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Calvino? Un classico

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di Francesco Mannoni

A25 anni dalla morte, Italo Calvino oggi e domani verrà ricordato a Torino con una singolare cerimonia inserita nell’ambito di Portici di carta, la manifestazione letteraria ideata da Rocco Pinto e giunta alla quarta edizione. La città intende così celebrare uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano con una «passeggiata letteraria» nei luoghi dell’autore di Marcovaldo, e con una «serata letteraria» nella quale la vita di Calvino sarà raccontata attraverso la lettura di sue pagine autobiografiche. Ne parliamo con lo scrittore nonché direttore del Salone internazionale del libro di Torino Ernesto Ferrero, che giovanissimo, negli anni gloriosi della casa editrice Einaudi, lavorò al suo fianco animato da grande passione e dall’insegnamento di un uomo che nella letteratura aveva riposto forza di volontà, coscienza, intuizioni, amori. Nel suo bellissimo libro «I migliori anni della nostra vita» (Feltrinelli 2005) Ernesto Ferrero lo ricordava così: «Era brusco, Calvino, di poche parole. Per timidezza, per l’abitudine al silenzio che gli veniva dagli avi, forse per un riflesso difensivo nei confronti di un padre e di una madre autoritari, che sarebbe stato vano contrastare. L’aveva scritto lui stesso: la parola è una cosa gonfia, molle, un po' schifosa, mentre ogni tipo di comunicazione dovrebbe essere improntato a un massimo di precisione, d’economicità».

Ferrero, qual è oggi, a distanza di anni, il suo ricordo di Calvino definito da qualcuno brillante letterato?
Calvino è molto più che uno scrittore brillante: è uno scrittore necessario, un costruttore di microscopi e telescopi che ci insegna a vedere, un cartografo che costruisce mappe sempre più esatte del labirinto che noi stessi abbiamo costruito, e in cui ci siamo persi.

Com'era il suo comportamento nell’ambito della casa editrice? E’ vero che dopo Einaudi era un po' quello che decideva su tutto per quanto riguardava la scelta dei libri da pubblicare?
Era un gran lavoratore, al pari del suo maestro Pavese. Diceva di aver consumato la sua vita sui libri degli altri, ed era vero. Si adattava con semplicità, con umiltà al lavoro di gruppo del collettivo einaudiano. Anche quando era diventato famoso, e dunque avrebbe anche potuto imporre all’interno della casa editrice la sua autorevolezza, si guardava bene dal fare la voce grossa o battere i pugni. Al contrario. Era piuttosto deciso se si discutevano libri e autori che non gli piacevano, poteva arrabbiarsi sino allo sdegno: diceva che l’editoria si fa soprattutto con i no. Se invece doveva presentare qualche proposta sua assumeva un tono sommesso, quasi esitante. Sottolineava i difetti più che i meriti.

Quali furono i suoi rapporti con Calvino?

All’inizio mi sono preso delle robuste e sacrosante bacchettate, che sono poi quelle che insegnano a lavorare. Gliene sono grato. Era un uomo notoriamente taciturno, riservato, parsimonioso (ma anche molto spiritoso), che alle parole preferiva l’etica del fare. L’ambiente einaudiano gli assomigliava: una famiglia molto coesa malgrado ospitasse forti personalità diverse tra loro. Ci si poteva anche litigare, ma mai per motivi personali, piuttosto per rendere più forte e coerente il progetto al quale lavoravamo tutti con passione.

Fu effettivamente, secondo il suo punto di vista critico, quel grande innovatore della letteratura quale oggi viene considerato?
Calvino pensava la letteratura come una lunga catena, o come una rete in cui tutto si tiene. Ebbene, in questa rete vedo due «nodi» che continueranno a essere fondamentali per chi scrive come per chi legge: Calvino e Primo Levi, che tra l’altro erano amici e affini. Recentemente mi è stato detto da una critica francese che Pavese è un classico mentre gli scritti di Calvino sono solo libri al pari di  tanti altri originali, geniali o fortunati che siano.

Giudizio da tenere da conto o si tratta di un eccesso di valutazione?
È esattamente il contrario. Pavese oggi lo leggiamo con qualche difficoltà, riflette temi e situazioni esistenziali che ci sembrano un po' datate. Allora molto meglio Fenoglio, grandissimo scrittore che non invecchia (ma in Francia non se ne sono ancora accorti, così come è scandaloso che la Pléiade non abbia ancora dedicato un volume a Levi). Calvino risponde invece perfettamente alla definizione di classico che lui stesso ha dato: uno scrittore che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

A 25 anni dalla morte, qual è secondo lei il ruolo di Calvino nella letteratura italiana?

Posso rispondere solo per me: io con Calvino ci dialogo tutti i giorni, quando ho bisogno di capire qualcosa mi vado a leggere le sue pagine, e trovo sempre quel che mi chiarisce le idee. Se continua a essere letto in tutto il mondo, e affascina sempre nuove generazioni di lettori è perchè ci ha insegna un modo di vedere, di fare emergere dal magma confuso delle apparenze i rapporti segreti, le linee di forza, il diritto e il rovescio, il pieno e il vuoto.
I festeggiamenti in preparazione per ricordare Calvino, in che cosa consistono effettivamente e quali risultati si prefiggono?
«Portici di carta» vuole ricordare un torinese d’adozione che qui aveva trovato un habitat congeniale. Di lui parleranno un einaudiano storico, Guido Davico Bonino, e il critico Silvio Perrella; leggeremo sue pagine autobiografiche e in compagnia di Piero Bianucci passeggeremo nei luoghi della sua vita professionale e privata, dalla redazione dell’Unità alla Birreria Mazzini. Sarà un omaggio doveroso, semplice e affettuoso.
 

 

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  • Marco

    21 Settembre @ 18.10

    http://oknotizie.virgilio.it/info/39814a4c68811ca7/francia_hacker_contro_sarkozy_sotto_scacco_l_account_di_twitter_del_ministero_degli_esteri.html

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