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Arte-Cultura

La sovrana illuminata

La sovrana illuminata
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 di Pier Paolo Mendogni
Collocata dagli storici sullo sfondo di un palcoscenico dominato dalle presenze maschili, Luisa Elisabetta di Francia - moglie di don Filippo di Borbone, duca di Parma, Piacenza e Guastalla - si  proietta invece in un prestigioso ruolo di protagonista sull'esempio di quelle sovrane - come sua suocera Elisabetta Farnese regina di Spagna - che con intelligenza e astuzia hanno saputo intessere lungimiranti strategie politiche. Ad accendere i riflettori sulla sua figura è un convegno internazionale di studiosi che hanno approfondito la sua illuminata azione di sovrana e di madre, col quale si concludono le celebrazioni del  250esimo anniversario della sua scomparsa, sostenute dalla Fondazione Cariparma, che ha già promosso nella sua sede due mostre, e dal Dipartimento di Ingegneria civile e Architettura dell’Università di Parma. «Una figlia di Francia in Italia» con la specificazione «Ambizioni politiche, mire dinastiche e strategie artistiche alla Corte di Luisa Elisabetta di Borbone. Parma 1749-1759» è il titolo del meeting aperto al pubblico, organizzato dai docenti universitari Carlo Mambriani e Gianfranco Fiaccadori, che si terrà da giovedì  a sabato nei tre palazzi abitati dalla duchessa: il palazzo del Giardino Ducale di Parma (ore 10 e 15: le corti), la rocca di Sala Baganza (venerdì 10,30 e 15: i personaggi) e la reggia di Colorno (sabato 9,30 e 15: le arti). Sposa bambina a soli 12 anni, Babet - così chiamata dal padre Luigi XV - nel 1739 lasciava Versailles per l’austera corte di Madrid dove dominava la regina Elisabetta, impegnata a tramare per assicurare troni ai suoi figli. E col trattato di Aquisgrana (1748) riusciva a far assegnare al secondogenito Filippo il ducato di Parma: una soluzione che pareva transitoria, di passaggio, poiché i giovani coniugi avevano mire più ambiziose tanto che inizialmente si limitavano a recuperare le residenze farnesiane e concentravano il loro interesse sugli arredi mobili nonché sul rifacimento dei giardini e dei parchi di caccia. A Parma Luisa Elisabetta arrivava nell’ottobre del '49 con la figlia Isabella di 8 anni e un seguito di ben trentasette carrozze con abiti, oggetti per la casa e arredi, dopo essersi fermata alcuni mesi dal padre alla corte di Versailles, doveva aveva avuto modo di apprezzare l’azione della «favorita» marchesa di Pompadour, ispiratrice della politica del rinnovamento delle arti di Luigi XV. E appena insediatasi nella sua piccola capitale la duchessa metteva a frutto la lezione di Elisabetta nel campo matrimoniale (riuscendo a preparare un futuro di regina per la sfortunata Isabella col matrimonio con l’arciduca d’Austria Giuseppe) e quella di Madame de Pompadour per un rinnovamento delle arti in funzione politica. Lo stato parmense, infatti, era nato con una pesante ipoteca spagnola poiché Ferdinando VI  si era riservato di designare il primo ministro dell’Infante, di rappresentarlo in tutte le sedi diplomatiche con i propri ambasciatori e di sottoporre alla propria approvazione le scelte del governo. Sul piano economico l’Infante - dato il gravoso indebitamento del ducato - riceveva un cospicuo finanziamento annuale da Madrid. A questa pesante pressione politico-istituzionale Luisa Elisabetta rispondeva prendendo come consigliere l’abile Guillaume Du Tillot e chiamando dalla Francia architetti, artisti, filosofi, artigiani per creare un nuovo clima intellettuale e politico, un nuovo gusto nel costume, nell’arredamento che rispecchiasse le innovative idee che si sviluppavano in Francia, dove si stava manifestando con l’illuminismo un radicale mutamento culturale e estetico con l’abbandono del rococò e l’emergere di un «gusto alla greca». L’arrivo di tanti francesi non era ben visto da molti parmigiani in quanto i nobili trovavano difficoltà a inserirsi a corte, gli artigiani avevano meno lavoro e alcuni intellettuali si sentivano in uno stato di inferiorità; inoltre l’incremento della popolazione aveva peggiorato le condizioni abitative. Una buona integrazione si avrà solo negli anni Sessanta. Alla presenza dei francesi in loco si aggiungeva l’arrivo da Parigi di splendidi mobili, raffinate porcellane di Sèvres e di Meissen, brillanti tappezzerie, libri dei più illustri pensatori: Parma diventava una città cosmopolita di livello europeo; nasceva l’Accademia di Belle Arti, si chiamavano letterati e musicisti, si tentava la riforma dell’opera in musica italiana con Carlo Innocenzo Frugoni e il compositore Tommaso Traetta in un fervido clima che avrà positivi riverberi anche in campo politico così da accrescere l’autonomia del ducato e trovare una più autorevole collocazione in campo europeo. Questo risultato è stato ottenuto grazie all’acuta strategia politica del Du Tillot e della duchessa Luisa Elisabetta, che purtroppo è prematuramente scomparsa nel dicembre del 1759, a soli 32 anni, mentre si trovava a Versailles in visita al padre e non ha potuto assistere al coronamento dei suoi sogni: il matrimonio di Isabella con Giuseppe d’Asburgo e la straordinaria trasformazione di Parma in «Atene d’Italia».

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