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Clientelismo e regresso

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di Francesco Mannoni

"Siamo stati ingannati da molti decenni di clientelismo". Non ha peli sulla lingua il sociologo Luca Ricolfi, docente di analisi dei dati all’Università di Torino, entrando nel vivo della discussione del suo libro  «Il sacco del Nord» (Guerini e Associati, pag. 271, euro 23,50) che ha suscitato parecchie polemiche. L'opera, finalista al premio Pen Club che verrà assegnato a Compiano sabato 4 settembre, introduce l’analisi di «una contabilità nazionale liberale» in alternativa a quella ufficiale. 
Come verrebbe attuato il sacco del Nord?
Esiste in Italia una retorica degli svantaggiati che beneficiano di interventi particolari. Succede con le false pensioni di invalidità, per le quali lo Stato spende 8 miliardi l’anno, ma gli invalidi uno su due sono falsi, e lo sanno perfettamente, però sono entrati nel gruppo degli svantaggiati e così sussistono in un tasso di parassitismo altissimo.  Così è successo per i meridionali che fino ad un certo punto sono stati degli svantaggiati, perché se si prendono le statistiche dell’Unità dell’Italia dal 1861, si apprende che il Mezzogiorno ha avuto molti svantaggi con l’Unità. Però questa inerzia, queste credenze di un mezzogiorno penalizzato sono sopravvissute anche quando le cose sono cambiate dopo il 1951.
Professore, a 150 anni dall’Unità d’Italia, a che punto è la situazione delle regioni meridionali che vivono al di sopra dei propri mezzi?
Adesso siamo in una situazione paradossale perché il tenore di vita come l’ho calcolato io, per le regioni meridionali è più alto di quello del Nord, però continuano a lamentarsi: producono meno di noi, ma non consumano meno di noi. Questa cosa per conformismo nessuna l’aveva mai detta, e io mi sono attirato molto odio perché ho detto una cosa che la gente comune sa, ma viene accusata di leghismo se lo dice. Chi non ha fatto degli studi e fa una osservazione di questo genere, dicendo che nel Sud si vive piuttosto bene e si lavora poco, diventa un qualunquista, razzista, xenofobo eccetera. Però i dati dicono esattamente questo: nel Sud si vive piuttosto bene, a parte qualche sacca di povertà, e si lavora molto di meno. In fondo dico delle cose che si sarebbero dovute dire già da tanto prima.
 E perché non sono state dette?
Si è dovuto aspettare un sociologo per accorgersi che le analisi economiche erano molto distorte, perché basate sul Pil che valuta ciò che si consuma e il reddito della pubblica amministrazione è considerato prodotto, mentre nella mia visione e in quella degli economisti classici, è più simile al consumo che alla produzione. Il divario Nord Sud è solo un divario di produzione, non di consumi e di tenore di vita. Ma lo Stato non può semplicemente chiudere i rubinetti.
I calcoli di quello del presunto saccheggio su che cosa sono basati?
Premetto che tutti i calcoli del sacco del Nord non si riferiscono agli enti regionali come istituzioni, ma alle regioni come territori, e le somme calcolate riguardano i comportamenti di tutti i livelli di governo, compresi lo Stato centrale, le Province e i Comuni. 
I dati sono recenti?
La maggior parte dei dati del libro sono relativi al 2006, perché la disponibilità dei dati risale solo a quel periodo. L’aggiornamento 2007 - 2009 verrà fatto nei prossimi anni, ma penso che difficilmente muterà il quadro generale. Questi dati rivelano che le origini del divario tra Nord e Sud, non stanno nell’insufficienza del reddito disponibile, ma nella sua distribuzione ineguale e nelle inefficienze dei servizi pubblici. Si tratta di due questioni che hanno radici profonde dentro la società meridionale. 
In quale ottica vede in questo momento la situazione generale, la stessa che esamina nel suo nuovo libro «Illusioni Italiche»  (Mondadori)?
La mia analisi di fondo è che noi come Paese stiamo declinando troppo lentamente. Il nostro è un declino morbido, perché partendo da un tenore di vita molto alto, non ci siamo ancora resi conto di aver iniziato la discesa. Paradossalmente avremmo più possibilità di reagire se anziché declinare un metro all’anno avessimo uno scossone che ci bloccasse di colpo. Avremmo bisogno di uno shock esogeno per renderci conto che così non possiamo andare avanti. Ma questo shock esogeno non avviene mai perché noi, partiamo da un ingannevole livello di vita piuttosto alto che però non è quello che le persone hanno veramente, ma è il benessere su cui possono contare in funzione di tre cose.
Quali professore? 
1)  Quanto possono consumare queste persone con il potere d’acquisto reale sia al Nord che al Sud; 2) quali servizi pubblici adoperano; 3) quanto tempo reggeranno. Se teniamo conto di queste tre cose, l’Italia è messa bene, non male. E’ vero che il reddito non è altissimo, però se confrontiamo il nostro potere d’acquisto non con quello degli altri Paesi, ma con la quantità e la qualità di lavoro che svolgiamo sussiste un certo squilibrio. Non riusciamo ad avere un potere d’acquisto più alto perché sono poche le persone che lavorano e di queste una parte lavora anche abbastanza poco; perché l’orario di lavoro non è quello degli altri paesi, e la forza lavoro è estremamente dequalificata. Ancora oggi in Italia il 34% dei ragazzi che ha trent'anni ha come titolo di studio massimo la licenza media. Non c'è nessun paese sviluppato che abbia una percentuale del genere. 
Il sacco del Nord
Guerini e Associati, pag. 271, 23,50
 
 
 

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