Arte-Cultura

Piranesi, le stampe «profetiche»

Piranesi, le stampe «profetiche»
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di Pier Paolo Mendogni

Pochi artisti hanno influenzato tanto l’arte, il gusto, la moda di un secolo quanto Giovanni Battista Piranesi (1720-1778), il poliedrico veneziano che ha affascinato Roma e tutta l’Europa della seconda metà del Settecento. La Fondazione Giorgio Cini lo celebra in una mostra in corso a Venezia nella sede dell’Isola di San Giorgio (fino al 21 novembre, catalogo Marsilio), che ha come titolo «Le Arti di Piranesi architetto, incisore, antiquario, vedutista, designer» per sottolineare la complessità culturale del personaggio. E l’architetto Michele De Lucchi l’ha acutamente ideata con un suggestivo e stimolante percorso espositivo nel quale le eccezionali storiche stampe (circa trecento) vengono affiancate da creazioni moderne, eseguite dal laboratorio madrileno Factum Arte, che danno concretezza materiale ai geniali disegni del veneziano, il quale ha voluto «ricreare» alcuni pezzi antichi destinati al mercato antiquariale col risultato di diffondere un nuovo gusto per l’antico che influenzerà architetti, artisti, decoratori sfociando nel neoclassicismo, indubbiamente più rigoroso e depurato da certe piranesiane concessioni alla spettacolarità del «meraviglioso» barocco e alla luminosa sensibilità rococò. «L'esposizione - come scrive Pasquale Gagliardi - offre inedite letture dell’immaginazione, allo stesso tempo colta e visionaria, dell’artista veneziano. Il suo lavoro, infatti, pur incentrato sul passato, anticipa il futuro e i suoi metodi di lavoro prefigurano il ruolo dell’architetto e del designer contemporanei». Piranesi è genio poliedrico. La sua formazione giovanile è quella di architetto, fatta con gli architetti Matteo Lucchesi, Giovanni Scalfarotto e col prospettivista Carlo Zucchi, ma quando ventunenne arriva a Roma si appassiona subito alla città, ai suoi monumenti, alle sue vedute e li disegna con modalità venete con grafia immediata e pittorica. Vicino all’incisore Giuseppe Vasi, suo maestro romano, sperimenta lentamente un nuovo linguaggio vedutista più consono ad essere tradotto in incisione. Nel '44 torna per qualche tempo a Venezia e resta colpito dalla maniera di Marco Ricci e dai Capricci di Giambattista Tiepolo, dalla loro scioltezza che adotterà nelle invenzioni di fantasiosa freschezza mentre quando affronta le imponenti vestigia romane, le fabbriche colossali usa una volumetria monumentale, scenografica. E tra il 1746 e il '48 Piranesi comincia a dedicarsi stabilmente alla divulgazione della rappresentazione di Roma con quelle «vedute» cui è dedicata l’ultima parte del percorso espositivo. Negli anni Settanta del secolo scorso la Fondazione Cini ha acquisito «un lotto di ventidue volumi in folio comprendenti la raccolta pressoché integrale delle incisioni dell’artista» oltre alle numerose tavole incise dal figlio Francesco fino al 1809. Venti di questi volumi fanno parte della serie dell’edizione completa delle opere di Piranesi, edita da Firmin Didot e stampata in Francia dal 1835 al 1839: una rarità assoluta. Infatti, dopo la morte dell’artista nel 1778, furono i figli Pietro e Francesco a portare avanti l’incisione delle opere del padre, ma nel 1799 i rami originali vennero portati a Parigi da Francesco Piranesi, costretto a fuggire da Roma in seguito alla caduta della Repubblica Romana di cui era stato un fervente sostenitore. Nasceva la Calcografia Piranesi Frères ma dopo la morte di Francesco (1810) duemiladuecento rami venivano venduti e l’opera piranesiana sarà più tardi ristampata. Nel 1839 i rami erano acquistati dalla Calcografia Camerale Pontificia per volontà del papa Gregorio XVI. Già nelle prime rappresentazioni di Roma Piranesi si distanzia nettamente da quelle che erano le «regole» del vedutismo in quanto i monumenti non vengono contestualizzati con precisione nel paesaggio urbano e la descrizione è limitata all’essenziale. Quando però il suo sguardo si posa sulle «Antichità romane» le rovine vengono viste nella grandiosità della loro dimensione storica e i monumenti si dilatano nello spazio uscendo dagli stretti margini del foglio e accentuando così la loro imponenza. Anche i contrasti luminosi si accentuano e alcune parti architettoniche vengono messe violentemente in evidenza mentre altri particolari sono immersi in un’oscurità che provoca uno straniamento paesaggistico, creando atmosfere irreali. Questo ingorgarsi nel nero raggiunge l’apice nelle sconvolgenti «Carceri d’invenzione» che hanno suggerito a Marguerite Yourcenar la famosa definizione per Piranesi di «mente nera».  Sono scene di un movimentato titanismo, di una allucinante drammaticità insieme a una profonda tristezza che ritroviamo negli ultimi anni pure nella descrizione delle rovine: una tragica malinconia che fa di Piranesi un precursore dello spirito romantico pur essendo sempre presente in lui l’equilibrio della classicità che gli deriva dall’amore per le antichità romane. E’ una mostra che esalta la fantasia creativa dell’autore, la sua abilità di incisore e la sua straordinaria capacità di far rivivere la grandezza del passato con occhi moderni. 

 

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