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"Guido Picelli dormiva da noi"

Il nipote Gianfranco ricordava con orgoglio e affetto l'eroe delle Barricate clandestino a Parigi

"Guido Picelli dormiva da noi"
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Il regista parmigiano Giancarlo Bocchi, ha incontrato a Roma Gianfranco Picelli, il nipote di Guido (sul quale Bocchi ha realizzato il documentario «Il ribelle»), alcune settimane prima della sua scomparsa avvenuta il 30 dicembre. Bocchi ha scritto un ricordo di lui, ultima persona che vide in vita Guido Picelli.

Ai primi di gennaio del 1937, sulle alture spagnole del cerro San Cristóbal una pallottola colpiva alle spalle e uccideva Guido Picelli. Al comando di due compagnie del Battaglione Garibaldi, il comandante antifascista parmigiano stava preparandosi ad attaccare nuovamente il nemico franchista dopo aver ottenuto quel giorno la sua seconda vittoria spagnola sulla collina del Matoral, che seguiva la conquista di Mirabueno del 1° gennaio. Per le ricerche dell'imminente libro su Guido Picelli «La nostra legge la libertà», il 2 dicembre scorso avevo incontrato a Roma l'ultimo familiare che aveva ricordi diretti del comandante parmigiano. Il nipote Gianfranco, aveva 93 anni e viveva in un condominio signorile in una zona semicentrale di Roma Nord. Anche il padre Vittorio, il fratello minore di Guido, era un pezzo della Storia del Novecento. Sindacalista rivoluzionario, comandante di un reparto di arditi nella Grande Guerra, decorato e promosso sul campo due volte per merito di guerra, già nel 1919, secondo la polizia, «voleva esercitare la propaganda rivoluzionario nelle file del'esercito». Amico e compagno di Filippo Corridoni, secondo Vittorio «strumentalizzato dal fascismo dopo la morte», fu segretario della Camera del lavoro di Parma e capo militare della Legione Proletaria Filippo Corridoni, formazione paramilitare antifascista, che combatté insieme gli Arditi del popolo durante la Battaglia di Parma dell'agosto del 1922. Gianfranco aveva una lunga barba bianca da patriarca, occhi pungenti, piglio energico come avevano tutti i Picelli. Era avvocato, ma non esercitava più dal 1968, dopo un grave incidente automobilistico dal quale uscì illeso, ma profondamente scosso. «Ho sempre difeso i miei clienti fino in fondo anche se correvo dei rischi» disse senza aggiungere altro. Conservava ancora nella sua abitazione un documento storico di una certa importanza: la foto originale con dedica che Gabriele D'annunzio donò ad Alceste de Ambris e ai sindacalisti rivoluzionari di Parma, che compare in alcune foto d'epoca dei locali dell'allora Camera del Lavoro di borgo delle Grazie di Parma, che servì anni fa ad alcuni storici come spunto per elaborare teorie fantasiose e congetture sul Vate e i difensori di Parma. Anche se a fatica, Gianfranco Picelli nell'incontro volle riafferrare i molti ricordi dell'intenso passato. «Lo zio Guido l'ho incontrato solo nel 1932 quando era appena fuggito dall'Italia. Veniva spesso a trovarci a Parigi in rue de Vert - Bois. E precisò con una risata stentata: «In via del verde - bosco!». Poco dopo il rilascio dal confino sull'isola di Lipari, Guido Picelli aveva beffato la polizia fascista che lo controllava, espatriando clandestinamente in Francia. Gianfranco aveva allora nove anni. Era nato a Parma nell'agosto del 1923, ma prima di aver compiuto due anni era espatriato con la madre Maria e i fratelli Guido jr e Attilio per raggiungere a Parigi il padre Vittorio, fuoriuscito politico.

La voce affaticata diventava improvvisamente squillante quando Gianfranco parlava dello zio Guido. «Quando lo vidi la prima volta a Parigi mi sembrava un gigante» disse agitando le mani tremule verso l'alto. «Mio zio era alto... molto alto. Più alto degli uomini della sua generazione». Le schede segnaletiche della polizia fascista attribuivano a Guido Picelli un'altezza di 175 centimetri, ma probabilmente era più alto e aveva anche in quel caso gabbato i poliziotti fascisti anche per l'altezza. Una delle specialità di Guido Picelli era quella di dissimulare la sua identità, per sfuggire agli agguati degli squadristi e ai loro complici e spioni. Riusciva quasi quotidianamente a spostarsi dall'Oltretorrente (anche durante la Battaglia di Parma) a «Parma nuova» senza che gli avversari lo riconoscessero. E forse era riuscito ad espatriare con uno dei suoi stratagemmi. «Quando stavo a Parigi parlavo solo in francese - ricorda Gianfranco Picelli - ma capivo l'italiano e il dialetto parmigiano. Lo zio Guido e i miei familiari mi parlavano in italiano o in dialetto e io rispondevo in francese. Lo zio Guido era arrivato a Parigi nel febbraio 1932. Era una vera e propria leggenda del proletariato internazionale per aver ottenuto nella Battaglia di Parma dell'agosto del 1922 la prima vittoria in Europa contro il fascismo. Le gesta del comandante parmigiano, tra gli anni '20 e '30, non si limitarono solo alle barricate di Parma e alle vittorie nella Guerra di Spagna: svolse una intensa azione rivoluzionaria anche in Francia, Belgio, Unione Sovietica e Svizzera diventando così per la Storia il personaggio politico di Parma più noto internazionalmente del secolo scorso, anche se per ragioni politiche, nel dopoguerra, si è voluto descrivere il comandante parmigiano solo come un tribuno locale. Qualche volta Guido dormiva da noi, ma solo qualche volta, non sempre, perché era in clandestinità in Francia» disse Gianfranco scandendo le parole, come se rivelasse un segreto. Per conto del Partito comunista d'Italia, in quel periodo lo zio Guido, svolgeva in Francia una intensa attività rivoluzionaria e clandestina tra gli antifascisti italiani. Anche il padre di Gianfranco era un agitatore politico antifascista, anche se non aveva le stesse idee politiche di Guido. A Parigi Vittorio aveva fondato il Gruppo sindacalista Filippo Corridoni, di cui Alceste de Ambris era «il capo spirituale». «A casa venivano spesso uomini famosi, antifascisti. Mi ricordo bene di Alceste de Ambris, di Giuseppe Donati (il direttore in Francia del Corriere degli Italiani e prima ancora in Italia del quotidiano Il Popolo) e sentivo spesso parlare dei fratelli Rosselli» raccontava Gianfranco.

Nel luglio del 1932, al termine di un comizio a Fontenay en Seine, Guido Picelli venne arrestato dalla polizia francese ed espulso due giorni dopo verso il Belgio. Gianfranco non poté salutarlo e non lo vide mai più. Espulso anche dal Belgio per la attività rivoluzionaria svolta insieme ai minatori del Borinage (gli stessi minatori immortalati in un celebre documentario da Joris Ivens, l'autore anche di Terra di Spagna con le uniche immagine filmate del Battaglione Garibaldi.) Uscito dal Belgio Guido Picelli, attraversando clandestinamente il Lussemburgo, arrivò a Berlino e dopo poco si imbarcò ad Amburgo per l'URSS.

Nelle mani vacillanti di Gianfranco apparvero di colpo alcune immagini fotografiche. Commentate da D'Annunzio, riguardavano la traslazione della salma di Primo Groppi, avvenuta nel 1923 da Fiume a Parma. Spuntò, tra molti documenti, anche un lungo dattiloscritto del padre Vittorio. Erano elencati e descritti i tentativi dei fascisti di Parma di assassinare il fratello. Si sapeva dell'agguato del 1923 in via Imbriani dove un membro di una squadraccia fascista sparò in pieno giorno a Picelli mirando alla testa, ma colpendolo solo di striscio alla fronte. E poi del complotto ordito nello stesso anno da Italo Balbo e da alti funzionari della polizia e della milizia, per rapire Picelli, naufragato per il pentimento di chi doveva attuarlo. «Avvenne che l'incaricato di vigilarlo - scrive nel memoriale Vittorio Picelli - per conoscere le abitudini e quindi preparare l'uccisione che avesse provocato meno rumore di quello scoppiato per l'uccisione di Matteotti, fu conquistato la sua bontà e dalla simpatia irresistibili...». Poco o nulla invece si sapeva di un terzo agguato: «Una notte, fu sorpreso mentre dormiva in un fienile in una casa ospitale nella periferia di Parma. Più abile dei suoi aguzzini, sfuggì alle loro revoltellate». Anche Vittorio, dopo la marcia fascista su Roma, era tra gli obiettivi dei sicari fascisti di Parma. Per questo emigrò a Parigi. «Anche in Francia passammo un periodo molto brutto...» ricordava Gianfranco. «Eravamo tenuti sotto osservazione dai fascisti italiani... dalle spie italiane». Il padre Vittorio dopo aver lavorato al Corriere degli Italiani aveva fondato a Parigi il quotidiano L'informazione. Il primo numero uscì il 15 ottobre 1933, ma il quotidiano durò solo qualche mese. «Da rue du Vert - Bois ci siamo trasferiti a Bry Sur marne, un sobborgo di Parigi. Sempre spiati...» ricordava Gianfranco. In quel periodo la polizia segreta fascista mandò a Roma un rapporto su Vittorio: «Vi ha installato una tipografia con l'appoggio di 'Giustizia e Libertà (dei fratelli Rosselli) per la stampa di circolari e opuscoli di carattere riservato». Nel 1935 anche il padre fu espulso dalla Francia. Si ritrovò in Belgio senza lavoro e con tre figli da mantenere.

«In Belgio vivevamo con molte difficoltà perché non conoscevamo nessuno e la polizia fascista continuava a premere contro di noi» raccontava Gianfranco con mestizia. Dopo 11 anni d'esilio Vittorio decise di chiedere al regime di tornare in Italia. Il 19 settembre 1935 Gianfranco rientrò con la famiglia in Italia per il valico del Brennero. Il padre Vittorio andrà a combattere nella guerra d'Etiopia, ma ritornerà in Italia in tempo per una ultima tragica notizia: «Eravamo in Italia quando abbiamo ricevuto la notizia che zio Guido era stato ucciso in Spagna. Papà era addolorato, molto addolorato. Eravamo tutti molto tristi» raccontava Gianfranco. All'eroe delle Barricate di Parma e della Guerra di Spagna il Governo repubblicano spagnolo tributò tre onoranze funebri: a Madrid, Valencia e Barcellona. Nella città catalana parteciparono all'addio a Guido Picelli un fiume di persone, il Console generale dell'Urss, il leggendario Vladimir Antonov-Ovseenko, il comandante militare dell'insurrezione di Pietrogrado che conquistò il Palazzo d'Inverno durante la rivoluzione del 1917, i rappresentanti degli anarchici e delle altre forze politiche repubblicane. L'imponente funerale di Stato, vigilato da un servizio d'ordine mai visto a Barcellona, non dissipò i dubbi sulla morte dell'eroe di Parma e della Spagna che erano emersi in quei giorni.

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