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Corridoni, penna libera ed eroica

Una gloriosa testimonianza di impegno politico e morale

Corridoni, penna libera ed eroica
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Tutti noi abbiamo ben presente Ilaria Alpi e gli altri, tantissimi, giornalisti e cronisti caduti sui più recenti fronti di guerra. Non tutti, però, credo sappiano che durante le Prima Guerra Mondiale caddero ben 160 giornalisti, i due terzi dei quali decorati con riconoscimenti al Valor Militare e 10 con medaglia d’oro. Uno di questi caduti, decorato con medaglia d’argento (poi convertita in medaglia d’oro) al Valor Militare, è particolarmente legato a Parma, al punto che il monumento a lui dedicato, che di fatto dà il benvenuto in Oltretorrente dal Ponte di Mezzo, è diventato uno dei simboli della città. Mi riferisco a Filippo Corridoni, di cui ricorre quest’anno il 130° anniversario della nascita. A questo straordinario personaggio: giornalista, sindacalista, interventista, volontario di guerra è dedicato il saggio curato da Paolo Martocchia, che raccoglie, attorno allo scritto «Sindacalismo e Repubblica», dello stesso Corridoni, gli interventi dei numerosi intellettuali che parteciparono al convegno organizzato nella nostra città dal Circolo Filippo Corridoni il 15 settembre del 2015, in occasione del centenario della morte. Il volume, edito da Idrovolante Edizioni (210 pagine, 14 Euro), parte da una prefazione di Enrico Nistri ed è costruito attorno all’evoluzione del personaggio Corridoni, ne ricorda le origini di sindacalista, ideologo e fervente partecipante a quello sciopero dei braccianti a Parma nel 1908, che fu l’antesignano degli scioperi generali che tanti in quegli anni andavano teorizzando, secondo la dottrina marxista. Corridoni era, però, uno spirito libero che, giovanissimo, comunicava le proprie idee da giornalista efficace, dotato di scrittura pungente e matura, nonostante avesse frequentato una scuola industriale. Corridoni scrive sul giornale “L’Internazionale”, organo della Camera del Lavoro sindacalista rivoluzionaria di Parma, poi pubblicato anche a Milano e Bologna, partecipa alla scissione della Camera Generale del Lavoro, che da origine all’Unione Sindacale Italiana di De Ambris, cui Corridoni aderisce, diventandone referente a Milano. Giornalista affermato, diventa anche scrittore compiuto e, dopo essersi a lungo professato antimilitarista, decide di sposare l’interventismo, al sollevarsi dei primi venti di guerra anche per l’Italia e, ripresa la pubblicazione del suo “Avanguardia”, scrive: «La immane catastrofe in cui è piombata l’Europa ha fatto crollare come fragili impalcature di palcoscenico tutte le costruzioni ideali ed umanitarie che i popoli avevano eretto in quarant’anni di pace e di lavoro fecondo... Ma vi sono avvenimenti che scuotono la fede più cieca ed incrollabile: la guerra europea è uno di quelli. Noi non credevamo al tradimento dei proletari tedeschi ed austriaci: s’è consumato. Quando i nostri governanti ci prospettavano la possibilità di una guerra europea che travolgesse l’Italia - e ne traevano conseguenza gli armamenti indispensabili - noi negavamo violentemente e rispondevamo trionfanti che se anche tale ipotesi avesse la possibilità di realizzarsi, lo sciopero generale insurrezionale del proletariato all’atto della mobilitazione avrebbe stroncato la guerra sul nascere. Ci illudevamo. I fatti ci hanno dato la più solenne smentita, e noi se non siamo dei caparbi, della gente che vuole avere ragione ad ogni costo, siamo in dovere di riconoscere che non vedemmo giusto, e siamo in obbligo quindi di riprendere in esame tutti i nostri piani di guerra per conformarli alle esigenze della mutata situazione». Così, nonostante fosse affetto da grave tisi, volle partire volontario per il fronte dove, alla «Trincea delle Frasche», vicino a Redipuglia, trovò la morte in un’azione eroica. Il suo più bell’autoritratto, però, è sulla quarta di copertina del libro: «Ho amato le mie idee più di una madre, più di qualsiasi amante cara, più della vita. Le ho servite sempre ardentemente, devotamente, poveramente. Ché anche la povertà ho amato, come San Francesco d’Assisi e fra’ Jacopone, convinto che il disprezzo delle ricchezze sia il migliore ed il più temprato degli usberghi per un rivoluzionario».

Sindacalismo e repubblica

di Filippo Corridoni

Idrovolante, pag. 210,14,00

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