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Cecchino in Cecenia: memorie

Cecchino in Cecenia: memorie
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 Qando ho compiuto diciotto anni, avevo una storia alle spalle. Ma anche il mondo ne aveva una sua, decisamente più complessa della mia. Il mio Paese si stava trasformando in una specie di regno dell’assurdo. Governava la mentalità dei ladri, di chi cercava soldi facili per apparire più furbo di Dio stesso». E' l’incipit del secondo romanzo di Nicolai Lilin, il giovane nato in Transnistria, regione siberiana dell’ex Urss, e cresciuto in una comunità criminale, che in «Educazione siberiana» ci ha raccontato la sua partecipazione alla guerra di Cecenia non nascondendo la ferocia che la guerra aveva scatenato fra le due parti in lotta. In questo secondo tomo dei suoi ricordi militari, «Caduta libera» (Einaudi, pagine 326, euro 21,00, finalista venerdì al premio Viareggio-Répaci) racconta i suoi due anni di cecchino nella seconda campagna cecena. Per il giovane - ora trentenne - che aveva già conosciuto il carcere minorile ed era stato arruolato controvoglia, il ruolo di cecchino era un compito come un altro. Nel 2003, dopo tanta guerra, lasciò il suo paese e da allora vive nella provincia di Cuneo dove fa il tatuatore. 

Lilin, che cosa avviene nella mente di un uomo quando imbraccia un fucile? 
Dipende da chi è l’uomo, perché ha una relazione con l’arma e in quale circostanza questa relazione avviene. Non posso dire cosa passa per la testa di un pluriomicida che tiene tra le mani un’arma con la quale uccide persone innocenti per puro piacere o per via della propria follia: quello che so è che la relazione di un cacciatore con la propria arma è basata sul rispetto per la vita, e soprattutto per quell'attrezzo che toglie la vita di un altro essere vivente per sopravvivere. Per questo un soldato costretto ad accettare il suo fucile come unica via di salvezza in mezzo al caos di un conflitto armato, sviluppa una relazione molto importante con la propria arma. 

Una vita in simbiosi con le armi, quindi?
Nelle società antiche gli uomini avevano un rapporto stretto con le armi, e in questo modo imparavano a rispettare se stessi e ad essere sempre consapevoli della responsabilità che avevano nei confronti dell’arma e del mondo che li circondava. L’arma per molti anni era un elemento comune nella società, perché nella società in cui tutti sono armati sono in pochi ad avere il coraggio di fare i prepotenti, i disonesti e a trattare i propri vicini con disprezzo. Poi, con gli anni, l’arma purtroppo è diventata uno strumento per raggiungere obiettivi spesso poco onesti, politici o economici, ed è diventato un simbolo di violenza, prepotenza e disonestà.

Anche se lei sostiene di non essere un cecchino, di averlo dovuto fare costretto dalla situazione, le chiedo cosa provava di fronte alla vittima sconosciuta? 
«Cecchino» è una qualifica militare, sottolineo il fatto di non essere cecchino non perché voglio dissociarmi da questo mestiere, ma perché non sono più nell’esercito, non ho nessuna qualifica: sono in congedo. Per capire cosa si prova a sparare ad un uomo bisogna sparare ad un uomo. Il mestiere di cecchino è molto difficile, spesso nella società civile non capiscono cosa significa, pensano che sia uno che sta su una posizione in alto con il suo fucile di precisione e butta giù ogni persona che passa per la strada. 

E non è così?
Io per sparare ad un terrorista dovevo camminare tra le montagne, nel bosco, tra le macerie delle città distrutte, di notte, spesso in mezzo a trappole, alle mine, rischiando di essere ammazzato sia dal nemico che dalle nostre pattuglie. Ero il cacciatore dei cecchini nemici, quelli che al contrario di noi tiravano ai civili, alle donne e ai bambini, assassini che per la loro ideologia ammazzavano tutti quelli che non abbracciavano la legge di Sharia. Le vittime non le vedevo come uomini: per me erano terroristi e basta, un bersaglio da colpire e l’ho fatto sempre con senso del dovere verso il mondo civile, lo stesso che poi mi giudica come un assassino, ma questa è la natura umana.

Tutto questo le procura rimorsi, rimpianti o altre sensazioni?
I rimorsi e i rimpianti che porto dentro sono solo rivolti ai civili che ho visto in guerra, persone innocenti che hanno subito la presenza dei terroristi islamici nella loro terra e poi hanno dovuto subire anche una devastante operazione antiterroristica guidata dall’esercito federale. Per quanto precise possano essere le operazioni svolte, è impossibile evitare vittime tra i civili. Nelle operazioni antiterroristiche in Cecenia, spesso terroristi disperati usavano i civili come scudi viventi, li costringevano a spostarsi con loro, li minavano all’interno delle abitazioni, in modo di far saltare in aria le squadre di soccorso medico dell’esercito russo.  

Come è riuscito a superare gli orrori d’ogni giorno e le infinite miserie materiali e morali che le guerre sempre infliggono agli eserciti in lotta?
La vita di soldato all’interno della leva obbligatoria è molto difficile, ma si può sopravvivere e si possono superare tutte le difficoltà se sei onesto con gli altri e se hai qualcuno vicino che ti aiuta. Io ho capito e ho apprezzato il significato del collettivo mentre facevo il mio servizio militare. I miei compagni erano come fratelli, eravamo più che una famiglia, il mio Capitano, comandante della squadra, per tutti noi era come un padre ed è grazie alla sua professionalità e saggezza che tutti noi, giovani ragazzi senza capacità ed esperienza, siamo riusciti a sopravvivere e portare fino in fondo il nostro impegno contro il terrorismo islamico. 

Ritiene giusto che si combattano delle guerre anche in nome delle religioni?
 Il sentimento religioso spesso viene strumentalizzato e sfruttato per motivi disonesti, per creare i poteri, per prendere posizioni importanti e compromettere la geopolitica. La religione deve tornare a essere un sentimento solamente privato. Sfruttare la religione nel conflitto geopolitico o farla diventare questione centrale è uno sbaglio gravissimo e un crimine contro l’umanità. 

A quali confini di ferocia la guerra conduce l’uomo? Cosa altera della sua psiche?
La psiche umana è un meccanismo molto fragile, ma allo stesso tempo potente e unico. La guerra è un’esperienza estrema e come ogni esperienza lascia la sua impronta nell’uomo, nei suoi comportamenti, nel suo modo di vedere il mondo. Ma la ferocia più brutale che l’uomo abbia mai creato è l’indifferenza. E non nasce in guerra, è una creazione delle società pacifiche e consumiste. 
Caduta libera
Einaudi, pag. 326, 21,00
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Federico

    27 Agosto @ 09.50

    Vorrei informare l'autore dell'articolo che: 1. La Transnistria non è una regione siberiana dell'ex URSS ma una zona ufficialmente in Moldavia (la squadra della capitale Tiraspol, lo "Sheriff" partecipa alla Champions League come squadra moldava) anche se di fatto controllata dalla mafia con il beneplacito del Cremlino; 2. Il primo libro che evidentemente l'autore dell'articolo si è ben guardato dal leggere, non parla della guerra cecena ma della vita appunto in Transnistria dove vennero deportati da Stalin molti criminali siberiani, da cui la presenza di queste tradizioni narrate da Lilin.

    Rispondi

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