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Maratona, Occidente

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di Sergio Caroli

Forse nessun evento ha influenzato il corso della storia mondiale così profondamente come la battaglia che il 12 settembre di 2500 anni fa vide fronteggiarsi nella piana di Maratona, a quarantadue chilometri da Atene, gli opliti ateniesi e l’esercito persiano. Se le armi del più potente impero che mai si fosse visto - si estendeva dall’Indo alla catena del Pindo, dalle pendici del Caucaso alla prima cateratta del Nilo - fossero uscite vincitrici, non avremmo avuto il «miracolo greco», quel prodigio di civiltà che al genere umano ha lasciato in eredità creazioni per molti aspetti insuperate in ogni campo: dalla letteratura al teatro alle arti figurative alla filosofia al pensiero politico alla scienza e allo stesso sport, prodotto anch’esso dell’Ellade. Nessuno scrittore di nessuna letteratura ha avuto come Ugo Foscolo la coscienza chiara delle dimensioni di quell'evento destinato a scavalcare i secoli e i continenti e a imprimere il suo sigillo sui caratteri della civiltà planetaria: nel carme dei «Sepolcri» egli ha eternato in versi di omerica potenza il senso della battaglia «in Maratona / ove Atene sacrò tombe ai suoi prodi». Fu assai più che uno scontro militare, fu la contrapposizione mortale di due universi e due culture: da una parte un impero semibarbarico che si reggeva sul dispotismo dei satrapi, filiazioni dell’autocrazia del «Re dei re», dall’altro la civiltà ellenica, rappresentata da Atene, fondata su una autonomia politica dalla quale sorgeva alla luce la prima forma di democrazia, seppure incompiuta, della storia dell’umanità. Ma come andarono le cose a Maratona? Non si comprende la battaglia senza il quadro degli eventi che la precedettero. Negli anni 500-494 a.C. le colonie ioniche dell’Asia Minore si ribellano al dominio persiano, ricevendo il sostegno di Atene. Schiacciata la rivolta, i Persiani distruggono Mileto, deportandone gli abitanti in Mesopotamia. Nel 492 occupano Tracia e Macedonia e pretendono dalle città greche, come segno di resa, l’invio dell’acqua e della terra. Al rifiuto di Sparta e Atene, Dario I, il re di Persia, organizza l’invasione della penisola greca che intende sottomettere. La flotta persiana, distrutta Eretria, sbarca nel 490 nell’Attica. Le città greche della Beozia e della Tessaglia si arrendono al nemico, mentre Atene decide di resistere e chiede aiuto a Sparta e Platea. Al comando di Milziade 9.000 opliti ateniesi - ai quali si aggiungono i mille giunti da Platea - marciano su Maratona. Gli aiuti inviati da Sparta giungeranno tardivi. Forti della loro schiacciante superiorità numerica, i Persiani sperano nella resa di Atene: Dati, il loro comandante, dispone di 15.000 combattenti probabilmente schierati con una profondità di dieci uomini. Gli ateniesi, accampati sopra un’altura che chiude la piana di Agrieliki, controllano le strade verso la città e i movimenti del nemico. Per qualche giorno gli eserciti restano immobili. Per evitare accerchiamenti Milziade distribuisce il suo esercito su un ampio fronte, al cui centro, schierata su tre file, è la fanteria pesante, mentre sei file di soldati stanno sulle due ali. Quel giorno ha lui il comando: prevede che gli opliti affrontino i Persiani, a pari numero, in lotta corpo a corpo; ma Milziade sa pure che gli arcieri di Dati scaglieranno frecce a non finire allorché gli opliti siano a tiro. Per ridurre il pericolo dovranno percorrere di corsa gli ultimi duecento metri. Quando s'accorge che i Persiani muovono verso le trincee greche, Milziade ordina un contrattacco che coglie di sorpresa l’avversario. La battaglia durerà non più di un mattino. Correndo sotto una pioggia di frecce gli opliti investono i persiani. Lo scontro è violentissimo. Alla fine Persiani e Saci, loro alleati, sfondano il centro ateniese rigettando gli opliti verso l’interno. Ma sulle due ali i Greci sbaragliano gli avversari accerchiandoli, e per loro è la fine. Inseguiti fino al loro campo, ingaggiano una strenua ma inutile resistenza. Il grosso dell’esercito persiano riesce però a raggiungere le navi, delle quali solo sette sono catturate. Filippide (o Fidippide, altre fonti indicano un tale Eucle), araldo ateniese, fu inviato ad annunciare la vittoria percorrendo di corsa la distanza fra Maratona ad Atene; arrivato a destinazione, disse solo  «siate felici, abbiamo vinto!» o, più semplicemente, «siamo vincitori» e poi cadde morto, stremato dalla fatica. Gli Orientali lasciano sul terreno 6.400 uomini; solo 192 i Greci caduti, secondo Erodoto, ma è esagerazione nazionalistica. La flotta persiana doppia Capo Sunio: spera di sorprendere Atene indifesa. Ma gli opliti di Milziade raggiungono la città prima del loro arrivo, vanificando ogni attacco. I Persiani sono costretti a far vela verso l’Asia Minore. Il primo tentativo d’invasione asiatica è respinto. Dieci anni dopo, le Termopili, Salamina e Platea vedranno la sconfitta definitiva di re Serse, succeduto a Dario I. A Maratona i Greci non salvarono solo il loro mondo e la loro cultura, salvarono l’Occidente. Eschilo considerò quella battaglia, alla quale aveva partecipato, come vittoria della libertà sulla schiavitù; libertà intesa come autogoverno, del quale è filiazione quella libertà di parola che il grande tragico proprio nei «Persiani» così celebra: «E per i mortali la lingua non è più prigioniera; perché il popolo - sciolto il potere del giogo - è stato sciolto a dire parole libere». Eugenio Garin,  nostro massimo storico del Rinascimento, in un’intervista rilasciata poco prima della morte, alla domanda in quale epoca avrebbe voluto vivere rispose: «Nell’Atene del IV secolo»: la stessa civiltà rinascimentale sarebbe impensabile senza quella greca.

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