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Parma romana racconta

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Sara Santoro, già docente di Archeologia e Storia dell’Arte Greca e Romana e di Metodologia della Ricerca Archeologica presso l’Università degli Studi di Parma, è autrice del saggio «Gusto, cultura artistica e produzione artigianale in Parma romana» all’interno del volume Parma romana (MUP Editore 2009).


Fra le molte facce di Parma che la Storia di Parma, volume II, Parma romana racconta, c'è anche quella di antica città d’arte, piena di belle case ben decorate e monumenti pubblici e privati. 
Solo alcuni di questi si sono salvati dall’avvicendarsi del tempo, dalla metabolizzazione di una città a continuità di vita. 
Dalla caduta dell’impero romano, la difficoltà di procurarsi rapidamente materiale lapideo di buona qualità, vuoi per difendersi da alluvioni arginando fiumi, vuoi per costruzioni militari o religiose, ha portato al «consumo» e alla distruzione delle antiche pietre e ha nascosto sotto i nuovi palazzi i preziosi pavimenti, i tesori occultati nei tempi difficili, le tracce materiali di un tempo lontano in cui questa fu una città ricca e colta e una splendida vetrina dell’impero.
La perdita dei contesti di appartenenza dell’arte, tanto privata quanto pubblica - salvo che per i materiali del teatro - e l’esiguità dei resti dissepolti dagli archeologi (pochi metri di muri, un fazzoletto di mosaico, frammenti difficili da ricomporre in una unità) ci rende arduo immaginare l’aspetto di Parma romana: i portici ricchi di statue, i templi imponenti come il Capitolium e i piccoli, antichissimi sacelli, le piazze piene di altari e sculture, le ricche fontane e le porte della città decorate da raffinati rilievi. E ancora le necropoli poste fuori dalle mura, lungo le strade principali che si dipartivano a raggiera, congiungendo Parma al resto dell’impero e lungo le quali si allineavano sontuosi monumenti sepolcrali e più modesti recinti e stele, declinando così, ad uso del viaggiatore, la complessa stratificazione della popolazione parmense, in un sorta di introduzione e di sintesi pietrificata della città, del suo articolarsi in ordines e in gentes, ma anche della sua cultura e del suo gusto artistico.
 Ancor più complesso diventa ipotizzare il dialettico rapporto fra committenti e artefici, fra i magistrati locali e gli scultori che venivano spesso di lontano, da Roma stessa per eseguire gli importanti monumenti che dovevano celebrare il potere imperiale, ma anche fra i ricchi proprietari delle domus e i mosaicisti arrivati con i loro album di motivi decorativi, figure, colori, intrecciate cornici, proposte per preziosi pavimenti, fra cui il dominus poteva scegliere ciò che meglio lo rappresentava, che più corrispondeva al suo gusto e alla sua volontà di esaltazione della propria casa, della propria famiglia e di se stesso.
 Altrettanto accadeva per i monumenti funerari: architetti e scultori proponevano ai committenti bozzetti e descrizioni, frutto di una lunga tradizione di bottega arricchita di esperienze molteplici, provenienti dai diversi ambiti culturali dell’Italia e dell’impero.
 Girovagando sotto gli archi della Pilotta, è possibile così scoprire, nell’ombra fitta del portico in cui sono ricoverate altre grandi epigrafi, stele e residui dell’antichissima città, due splendidi leoni funerari che si affrontano ruggenti, pronti al balzo, con la testa girata di tre quarti rispetto all’asse del corpo, in un movimento dinamico e aggressivo. 
La criniera voluminosa è definita accuratamente in ciocche serpeggianti. I fianchi mostrano nitidamente le costole e le vene, con efficace risalto plastico e naturalistico. La coda si attorciglia al corpo, in una nervosa tensione.  Furono trovati in strada d’Azeglio e sono ciò che resta di un grandioso monumento sepolcrale che doveva celebrare un ricco personaggio di Parma e la sua famiglia. 
Siamo tra la seconda metà del I secolo a.C. e i primi decenni del I secolo d.C., in quella età augustea che fu in tutta l’Italia settentrionale, ed anche a Parma, un momento di grande sviluppo economico e fioritura culturale. I due leoni sono realizzati in pietra di Vicenza, giunta qui certamente grazie alla rete di trasporto fluviale, e appartengono a una tipologia monumentale di gusto ellenistico, che mescola modelli dell’Asia Minore e linguaggio figurativo centro-italico. Ne sono un esempio il monumento a tamburo di Sepino, o quello a edicola cuspidata, di Aquileia ma anche di Pompei. 
Tombe di questo tipo e dimensione erano presenti a Modena, come testimoniano i due leoni, anch’essi databili all’età augustea, che si possono ancora ammirare ai lati della porta principale del Duomo, dove furono riutilizzati. 
Un altro leone abbastanza simile a quelli parmensi è stato trovato, nel 2009, in località Fossalta (Modena), lungo l’antica via Aemilia. 
Nella tipologia di questi monumenti funerari di grande impegno architettonico e decorativo, oltre che economico, i leoni simmetrici, due o quattro, di solito erano collocati a coppie sul basamento parallelepipedo inferiore che sosteneva il tempietto, cilindrico, con le statue dei defunti qui celebrati. 
In quel complesso contesto architettonico, ricco di implicazioni culturali, essi svolgevano la funzione di metafora visiva della violenza della morte, ma anche, per il valore connotato di belva regale, di elemento di esaltazione e nobilitazione dei defunti di quel monumento. 
L’intrico di significati, di modelli e suggestioni culturali sotteso a queste due splendide opere d’arte antica illustra bene la complessità della cultura, privata e pubblica, di questa città nell’età d’oro dell’imperatore Augusto.
SARA SANTORO
 

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