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Arte-Cultura

Camere dell'orrore e delle urla

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Giuseppe Marchetti

Il poema «Le midolla del male» di Emilio Zucchi, ambientato a Firenze, Roma, Parma e Milano nel 1944-'45 e pubblicato da Passigli con una prefazione di Giuseppe Conte, mi ha riportato alla memoria l'assassinio «politico» di Giovanni Gentile che Antonio Banfi così commentò in un famoso articolo uscito su «La nostra lotta» nel maggio del '44: «Ora ha finito. La crudeltà della morte sembra sproporzionata alla persona, sembra gettare non una luce tragica ma un senso di grottesco su una vita e un'anima mediocre. Ma attorno getta un brivido di spavento. Era, si dice, un uomo onesto, affabile, generoso di animo... Non valgono i pregi del carattere e le virtù private, l'acutezza dell'ingegno o la fama di cultura a stabilire un privilegio di salvezza per chi, indifferente od ostile, s'opponga alla volontà di redenzione di un popolo». E parimenti il poema di Zucchi mi ha ricordato la figura di Bruno Fanciullacci che dopo aver ucciso Gentile, ripara presso l'amico pittore Ottone Rosai, il quale a vederlo ansimante e sconvolto, avrebbe esclamato: «Bella impresa uccidere un povero vecchio». Tra questi fantasmi, che sono la storia più terribile e indimenticabile di un secolo, si aggira Emilio Zucchi accompagnato dalla figura del torturatore fascista Pietro Koch e da due figure femminili: la partigiana ebrea  toscana convertita al cattolicesimo  Anna Maria Enriques e Tamara Cerri, entrambe di straordinaria suggestione e attrici dei drammi di cui si nutrono le midolla del Male. Del male come simbolo, come persona soprannaturale (Satana), come malvagità morale e come perenne angoscia. Poiché è proprio dall'angoscia che nasce l'intensa bellezza (anzi: il fremito della bellezza) di queste pagine nuove, diverse e uniche,  forse, nel territorio della nostra attuale poesia in gran parte dedita alla ricerca di una levigatezza formale che nasconde il vuoto dell'ispirazione. Zucchi ha invece avuto il coraggio di riaffermare la storia dentro il buio dei fatti  che molti di noi ricordano, come più sopra dicevo, ma che releghiamo nei manuali volentieri senza eccessivi turbamenti. Turbamenti che, invece, Zucchi mette sulla pagina con spietata padronanza visiva. La sua storia diventa tragedia, e le voci, gli atteggiamenti e i caratteri dei protagonisti ci vengono scagliati in faccia come in certe poesie e in certi drammi di Brecht. Una estrema nudità domina, infatti, queste pagine, e Conte giustamente osserva che «Zucchi non ha paura di raccontare. Di piegare una ispirazione potentemente lirica alla disciplina della narrazione. Della sintassi. Della ragione». Proprio nei fatti narrati e realmente accaduti la ragione, tuttavia, è offesa, la «pietas» è un sentimento sconosciuto, la salvezza è irrisa. Ebbene, tutto questo è vero, non verosimile.  La nostra lirica novecentesca ha in buona misura relegato nell'ombra la tremenda consequenzialità di quegli anni e oggi un poeta che ne ha quarantasette trova il coraggio  di mettersi alla prova ancorandosi, nel finale,  alla voce di Anna Maria Enriques, che ha la silenziosa potenza di un coro greco: «Anna Maria, Anna Maria Enriques: / questo è il mio nome, Pietro Koch,  ricordalo. / Ero già morta quando tu salivi / verso Milano, per aprire un'altra / Villa Triste, peggiore della prima, / perché è sempre peggiore il male fatto / per la seconda volta (...)». Provocato dall'urto di un'invenzione linguistica ricca di ruvida energia contro le odierne reliquie di una scrittura dolcemente distratta, il poema di Zucchi si pone, quindi, a spartiacque tra la tradizione di un'elitaria pratica e la ricerca di una nuova contemporaneità non semplicemente avanguardistica, ma dedicata a cogliere, come in questo caso emblematico,  «le facce spinte sopra il pavimento», «mentre di sotto ustionano le ascelle / ai legati alle sedie. Tre non bastano / a tener fermo il seviziato», e  i metaforici «gabbiani lestrigoni» sull'Arno dove «stridono / disperazioni  di piccioni presi / nei becchi»,  e i «cavi elettrici scoperti / sulle caviglie delle partigiane», e  i nomi taciuti, le urla dannate, il sangue: «Pendono partigiani dai lampioni / nel freddo di febbraio. Bianchi oscillano / al passaggio dei tram».
Li abbiamo visti anche noi e ogni tanto in qualche documentario li rivediamo.  Ora, la poesia de «Le midolla del male» ce li rimette sotto gli occhi assieme ai profili della protagonista («Ostia di luce, allodola trafitta, / Anna Maria riceve il sacramento / del Battesimo: sceglie / il costato di Cristo»), di Koch, dell'aguzzino Mario Carità, del sadico Padre Ildefonso, del partigiano Bruno Fanciullacci, dell'eroico capitano Italo Piccagli, di un timido Luchino Visconti, di Tamara Cerri, del cardinale Schuster che chiede a Mussolini di far chiudere la terrificante Villa Triste di Milano (quella di Firenze era già stata chiusa   mesi prima dagli alleati), e degli attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, dell'avvocato cocainomane Trinca, dell'attrice Maria Denis, e poi del popolo dei condannati che Zucchi ascolta, profila, incide e fissa con attonita precisione sull'istante della vita perduta e della morte certa e quasi invocata per non soffrire più. Tra simultaneità e intuizione, allora, ecco la poesia di Zucchi diventare unghia che artiglia la realtà e la rovescia, coscienza che s'addentra davvero nelle midolla del male come nella dolente litania di Quasimodo: «Non toccate i morti, così rossi, così gonfi: / lasciateli nella terra delle loro case: / la città è morta, è morta». Era Milano, agosto del '43.

Le midolla del male
Passigli, pag. 56, € 10

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