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Strofe, schegge di verità

Strofe, schegge di verità
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 Francesco Mannoni

 La prima raccolta poetica di Maurizio Cucchi, poeta milanese, critico letterario e traduttore, risale al 1976.  Da allora ha pubblicato otto raccolte di versi, l’ultima delle quali si intitola «Vite pulviscolari»  (Mondadori, pagine 103, euro 13,00), con cui è finalista al Premio Pen Club, che verrà assegnato a Compiano sabato 4 settembre, alcune antologie, libri di versi per il teatro,  il romanzo «Il male è nelle cose» e la raccolta di prose «La traversata di Milano».    Una produzione  molto lodata dalla critica  che pone la condizione esistenziale al centro di una lettura sottilmente  ironica della vita e del mondo.  Il tutto non in modo irriverente, ma con una sofferta contemplazione in cui  si affinano le consuetudini del discorso, e in cui la stessa insufficienza umana viene rielaborata e scrutata a fondo, sempre facendo attenzione  «che tutto diventi soffice, / intimo, familiare, affabile,/ anche nei gesti del crepacuore». Una forza poetica quasi sottotraccia, ma che risuona a lungo e profondamente dopo ogni lettura. Ciò gli ha valso  premi prestigiosi come il Viareggio e il Montale. 
Cucchi, il suo primo libro, «Il disperso» è del 1976. Da allora, fino a questo suo ultimo lavoro, «Vite pulviscolari», è cambiato qualcosa nel suo modo di percepire il mondo attraverso il filtro della poesia?
Il desiderio di conoscenza e di comprensione anche se non si realizza completamente, rimane, ma è chiaro che nel corso del tempo le cose cambiano senza che uno se ne accorga. Se ne accorge a posteriori, e certamente non c'è nessun progetto volontaristico di cambiamento. Probabilmente cambia di più il linguaggio e le situazioni in cui ci si trova a vivere.
Il motivo di questi cambiamenti è solo culturale o l’esperienza del vivere cambia anche la poesia?
Intervengono delle esperienze nuove, delle situazioni che ci mettono in attrito oppure in armonia con le circostanze dell’esistenza, che scatenano il desiderio di approfondimento e di espressione. Quindi direi che i cambiamenti culturali sono quelli che appartengono al tempo perché si modifica la cultura, la linea del mondo intorno a noi. Naturalmente ognuno di noi fa delle esperienze particolari o meno nel corso della sua vita e si appoggia a tutto ciò che gli accade e gli appartiene nel campo delle emozioni. 
La poesia odierna è più sensazione o testimonianza?
Io credo che ci siano vari modi di intendere la poesia e dipende un po' dalle generazioni. A me sembra testimonianza dall’interno di una condizione storica che è la nostra, sempre con un desiderio di approfondimento e di conoscenza maggiore. Non mi sembra che ci siano in questo senso delle specificità clamorose nel campo della poesia del nostro tempo, anzi, semmai, io noto un certo atteggiamento rinunciatario nei confronti della ricerca di nuovi linguaggi e di nuove forme.
Intende dire che la poesia attuale avanza su percorsi già tracciati senza inventare niente di nuovo?
Un po' è questo che accade. Se gli anni Sessanta sono stati anni di sperimentazione a tutto campo con risultati di vario ordine e livello, oggi tutto questo sembra molto remoto. Anche nella poesia dei più giovani, mi sembra che il desiderio di invenzione di un nuovo linguaggio o di nuove forme non sia la cosa più evidente. 
Quale pensa possano essere le conseguenze di una mancanza di sperimentazione su nuove forme e linguaggi poetici?
Credo che la poesia viva in una condizione particolare di necessità e di resistenza, perché la sua centralità dal punto di vista della ricerca espressiva non è riconosciuta. E’ sommersa da una serie di cattivi prodotti, di spazzatura sottoculturale o di surrogati che la rendono difficilmente visibile. E’ chiaro che in condizioni del genere, altre ipotesi risultano per ora non principali. Nel tempo in cui la poesia era riconosciuta per quello che era, c'era più libertà di movimento, oggi invece viene sostituita da innumerevoli surrogati scadenti per arrivare ad un pubblico di massa con l’obiettivo della sopravvivenza.
La vera poesia vive in clandestinità?
Più o meno sì. Credo che le élite alle quali la poesia appartiene, non siano mai state numerose. Oggi esiste il culturale di massa, l’abbassamento di livello della ricerca, dell’elaborazione dei linguaggi e dei materiali, per cui i linguaggi più evoluti sono necessariamente in minoranza, ma sono circondati da un mare immenso di linguaggi di cattivo livello. Di conseguenza sembrano di fatto emarginati, in realtà sono ancora centrali ma meno visibili.
Molti i fermenti esistenziali, i drammi presenti nei versi del suo libro. Da quale punto della vita osserva il compiersi della parabola umana?
Il libro è stato scritto negli ultimi anni e ci sono delle riflessioni che riguardano la nostra dimensione di piccolissime entità nel cosmo. La meraviglia di ciò che è la nostra esistenza è lo scoramento per essere pulviscolo. Da un lato la gioia di essere, dall’altra la delusione di essere irrilevanti. E’ la ragione per cui ho scelto anche il titolo di Vite pulviscolari.
Ma siamo davvero, come dice un suo verso, in una bolla definitiva d’aria?
Questo verso appartiene ad una sorta di conversazione postuma con la madre. C'è lo spostamento in una dimensione ancora ulteriore nella quale oltre alla scomparsa della figura materna avverrà anche la scomparsa dell’altra figura che sta parlando. Di conseguenza li immagino proiettati in una realtà spaziale più vasta, ampia e definitiva, della quale però, probabilmente la possibilità di riconoscersi e la coscienza personale non ci saranno più. 
Ha un avvenire la poesia?
A giudicare dalla fiducia che le generazioni nate negli anni Settanta e Ottanta dimostrano almeno sul piano dell’impegno nello scriverla io credo che un futuro ci sarà. Occorrerà però coordinare i percorsi della poesia a quelle delle varie arti maggiori che costituiscono la forma più alta d’espressione dell’intelletto, del pensiero, della lavorazione della materia. Quando si sarà riusciti a distinguere la paccottiglia, da ciò che invece propone uno sviluppo reale alto del lavoro e della ricerca, allora avremo fatto un passo avanti. L’uomo ha bisogno di una parola forte e la poesia fa un grande servizio alla lingua italiana svillaneggiata dai media. Per questo penso che non se ne possa fare a meno. 
Vite pulviscolari
Mondadori, pag. 103,13,00

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