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Ispirò grandi architetti

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 Ricorre quest’anno il 550° anniversario della nascita di Francesco Mario Grapaldo, umanista parmigiano molto importante, anche se poco noto al vasto pubblico. La sua opera principale, «De partibus aedium» è però da sempre apprezzata dagli studiosi, in quanto, descrivendol'abitazione rurale del Quattrocento, offre un panorama anche dei costumi e dell’economia agricola del tempo; inoltre ha ispirato architetti rinascimentali come il Sangallo il giovane, il Bramante, dando origine alla tipologia delle ville venete, tanto da essere citato nel Settecento da Guarino Guarini.    

Ci soffermeremo più avanti su questa importante opera (della quale peraltro abbiamo già parlato in altri interventi); ora illustriamo la vita del Grapaldo, forse meno conosciuta dei suoi scritti, che si svolse interamente, tranne qualche breve periodo dovuto a incarichi pubblici, nella nostra città.Nacque, secondo quanto scrive lo storico U. Benassi, nel 1460 da Catellano, filosofo e giureconsulto, e da Beatrice Ravacaldo; rimasto orfano di entrambi i genitori nella peste del 1468, fu accolto dallo zio materno Niccolò Ravacaldo arciprete di Fornovo, che lo educò e lo avviò agli studi, indirizzandolo poi al dotto Filippo Beroaldo, sotto la cui guida il giovane si specializzò negli studi umanistici.
 La sua prima uscita pubblica , in giovanissima età, fu l’epistola del 1477 in lode del podestà di Parma Iacopo Bonarello. Venuto a mancare lo zio benefattore, Francesco Mario dovette cercarsi un’occupazione, per cui si iscrisse alla Matricola dei Notai e si offrì al Comune per l’insegnamento delle umane lettere, venendo accolto. Nel frattempo si era sposato con Amabilia Garimberti, da lui molto amata, come risulta dai suoi scritti. L’insegnamento fu la sua attività principale, anche se fu aggregato agli Anziani del Comune e iscritto all’Arte della Lana; nel frattempo si dedicava alla scrittura, dando alle stampe nel 1494 il «De partibus aedium», che lo rese famoso, essendo ristampata più e più volte in Italia, Olanda, Svizzera, Francia. Continuò con successo anche la sua attività di pubblico amministratore: Cancelliere del Comune espletò vari incarichi sia pratici, sia come oratore. Parma in questo periodo attraversa alterne vicende, prima caduta sotto i Francesi, poi sotto lo Stato Pontificio; il Grapaldo comunque prosegue il suoi studi, come il «De verborum explicatione» riferito al «De partibus aedium» per illustrarne i termini più astrusi o il commento alle Commedie di Plauto scritto assieme a Taddeo Ugoleto. Parma, dopo la cacciata del Francesi nel 1511, inviò al papa Giulio II un’ambascieria, guidata dal nostro Francesco Mario, che eccelleva per la capacità oratoria e la prestanza fisica («prestanti facondia et insigni corporis proceritate», come scrisse il Giovio). La sua arringa piacque talmente al papa, che lo incoronò con la laurea poetica di propria mano in Vaticano e ciò suscitò non poche invidie, di cui lo stesso fa cenno in alcune sue invettive contro i parmigiani. Morto Giulio II salì al soglio pontificio Leone X, per cui fu inviata una nuova ambasceria sempre guidata dal Grapaldo, alla quale ne seguì un’altra al cardinale Ippolito Dè Medici.Questi viaggi faticosi indebolirono il Grapaldo (che già aveva sofferto di reumatismi curati presso i bagni di Lesignano), che si aggravò e morì nel 1515 pronunciando parole di fede, tra le braccia del figlio e dei suoi più stretti amici. Fu sepolto nella Chiesa di San Giovanni, presso la terza colonna a sinistra, sulla quale un epitaffio, dettato da suo figlio, lo ricorda così: «Fr. Hic Marius Grapaldus/ hic vates vatum reconditorum acutus interpres/ qui tot struendis et dies vigit trivit/ verbisque dedit obcuribus lucem/ longis quiescit iam laboribus fessus».
Ci è giunto di lui anche un sommario ritratto, in un’incisione posta all’inizio del «De verborum explicatione», nell’edizione parmense del 1516: sul capo, coperto da un cappello ad ampia falda, cinge la corona d’alloro; seduto davanti a una scrivania, tiene dinnanzi un libro aperto, su cui poggia con una mano una penna d’oca, simbolo della poesia, con l’altra una specie di bulino, che potrebbe simboleggiare l’architettura, richiamando la sua opera più nota. 
Un cenno merita anche il suo rapporto con Parma, che risulta ambivalente, in quanto si alternano grandi lodi, come nel discorso per Giulio II o all’inizio del «De partibus aedium», a aspre invettive contro di lei, perché «suos pellit, externos suscipit» facendo grandi accoglienze a «scurrae» (buffoni volgari) e «scoenabates» (ballerini e acrobati). Tuttavia vi passò la maggior parte della sua vita, trovandovi numerosi amici che piansero la sua morte. Oltre ai già citati «De partibus...» e «De verborum...», ha lasciato anche varie pubblicazioni: «Tranquillus Molossus» (Parma, 1501); «Libellum Psalmorum Poenitentialium» (Parma, 1505); «Silva in Deditionem Parmae   Julio II» (1512); commento alle «Comoediae viginti di Plauto» (Parma, 1510); inoltre vari carmi latini e volgari dispersi.
ANNA CERUTI BURGIO
 

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