Cultura

E' morto Tullio De Mauro

E' stato tra i più grandi studiosi di linguistica italiani. Fu ministro dell'Istruzione. Era presidente della fondazione Bellonci

E' morto Tullio De Mauro

De Mauro con gli alunni di una scuola elementare

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E’ morto a Roma a 84 anni il celebre linguista Tullio De Mauro, docente universitario, già ministro della Pubblica Istruzione e presidente della Fondazione Bellonci, che organizza il premio Strega.

«Il sogno di Cattaneo e Manzoni che l’italiano divenisse lingua nazionale parlata dai più è oggi realtà» amava sottolineare Tullio De Mauro ricordando le profondissime trasformazioni avvenute negli ultimi 70 anni, dal dopoguerra a oggi, nell'uso della lingua, legato a un’evoluzione sociale e culturale, alla scuola dell’obbligo e alla diffusione della radio e della televisione. Un sogno di cui De Mauro, scomparso oggi a 84 anni, è stato testimone e critico attivo, non solo studioso che registra, ma anche intellettuale che interviene e partecipa, anche accettando incarichi pubblici, da consigliere regionale del Lazio (1975-89) sino a Ministro della Pubblica Istruzione dal 2000 al 2001 nel governo Amato, passando per mille incarichi istituzionali.

Il suo nome resta certamente legato a quella «Storia linguistica dell’Italia unita» del 1963 (ristampata di continuo e aggiornata più volte sino alla pubblicazione dell’aggiunta «Storia linguistica dell’Italia repubblicana» del 2014) che fu un saggio abbastanza rivoluzionario non solo per come affrontava varie questioni e problemi controversi e poco studiati, ma soprattutto per aver strettamente legato la storia della lingua a quella della crescita sociale del paese, raccontando la storia degli italiani e di come si sono impadroniti di una lingua comune da analfabeti quelli erano al momento dell’Unità, ponendo attenzione alla demografia, all'immigrazione e gli spostamenti interni come momento di rafforzamento del senso unitario, al rapporto città campagna, istruzione e informazione.

Accanto ai lavori scientifici, alla riscoperta con la cura e la traduzione nel 1997 del «Corso di linguistica generale» di De Saussure, sino agli studi semantici come dimostra, per esempio, il suo «Senso e significato - Studi di semantica teorica e storica», accanto ai premi, le onorificenze e le lauree honoris causa, c'è da ricordare il suo lavoro culturale, quello didattico non solo universitario e la lunga e molteplice attività giornalistica. Proprio la sua versatilità e le sue qualità culturali, capaci di spaziare dalla letteratura alla scienza, con una vena ironica naturale e di ottima comunicativa, ne hanno fatto col tempo un personaggio amato e conosciuto, protagonista di dibattiti e trasmissioni tv, della vita culturale del paese, come dimostra anche il suo incarico quale presidente della Fondazione Bellonci che gestisce il Premio Strega, che ha tentato di rinnovare negli ultimi anni.

Nato a Torre Annunziata (Napoli) il 31 marzo 1932, De Mauro era laureato in glottologia, allievo di Pagliaro, ordinario di glottologia prima a Napoli e poi a Roma, è stato nel 1967 il primo docente italiano di Linguistica generale a Palermo, quindi a Salerno e infine dal 1974 al 1996 professore ordinario di Filosofia del linguaggio alla Sapienza di Roma, dal 1996 ordinario di Linguistica generale, dal 1 novembre 2004 ordinario fuori ruolo, dal 2007 professore emerito.

La sua attività di studioso ha sempre avuto anche un risvolto ideologico e politico con un particolare impegno per la didattica e diffusione della lingua, sia a livello scolastico che sociale, come dimostra la sua collaborazione a una rivista come «Riforma della scuola» o la creazione del giornale «Due parole» per ragazzi con difficoltà linguistiche o analfabeti di ritorno il cui assunto era quello di spiegare tutto usando non più di 2000 parole. Autore di numerosissime pubblicazioni, la sua opera più impegnativa e monumentale, frutto del lavoro di anni, è stata il «Dizionario italiano dell’uso» in sei volumi (7mila pagine e 250mila lemmi) per la Utet (per cui ha curato un «Dizionario dei sinonimi e dei contrari»), di cui è stato ideatore e coordinatore, che segna un momento fondamentale nello studio e la registrazione della nostra lingua, così come viene scritta e parlata sia storicamente sia attualmente e da cui è nata la scelta dei 160.000 lemmi per le 3.000 pagine del «Dizionario della lingua italiana» Paravia che porta il suo nome.

Puntuale e chiaro in ogni suo intervento, come quando, davanti alle solite polemiche puriste, spiegava dati alla mano che c'erano molte più italianismi nell'Oxford Dictionary che anglicismi nei nostri vocabolari, non smetteva mai di battersi per una crescita culturale del paese, sinceramente preoccupato dell’analfabetismo di ritorno ma ancor più dalla mancanza di aggiornamento e curiosità della gente, della non abitudine alla lettura anche di professionisti, dopo gli studi scolastici. Solo un anno fa ribadì pubblicamente che «Il 70% degli italiani non capisce quello che legge» ricordando che 8 persone su 10 hanno difficoltà a utilizzare quello che ricavano da un testo scritto, 7 su 10 hanno difficoltà abbastanza gravi nella comprensione, e vi sono 5 milioni di italiani che hanno una quasi completa incapacità di lettura,stando a studi nazionali e internazionali.

«Le parole circondano il presente, ogni istante del nostro presente - aveva scritto in apertura della sua «Prima lezione sul linguaggio» - Ci accompagnano quando parliamo con altri o leggiamo e scriviamo, ma anche nel silenzio e perfino nei sogni. E dal presente più immediato discendono verso il passato e si protendono verso il futuro, coinvolgendo anche pensieri, volontà, coscienze», per questo era preoccupato da quanto poca, reale comprensione e coscienza delle parole vi fosse nel nostro Paese, come dimostra il degrado del dibattito politico, specchio della mancanza di progetti e idee, di una capacità di elaborazione linguistica che è naturale difesa della democrazia. E forse questa preoccupazione è la sua vera eredità, quella cui far riferimento per intervenire e agire ora che lui non c'è più.

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