacolo, che poteva anche concludersi con la loro morte, da inscenare nell’arena davanti all’imperatore e al popolo: un labirinto da cui grandi montacarichi issavano alla luce del sole gli animali e che immaginiamo maleodorante e vociante nei bagliori guizzanti delle torce. Dopo la conquista della Dacia, nel 106 d.C., Traiano indisse quattro mesi di festeggiamenti, nel corso di quali - racconta Rossella Rea, direttrice del Colosseo - furono uccise 16.000 belve. Come fa a non parlarci un luogo del genere?   I secoli non hanno cancellato i fiumi di sangue di bestie e uomini corsi fra i marmi un tempo bianchi del Colosseo: un’aura drammatica serpeggia fra le ossa del mammut scavate dal tempo, tra le arcate cieche e sbocconcellate, tra gli anfratti densi di ombre della cavea. Piranesi ben la ritrasse nelle sue cupe incisioni. Una drammaticità che, sotto forma di malaria, uccide Daisy Miller, la giovane americana protagonista dell’omonimo romanzo di Henry James, che in una imprudente visita notturna al Colosseo contrae la «febbre perniciosa». Ma il dramma sconfina nel sublime: così appariva l’anfiteatro a Stendhal, così era apparso a Michelangelo. Così lo vide, ancora, Andersen, che in una notte di luna piena lo paragonò a «una tragedia di pietra»: «Le pietre - scrisse - intorno a noi hanno voci. (...) In un ambiente grande l’anima si sente grande, il Colosseo predica la vita del mondo, la grandezza e l’impotenza della stirpe umana». Queste voci non le sentiamo più? 

 

 

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