Arte-Cultura

Tutta una vita di Checco Barilli

Tutta una vita di Checco Barilli
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Tiziano Marcheselli

Francesco Barilli (Checco per gli amici, e io credo di essere uno di quelli, visto che nei primi anni Sessanta avevamo studio insieme: ma c’era anche un terzo, e che terzo!, il grafico di Franco Maria Ricci e poi di «Vogue» Alberto Nodolini) è un artista atipico; se dico post-moderno, si arrabbierà? Resta il fatto che quando lo ha scoperto come pittore il mai abbastanza ricordato Roberto Tassi, aveva neanche diciott’anni: il fine critico parmigiano aveva scomodato addirittura il grande nonno Latino, ma Checco, dopo la montagna di complimenti, aveva pensato bene di dedicarsi al cinema. E il regista non era uno qualsiasi: un certo Bernardo Bertolucci (che poi vincerà l'Oscar), dopo un’apparizione ne «La Parmigiana» di Bruna Piatti (con la frase, al Circolo di Lettura, «A noi di Montechiarugolo ci piace la donna fatta...»). Poi, dopo vari film come attore e splendidi documentari come regista, molte mogli e molti figli, Francesco è tornato al primo amore, la pittura, che - tra l’altro - non aveva mai abbandonato completamente. Ma una pittura condita da sberleffi e da cruda realtà, una pittura molto vicina al grande schermo, una pittura uguale al suo carattere di artista serio e professionale che non vede l’ora di autosputtanarsi! Così, dopo una serie di incisive ironie su cose, uomini e animali, in giro per l’Italia (Roma è da anni la sua seconda casa, dopo quella storica dei Barilli in via delle Fonderie a Parma), Checco ha pensato di raccontare «Tutta una vita» sulle pareti di una ex chiesa: lui, che deve essere andato in chiesa solo cinque o sei volte, cioè quando si è sposato. La ex chiesa è la Sant’Andrea, romanica, in strada Giordano Cavestro, e la mostra è dal 2 al 31 ottobre, con orari 10-12 e 16-19, lunedì chiuso. I quadri? Solo un centinaio, perché la pittura - volendo - può essere di gomma. Come un artista può restare ingabbiato in una scatola di cristallo; evaso da un vecchio libro consunto di fiabe e incappato nell’obbligo della riproduzione esterna e quasi futile dell’occhio infantile. Per questo - dice Francesco - mi servo premeditatamente di strumenti poveri, matite colorate, acquerelli secchi, avventurandomi poi nell’esplorazione minuziosa delle risorse che quei mezzi, quei colori poco elastici e flessibili mi offrono. Io non penso, io vedo, e vedo con le mani: il pensiero, se esiste, è l’immagine. Ciò che ho fatto finora allude a un’attesa. Il mio lavoro rappresenta. E’ un capovolto teatro immobile dove qualcosa di terribile può accadere, ma per adesso di minaccioso c’è solo la luce, che assedia da ogni parte gli angoli deserti, i futili rifugi dell’uomo senza testa. E non so bene se mi piacciono i quadri che faccio. Mi piacciono con più certezza quelli che farò. Da queste parole traspare il «credo barilliano», che poi è un’idea di non credere in niente, mentre il simbolo della mostra è quel tizio in giacca bianco-rosso-verde che porta sul viso una maschera antigas (o antibanalità?) e sul fondo crescono grandi fumi colorati. Gli altri quadri provengono da esperienze disparate, dal «Tramonto sul Po» alla «Poltrona rossa sul Po», da «Rinoceronte» a «L’occhio della zebra», da «Autobomba» a «Bomba in casa», a un’altra ottantina, fino ai 22 disegni preparatori per il soggetto cinematografico «Diavoli a Natale». Francesco Barilli è nato a Parma nel 1943 ed è regista, attore, sceneggiatore cinematografico, ma soprattutto pittore poliedrico e versatile. Nel cinema ha lavorato come attore con Pietrangeli, Bertolucci, Bolognini, Saura. La sua attività pittorica lo ha portato in diverse parti del mondo, con predilezione per l'Africa, l'India e l'Estremo Oriente.

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  • cesare spaggiari

    30 Dicembre @ 12.35

    Caro Checco, ogni tanto ricordo i tempi della Pia Tosini e del mio studio in via cantelli. E' passata una vita. Mi piacerebbe incontrarti di nuovo. un abbraccio. cesare

    Rispondi

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