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Saga degli eroi sconfitti: il romanzo postumo della Fallaci

Saga degli eroi sconfitti: il romanzo postumo della Fallaci
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di Giuseppe Marchetti

La «saga» è, per definizione, un racconto epico in versi o in prosa che s'inserisce nella tradizione popolare e letteraria specialmente di area culturale germanica, ma è anche una vasta narrazione avventurosa che generalmente comprende le vicende di molte generazioni di una famiglia, o, per dirla in maniera classica, di una gens. Tre grandi saghe dominano la nostra letteratura novecentesca pur non incline a tali massicci patrimoni narrativi: il ciclo della «Storia dei Fratelli Rupe» di Leonida Repaci, uscito fra il '32 e il '37; «Il Mulino del Po» di  Riccardo Bacchelli, uscito fra il '38 e il '40; e «La saga dei Vela» di Salvator Gotta, uscita da Mondadori nel '54. A questi ampi affreschi, che nel corso degli anni son stati affiancati da altre opere non di quella vastità, ma certamente di pari impegno - basterebbe pensare a «Horcynus Orca» ('75) di Stefano D'Arrigo o a «Il romanzo di Ferrara» ('73) di Giorgio Bassani - va aggiunto ora «Un cappello pieno di ciliege» di Oriana Fallaci che, edito da Rizzoli, narra la saga della famiglia della scrittrice fiorentina da un passato settecentesco alla fine del secolo successivo, con recuperi di più antiche stagioni e personaggi, e dilatazioni successive che giungono sino agli anni della seconda grande guerra mondiale.

Una saga, appunto, con tutti i crismi che detta definizione suggerisce e tutti  gli sviamenti che un così ampio ventaglio di situazioni e protagonisti comporta. Oriana Fallaci ha lavorato a questo immenso progetto con caparbietà e passione, doti che si evidenziano già dai romanzi precedenti, «Lettera a un bambino mai nato» del '75, «Penelope alla guerra» del '62, «Un uomo» del '79 e «Insciallah» del '90. In tutti questi libri il naturale istinto alla narrazione appariva già articolato in una serie di singolari immersioni storiche tipiche per definire e caratterizzare il concetto generale di romanzo come avventura totale e riassuntiva di ogni altra vicenda e come tratto significante della morale che tutte le storie impongono alla riflessione dell'uomo. Anche quella di «Un cappello pieno di ciliege» è una storia che sfocia e si dilata in una saga. Innumerevoli personaggi la gremiscono, decine di generazioni vi si alternano lungo l'asse di una vita che si trasforma via via che gli anni passano da patriarcale in moderna e da moderna in contemporanea. Il rilievo centrale, il segmento che regge l'architrave della casa è il duo Caterina-Oriana e attraverso questo canale perennemente alimentato dal sangue irruente e dolcissimo della pietas fallaciana, scorre la vita di Francesco Launaro, di Giobatta, di Teresa e Giovanni, di nonno Antonio, di Carlo Fallaci, dell'illegittima Anastasìa, dell'antenata arsa viva sul rogo dell'Inquisizione perché aveva cucinato un agnello durante la Quaresima, di Napoleone (qui non c'è l'«Ei fu» manzoniano!) e di una infinita schiera di altri comprimari che vanno, vengono, campano, soffrono, delinquono, perdono e vincono nell'eterna sfida della vita, alla quale è votato persino il povero Eufrosino a far da contraltare a Cavour, D'Azeglio, Carlo Alberto, Mazzini, Marguerite con i suo valdesi, e Caterina che alla fiera indossa un cappello pieno di ciliege per farsi conoscere da Carlo suo promesso sposo. Il cerchio della saga, quindi, non si chiude mai, e se accenna talvolta a chiudersi, lascia però sempre aperto uno spiraglio dal quale sguscia chi continuerà a fornire nuove vicende e nuove storie.
Non ci si può nascondere, in realtà, il fatto che questa saga nel suo perpetuo oscillare tra passato, presente e futuro nasconda una forte componente etica, la medesima che ha spinto più volte negli ultimi anni la scrittrice a prender posizioni scomodissime a difesa della civiltà occidentale scatenando il putiferio di polemiche e di scomposti rinfacciamenti che tutti abbiamo ancora negli orecchi. Ma «Un cappello pieno di ciliege» non è un messaggio di «rabbia» e «orgoglio»; è invece il tentativo in buona parte raggiunto e posseduto di dare un calibro e un giustezza non enfatici alla grande famiglia di «arcavoli e arcavole», nonni, bisnonni, trisnonni, padri e fratelli che ancora vivono dentro il tessuto dell'immane commedia umana, ormai lontani come la stessa Oriana che li richiama alla ribalta e li racconta nella propria saga senza confini spaziando dalla Toscana a Palermo con Garibaldi, da Livorno e Pisa a New York, da Curtatone e Montanara al Far West e a San Francisco. La progressiva e ostinata dilatazione di questo tessuto, il voler dir tutto, tutto confessare, incastrare, connettere e commentare, comporta alla fine che il cappello pieno di ciliege si riempia anche di una enorme quantità di episodi e personaggi di svariatissima natura che non concorrono certamente a dare una visione rigorosa ed emblematica del romanzo e del suo esigentissimo impegno rievocativo. Manca, come si dice, l'ultima mano e, per questo motivo possiamo supporre non arbitrariamente che la Fallaci ne abbia sempre procrastinato la pubblicazione. Nel segno, dunque, di un progetto ancora incompiuto, «Un cappello pieno di ciliege» resta una grande storia di vinti che affidano all'epopea delle loro sconfitte proprio la gloria d'averci provato e di essere stati attivi là dove gli eventi dei secoli sembrano livellare tutte le umane esperienze. Qui semmai la «rabbia» e «l'orgoglio» che l'Oriana furiosa aveva sparso a piene mani nella sua «Forza della ragione» riaffiorano dalla tensione immaginativa con provocatoria baldanza, in una prosa ora veloce, ora più meditata, ora scorrevole, ora trattenuta, ora tesa e lirica, ora più dimessamente cronachistica, a dare i segni dei tempi e la misura di una libertà di narrare che stupisce e incanta.
 

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