Intervista

Cefalonia, luce sull'eccidio

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L’azione della divisione Acqui nell’isola di Cefalonia e a Corfù fu il più importante scontro fra truppe italiane e tedesche nei Balcani dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, ed insieme il primo atto della resistenza di un’Italia libera. A Cefalonia ai combattimenti protrattisi ininterrottamente per un’intera settimana, dal 15 al 22 settembre, seguì l’eccidio in massa dei militari italiani che si erano arresi, dopo aver combattuto, eseguendo gli ordini del proprio governo. Gli anni recenti hanno visto il moltiplicarsi delle pubblicazioni sulla strage. La documentazione si è arricchita con i fondi custoditi presso gli archivi storici delle forze armate, cui di recente si sono aggiunti gli incartamenti dei procedimenti giudiziari svolti sia in Italia che in Germania. Gli archivi tedeschi e gli atti dei processi avviati in Germania con l’audizione di militari della Wehrmacht che avevano partecipato all’eccidio hanno consentito ad Elena Aga Rossi – già docente in diverse università e alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione – di ricostruire analiticamente la vicenda, e formulare il giudizio sulle scelte operate dal comando, sull’atteggiamento della divisione e sull’operato di singoli militari nel saggio «Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito» (il Mulino, pp. 246, euro 22). Meritano di essere qui riportate le parole di Massimo Filippini, incondizionatamente sottoscritte dall’autrice: «Certamente non sarebbe possibile erigersi a giudici, senza essersi prima compenetrati profondamente nel dramma di Cefalonia. Tanto meno, senza tener presente lo stato d’animo di coloro che – ignari di gran parte degli avvenimenti in Italia, privi di ordini chiari e di direttive sicure – tutto speravano e attendevano dal Paese, che non fu in grado di mandare soccorso. Giunse solo un telegramma di compiacimento. La triste vicenda è quella di presidio che, a guerra finita, si è trovato tagliato fuori dalla Patria, moralmente e materialmente, e che ha dovuto da sé affrontare e subire il suo destino nel peggior clima di disfatta nazionale e di isolamento».

Professoressa Aga Rossi, secondo alcuni, il generale Gandin, comandante delle truppe italiane, si comportò in modo ambiguo al limite della collusione con i tedeschi. Secondo altri, al contrario, era perfettamente conscio della situazione disperata dalla divisione e prese le uniche decisioni possibili per tentare di salvare i suoi uomini mantenendo l’onore militare. Lei che ne pensa?
L’eccidio della divisione Acqui a Cefalonia ha dato origine a una «memoria divisa» e ad aspre polemiche sulle responsabilità della strage tra i superstiti e tra i familiari dei caduti, che sono continuate finora anche tra gli storici. Per capire che cosa fosse veramente accaduto ho ricostruito giorno per giorno le vicende della divisione sulla base della ampia documentazione edita e inedita ora disponibile, soffermandomi in particolare sull’operato del generale Antonio Gandin. Le testimonianze dei suoi più vicini collaboratori mostrano che questi cercò fino alla fine di arrivare a un compromesso con i tedeschi, rendendosi conto che era l’unica possibilità di riportare in patria i suoi uomini. Le accuse di aver avuto un comportamento ambiguo ed esitante o addirittura di collusione con i tedeschi utilizzate allora da chi voleva lo scontro sono del tutto infondate.

Quale ruolo ebbe la grave crisi disciplinare all’interno della divisione nella scelta di combattere?
I molti episodi di insubordinazione resero più difficili le trattative e forse rischiarono di far perdere il controllo della situazione, ma la decisione di combattere fu presa da Gandin in seguito all’ordine arrivato dal Comando supremo italiano.

Quasi tutta la divisione sarebbe stata annientata, mentre – lei scrive - «il numero dei morti a un più attento esame è risultato molto inferiore» . Da dove nacque la difformità di stime? Quanti furono, presumibilmente, i caduti?
La polemica sul numero dei morti risale a molti anni fa. In un primo periodo tutti usarono il dato di 9000 morti, sostenuto dai superstiti e accettato ufficialmente dalla presidenza del Consiglio alla fine della guerra, senza mai verificarlo. Sulla base di un controllo dei dati del Ministero della difesa il figlio di un caduto, Massimo Filippini, ha da anni cercato di fare accettare una cifra molto minore, di 1600 morti circa, senza essere ascoltato. Stime recenti aumentano di poco questi dati, a un numero che non supera le 2500, ma le autorità militari non hanno ancora modificato le cifre iniziali.

Giganteggiò in quei frangenti la figura di Padre Romualdo Formato, cappellano del 33° reggimento artiglieria…
Padre Formato ebbe un ruolo importante sia nei rapporti con i militari «ribelli» che nelle vicende successive alla strage, quando cercò di difendere la memoria del generale Gandin contro i suoi detrattori. Assistette alle fucilazioni di 137 ufficiali il 24 settembre nella località chiamata la Casetta Rossa, per il colore dell’edificio dove avvenne la strage, confortandoli e pregando i tedeschi di fermarsi. Per la sua insistenza 17 ufficiali furono risparmiati, a patto di firmare un atto di adesione al terzo Reich. Don Formato scrisse il primo libro-testimonianza dell’eccidio di Cefalonia, la cui importanza è ora confermata dal mio ritrovamento del suo diario manoscritto e delle sue carte, che sembravano perdute, una fonte preziosa per la ricostruzione di una vicenda complessa e contraddittoria. La figura di padre Formato è stata sminuita in modo del tutto incomprensibile nello sceneggiato televisivo dedicato a Cefalonia.

Cefalonia. La resistenza, l'eccidio, il mito
   di Elena Aga Rossi
   Il Mulino, pag. 246, €22,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Massimo

    08 Febbraio @ 10.29

    Gentile Redazione, l'ORDINE inviato il 13/9/1943 dal fuggiasco governo 'badogliano' che imponeva di RESISTERE ai tedeschi che chiedevano l'esecuzione del precedente ORDINE di cedere loro le armi pesanti impartito alle dipendenti Divisioni -compresa la 'Acqui'- dal Comando dell'XI^ Armata di Atene fu eseguito per dovere di obbedienza dal gen. Gandin ma ebbe la ferale conseguenza di 'trasformare' i nostri militari in 'Franchi Tiratori' NON essendo stato preceduto da una DICHIARAZIONE di GUERRA ALLA GERMANIA che avvenne SOLTANTO IL 13 OTTOBRE a tragedia avvenuta e dietro insistenza del Comandante in Capo alleato gen D. Eisenhower 'scandalizzato' dal modo di agire dei governanti italiani -Badoglio in primis- .che lo inviarono in contrasto con la Convenzione di Ginevra, I tedeschi non si fecero pregare e ...a resa avvenuta fucilarono gli Ufficiali -NON LA TRUPPA- come 'franchi tiratori' o 'partigiani' Sono anni ed anni che lo scrivo ma 'in alto loco' si continua a mentire .per non intaccare il 'Mito' del tutto FALSO creato sulla vicenda.dall'Esercito per coprire le proprie responsabilità e dai 'partigiani' per attribuire alla Div. Acqui l'etichetta di 'antifascista' (V. prima pag.del mio sito http://www.cefalonia.it/ ) e la mia recente intervista sui fatti di cui -a sette anni. restai orfano di Padre nulla ricevendo dall'Italia nata 'dalla Resistenza' ed anzi venendo messo al bando perfino dall'Esercito (di cui mio Padre fece parte !) per quanto ho scoperto soprattutto negli Archivi Militari. Allego infine la mia ultima intervista ed altro materiale ed invio distinti saluti https://www.youtube.com/watch?v=NDR4Zp5r4mk https://www.google.it/webhp?hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi1_fqwiIDSAhWjK5oKHZYaCPQQPAgD#safe=active&hl=it&q=cefalonia+l%27altra+verit%C3%A0 avv. Massimo Filippini (t. col. AM in congedo) Orfano del Magg. Federico Filippini fucilato a Cefalonia il 25/9/1943 Autore de: LA VERA STORIA DELL'ECCIDIO DI CEFALONIA (1998): LA TRAGEDIA DI CEFALONIA: UNA VERITA' SCOMODA (2004): I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO (2006) _____

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