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Brera, una prosa maestosa come il Po

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Stefano Rotta

Se il vino di Lino Maga, mago del Barbacarlo, sa di uva e lavoro, e non di invadenti barrique, l’inchiostro di Gianni Brera, giornalista, poeta, narratore, è sporco di terra, umido come la Bassa, viene avanti maestoso come Po: per questo è nobile, e grande più di tanta letteratura italiana, bolsa e autoreferenziale. Perché è vivo, partecipato, sincero: non aulico, non curiale.
Un tributo a Brera, e anche un assaggio di questa prosa – maestria, saggezza, tecnica, amicizia che trasuda per la palla, per il mondo e per gli amici del suo tavolo – è appena andato in stampa per Limina: i «Quaderni dell’Arcimatto», rivista di studi breriani, 160 pagine per 20 euro.
Gli estensori della pubblicazione parlano di «cuore e ragione»: l’approccio filologico che si deve all’uomo di lettere, e il ricordo che brucia nella scrittura come brindisi all’amico vero, al collega, al simposio; una fucilata in golena, una notte, una partita a San Siro in sala stampa. 
La prosa di Gianni Brera vive di concinnitas e generosità, solo apparente è la contraddizione. Giuanèn nasce a piedi nudi, come i bambini di Po prima della guerra. Cresce di «poco e laborioso pane», scriverà poi, in versi. Mischia la concretezza lombarda e contadina delle parole, alle vampate poetiche nel mito, all’incedere possente, alle divagazioni agricole e a quel modo di scrivere del quale dice Gianni Mura nell’epitaffio: «Meglio una riga in più di una in meno, qualcuno le taglierà». Generosità, ben inteso, non solo di polpastrelli, ma di tazze, di sigarette, di vita. «Meglio un’ora in più con gli amici di una in meno», rammenta Claudio Rinaldi, riportando il pezzo di Mura. Vivendo e scrivendo, «non si può essere avari». Soprattutto se ogni parola ti è costata cara, ed è lì per un suo preciso ruolo, come un calciatore: e si può andare in attacco, o stare ore al catenaccio, ma non giocare in 15, vietato aggiungere qualcosa se non occorre: mai scrivere barocchi, con aggettivi o avverbi altisonanti e inutili: è questo a dividere Brera dalla cosiddetta scuola napoletana, il suono dal significato, la costiera amalfitana dai solchi dell’aratro, il tramonto a mare dal rosso forte e greve delle sere lombarde.
Ma ancora più della prosa, dell’eterna questione dei lombardi intorno allo stile (da Manzoni in poi), conta quel che Brera scrive. Conta il mondo che vede. E che si vede ancora, leggendo. Si sente. I suoi riferimenti culturali sono i miti greci e i contadini di Zerbo, a Po. Sono la nonna che parla in dialetto e il giornalismo elegante, ironico, british; il mondo editoriale degli anni Sessanta, quello, ma si potrebbero portare milioni di esempi, del mondiale anglosassone del 1966. Brera guarda le cose in faccia. Non dipinge quadretti kitch della sua terra, né retorici, né naif: usa invece con mano ferma i ferri del mestiere, dando voce alle voci, e mettendoci del proprio senza indugio e senza uscire dal seminato: come nella frase, da pelle d’oca, «non madre è la terra per i Padani, ma padri sono i Padani della loro terra, cui aggiunsero per millenni la propria carne e le proprie ossa (sui tozzi campanili lombardi, al tramonto, voi vedrete rosseggiare ancora oggi quel sangue tenace)». Alta, semplice, incontrovertibile.
Gianni Brera è stato il padre del giornalismo sportivo propriamente detto, buona scrittura e competenza tecnica: ma non ha chiuso la tradizione precedente in solaio (quella dei «poeti al seguito»); questo si può dire: che Gianni Brera sia stato il Pindaro dell’età classica del calcio, dal Dopoguerra agli anni Settanta, e che già prima di Maradona, Platini e Baggio, avesse intuito la crisi di fondo dell’idea di sport come gioco sacro, nel calcio del business senza fantasia; che, detta da Brera, è vera tre volte: perché è stato un testimone per mezzo secolo dei campi verdi e sabbiosi, perché non ha mai pensato alla fantasia al potere in campo (anzi!), e perché oggi si vedono i risultati di un processo in nuce quando Brera era ancora in sala stampa.
Nel libro non mancano gli spunti di riflessione, fra nostalgia, analisi e nuove idee. Ci sono scritti del figlio Paolo Brera, dell’amico e «biografo ufficiale» Andrea Maietti, di Claudio Rinaldi, caporedattore della «Gazzetta» e coautore con Paolo Brera di «Giannfucarlo. La vita e gli scritti inediti di Gianni Brera»; di Gianluca Oddenino, giovane cronista «de La Stampa», e di altri colleghi ai tempi del «Guerin Sportivo» o del «Giorno». Un fascicolo interessante, ma di certo non l’unico modo di far felice il maestro: bando alle lacrime, meglio un’ora in più con un amico di una in meno! Meglio il rosso che il bianco.

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