Arte-Cultura

Voglio vivere così

Voglio vivere così
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Rosalba Scaglioni

Questa storia è rimasta nel mio cassetto più di mezzo secolo, non l’ho scritta allora e non l’ho scritta in seguito. Sono quelle testi-
monianze che alle generazioni odierne non interessano più e che le altre non vogliono sentirsi raccontare.  Nel 1955 ero ad uno dei miei primi incarichi come giornalista inviata sul campo. Certo ora gli inviati fanno migliaia di chilometri in Paesi di guerra, ma per la sottoscritta da Parma essere spedita nella Bassa era davvero una grande avventura.  Il mondo che conoscevo veniva fuori dalle pagine dei libri della biblioteca del parroco e da quelle del giornale. Mi vantavo di conoscere il mondo senza mai averlo girato. Il meridione era quello di Pirandello, la Scandinavia quella di Ibsen, la Cina di Marco Polo e per il resto bastava Hemingway.  Il direttore mi chiamò per raccontare la raccolta del tabacco e mi spedì «zò in tla baàsa» come se il Po non la abbracciasse ma la rendesse un’isola inarrivabile in mezzo alle sue acque. Mi diedero una «Fiat 500 Topolino Giardiniera» con le fiancate in legno, era la prima volta che passavo da una bicicletta alla macchina per andare a fare un servizio giornalistico, un autista (che poi era il fotografo) con una «Nazionale» senza filtro sempre in bocca e un biglietto con indicazioni e recapiti scritti in un corsivo allungato e deciso.  Faceva un caldo umido così denso che si tagliava col coltello e nemmeno il finestrino aperto portava sollievo. Guardavo i metri di strada che l’auto ingurgitava, le interminabili fila di pioppi della golena e le distese piatte di verde e marrone che sbattevano contro l’Appennino; andavo sempre più in là con lo sguardo, fino al punto in cui l’orizzonte confondeva la vista. Aspettavo da un momento all’altro il comparire di un vecchio furgone come quelli visti in «Furore» di John Ford al cine, e dei braccianti con un’ombra di barba, sporchi e sudati nelle loro tenute sorrette da bretelle e, perché no, qualche negro deportato nelle piantagioni. 
Arrivammo nella piazza di Zibello al mezzogiorno in punto del campanile, quando il sole scalda le teste e il porfido cuoce i piedi. Avevamo appuntamento davanti al forno pubblico ben indicato da un pannello di legno dipinto incastrato fra le volte dei portici di Palazzo Vecchio che, come ci teneva a rammentare un cartello in smalto, era monumento nazionale. Ci aspettava il sindaco Aurelio Manfredi.  Ci portò a mangiare un piatto di tortelli nella vecchia Locanda «Leon d’Oro», lì dal Settecento, buia, aggrovigliata al teatro, in un su e giù di cantine e camere che ci avrebbero ospitato per la settimana di permanenza.  Spiegò che la raccolta del tabacco era iniziata a pieno regime dopo la guerra, in un territorio fra i più poveri tra i poveri, dove erano arrivati tanti sfollati a peggiorare la fame e la povertà, anche se in campagna qualche pianta da frutto si trovava sempre ma, se ti pigliavano, la fucilata a pallettoni nel sedere non te la levava nessuno. Pensai subito che mi stesse prendendo in giro.  Su una popolazione di tremila abitanti, trecento donne venivano impiegate per la raccolta e la conservazione del tabacco, tanta fatica, parecchi soldi e la possibilità di costruirsi la dote con un lavoro che, a differenza della vita da mondina, poteva durare tutto l’anno ed era vicino a casa.  Congedandosi da noi per permetterci di rinfrescarci un po', il sindaco ci disse: «Domattina vi passeranno a prendere qui davanti. Le avete due biciclette?».  Lo guardai come se mi volesse prendere in giro, io che una volta tanto che avevo l’auto.  «Spostarsi su quattro ruote è più veloce che su due» risposi con garbo.  

«A meno che le quattro ruote non siano quelle di un trattore, siurèna, penso che farete meglio a procurarvi una bicicletta, non c'è mica il bitume per andare nei campi».  «Và... cuore mio da fiore a fior, con dolcezza e con amor, vai tu per me ...  "Và... che la mia felicità vive sol di realtà vicino a te...». Dalla finestra aperta fui risvegliata da qualcuno che doveva avere acceso una radio a tutto volume.  Era ancora buio fuori, che gente! Poi qualcuno bussò alla mia porta e mi disse che erano arrivate.  «Arrivate chi?» chiesi con la voce piena di sonno. «Le tabacchine. Sbrigatevi signorina, fè d’l'ovra. Altrimenti faranno tardi al lavoro». Mi misi il completo del giorno prima, un po' spiegazzato, per non cercare un altro abito dalla valigia. La gonna era abbastanza ampia, misi le scarpe con la zeppa e la borsa a tracolla. Scesa in piazza trovai la bicicletta ad attendermi, mia fedele compagna dei giorni a venire. C'era un gruppetto di una decina di donne dalle età più disparate, sospettai che qualcuna non avesse ancora finito la scuola. Ci salutarono con un sorriso talmente radioso che misero dritta l’intera giornata. Erano le cinque e mezza del mattino e la radio, che aveva smesso brevemente di suonare al mio arrivo, ricominciò le sue trasmissioni. Non era una radio qualunque. Erano le tabacchine che si tenevano sveglie cantando in coro mentre pedalavano. Feci loro i complimenti per le splendide voci e me le immaginai così allegre, giovani e voluttuose nei campi che si rispondevano con canti contadini da una fila all’altra.  «Voglio vivere così, col sole in fronte, e felice canto, beatamente...».  Ferruccio Tagliavini, pensai, si era diplomato al conservatorio di Parma, era quasi uno del posto, certo non potevo aspettarmi che cantassero «Ol' man river».  Arrivati al podere iniziava a rischiarare, le donne tirarono dritto per una carraia e smisero di cantare.  Tenevano in equilibrio precario sul manubrio tutto l’armamentario che occorreva nei campi, era roba loro, se la dovevano portare da casa.  Noi ci presentammo al padrone che ci illustrò la raccolta del tabacco. Luigi, il mio fotografo, iniziò a scattare. Eravamo sotto una costruzione immensa, soffocante già all’alba e impregnata di un odore che non avevo mai sentito così pungente. Non mi ricordavo di riuscire a distinguere così tanti profumi, la città aveva sempre lo stesso odore. C'erano una ventina di tavoli ad ognuno dei quali lavoravano due donne, una da una parte raschiava i costoni delle grosse foglie del tabacco, l’altra le cuciva per prepararle per l’essiccazione al sole. Erano tutte con la testa abbassata e nel silenzio più assoluto, pareva di essere in clausura. Quelle canterine, pensai, sono andate tutte nei campi, peccato.  Tra di loro girava Jole, una donna dallo spiccato accento cremonese, che le ragazze chiamavano «Signorina» con tale foga che si sentiva la esse maiuscola. Era la sorvegliante, una sorvegliante seria e corrucciata, un volto che non aveva mai disegnato un sorriso. Tutte avevano le mani nere e stanche.  Era una lotta contro il tempo quella delle tabacchine, bisognava stare al passo della compagna e stare attente a dividere le foglie per grandezza e per colore. Era quello che stabiliva la quotazione del raccolto.  Poi le foglie venivano appese fuori al sole su grosse pertiche, come si fa per i salami in soffitta d’inverno. Le ragazze vi si arrampicavano come se fossero state saltimbanchi del circo.  Mentre la Jole seguiva come un segugio Luigi che chiedeva alle donne di mettersi in posa, bloccando così la catena di montaggio, scambiai due parole con una ragazzina che si chiamava Anna, era minuta, con un sorriso largo, gli occhi limpidi e sereni, i capelli neri. Mi parve subito una ragazza col cuore in mano. Mi disse di avere vent'anni, poco meno di me, e che era l’addetta all’essicazione del tabacco sulle pertiche.  Mi venne spontaneo chiederle se nessuna fosse mai caduta.  «Oh sì-  mi disse - otto anni fa, quando avevo appena iniziato a lavorare, è caduta la Mariolina, per lo spavento ci siamo tutte messe a piangere e a sfregarci gli occhi per frenare le lacrime dello spavento».  Guardai l’altezza della prima pertica con un brivido che mi risaliva la schiena.  «È morta?».

«Oh, no. Per fortuna è caduta sul soffice, su delle balle di fieno: si è solo fatta un brutto taglio in testa perché l’ha sbattuta contro un palo; una decina di punti e via dopo cinque giorni era già al lavoro». «Solo cinque giorni?». «Sapeste signorina... Lei solo cinque giorni, noi altre a sfregarci gli occhi con le mani luride, un mese per un’infezione agli occhi. Abbiamo rischiato che ci lasciassero a casa» rise di cuore, con gli occhi attenti alla mia reazione. «Noi siamo fortunate ad avere questo lavoro ma se non teniamo il ritmo ci fanno subito le scarpe. Si fanno tante ore, al caldo, all’umido, allo sporco, ma pagano bene e più rendi più prendi. Ma si è sparsa la voce ed ora iniziano ad arrivare donne anche dal cremonese: a Zibello c'è l’attracco delle barche, e le cremonesi costano meno. Non si può perdere il treno. Prendete me signorina, mio padre è morto, mia madre è malata, sono figlia unica. Se non sgobbo io chi porta a casa il pane?». Poi Anna tornò al lavoro perché il segugio aveva finito il suo giro di ispezione.  Aspettammo le tabacchine in bicicletta per rientrare alla Locanda. Le sentimmo da lontano che stavano cantando «Il torrente», la canzone che era arrivata seconda a Sanremo quell'anno. Al primo posto si era piazzata «Buongiorno tristezza» ma, come mi dissero, «noi non siamo tristi e quella canzone lì non l’abbiamo imparata». «Sapete signorina che a volte in paese ci invitano a cena nelle aie basta che cantiamo qualche romanza?» mi disse Anna che insieme a Silvana era la capocoro. Era sera fatta quando il proprietario del «Leon d’Oro» ci mise davanti un piatto fumante di anolini in brodo, il brodo buono con il cappone, la doppia di manzo e le costine di maiale.  La sveglia antelucana arrivò anche il mattino successivo e, al suono allegro di «Ci ciu ci» cantava l’usignolo di Natalino Otto, arrivarono le mie compagne di viaggio, su e giù per le carraie polverose delimitate dai gelsi che qui chiamavano murón perché fruttiferi di dolcissime more.  Avevo imparato tantissime cose sulla raccolta del tabacco: prima di tutto che bisognava alzarsi presto perché le foglie andavano raccolte con i residui umidi della notte, che i pettegolezzi su alcune ragazze e il padrone erano all’ordine del giorno, che ogni donna che lavorava nel capannone aveva l’incubo dei trentacinque chili di tabacco lavorato altrimenti saltava l’impiego, però c'era un premio se si superava quel peso, che chiacchierare sul lavoro voleva dire essere multate di cento lire alla volta, che le donne più esperte aiutavano le giovani, che non si poteva andare a fare pipì, che il casotto da cui proveniva un beffardo aroma di caffè era la stanza del funzionario della finanza che lavorava per il monopolio di stato, che si attingeva l’acqua con un mestolo dal secchio d’acqua che veniva portato in giro dalla più giovane del gruppo, che si lavorava anche la domenica mattina e si era troppo stanche per andare al ballabile al pomeriggio a cercarsi il moroso, che il padrone era più contento delle tabacchine quando finalmente le pagava. 

Rividi Anna e il suo sorriso a pomeriggio inoltrato mentre stavamo inforcando la bicicletta. Luigi le chiese di mettersi in posa vicino alle pertiche: aveva un fazzoletto bianco che le teneva legati i capelli e la riparava dal sole e una gonna al polpaccio con una trama di foglie scure. Dovette scattare velocemente perché Jole era già in agguato.  Alla locanda ci stava aspettando una bella forma di miseria bianca e una coppa appena tagliata con la matronale affettatrice a manovella lucida più del lucido. Si scioglieva in bocca e faceva l’amore con le papille gustative.  L’oste mi spiegò che da quelle parti il tempo della mietitura del frumento era il momento ideale per inaugurare la prima coppa del maiale ucciso in inverno.  «E cosa mi dice del famoso culatello?» chiesi a bocca piena.
«Il culatello è roba da ricchi, da noi non lo mangia nessuno, si vende ai signori e col ricavato si compra il maiale per l’anno dopo».  Mangiai anche un bel gelato, una pallina 10 lire, tre palline 20 lire; non c'era paragone e ne presi tre.  La sera, prima di andare a letto, guardai il mio volto ventiduenne allo specchio, le sopracciglia curate, l’acconciatura alla moda, le mani pulite con le unghie pitturate di rosso. Io lavoravo per vivere. Anna lavorava per sopravvivere, ma il suo sorriso era mille volte più radioso del mio.  La mattina seguente pioveva a dirotto, niente tabacchine canterine, e fummo costretti a starcene rintanati sotto il capannone. Ci fecero vedere le botti dentro le quali veniva stoccato il tabacco. Una donna lo pestava per fare aderire bene ogni strato perché non passasse aria. Sembrava pigiassero l’uva dentro i tini.  Anna trasportava delle foglie già essiccate facendo attenzione a non romperle, stava aiutando una compagna rimasta indietro con il lavoro, e come sempre mi regalò quel sorriso sereno che mi chiedevo da dove venisse, vista tutta la fatica che facevano quelle donne. Mi raccontò sottovoce che la mattina precedente una sedicenne che lavorava nelle botti non si era presentata al lavoro. Avevano pensato si fosse stancata, invece avevano scoperto che aveva partorito un bel bambinone di tre chili e mezzo. Nessuna di loro si era accorta che fosse in stato interessante perché stava sempre dentro le botti. A me parve una cosa assurda.  Stava spiovendo, il brulicare silenzioso delle tabacchine riprese con alacrità. D’un tratto sentii delle urla e tutti corremmo fuori. Sotto il porticato dove avevano messo le pertiche al riparo dalla pioggia una donna giaceva a terra in una pozza di sangue, le braccia e le gambe in una posizione innaturale. Piangevano tutte le tabacchine. Piangeva anche Jole.  Arrivò il padrone a cavallo che impartì ordini precisi: tu và a chiamare il dottore, tu sua madre, tu uno straccio con dell’acqua pulita, e via così.  Mi avvicinai e riconobbi i lineamenti di Anna, inerme, bianca come la gonna che indossava. Feci per spostarla in un giaciglio più comodo ma me lo impedirono. Aveva il respiro flebile come una farfalla. Perché lei e non un’altra? Una sposata per esempio, una che non avesse una famiglia sulle spalle.  Vidi il figlio del padrone prendere l’automobile, impugnando delle scartoffie in fretta e furia.  «Dove va invece di portarla all’ospedale?» chiesi alla donna che stava al mio fianco, sfigurata dal pianto.  Nessuna mi rispose. Sospettai che Anna non fosse una lavoratrice regolare. Allora chiesi ad un’altra dove fosse il rappresentante sindacale.  Fissavano tutte le punte delle loro ciabatte sdrucite. 

«Volete dire che con questo lavoro massacrante non avete dalla vostra parte il sindacato?» stavo urlando isterica, le mani sporche di sangue, la coscienza in bilico tra l’insurrezione e il menefreghismo. Poi rammentai il discorso di Anna sulla manodopera cremonese in agguato.  Arrivò la madre, sulla canna della bicicletta condotta da un bergamino del podere. Si accasciò davanti alla figlia, leggera come una sciarpa di seta stonata.  Scappai di corsa da quel posto fatto di fatica e di miseria, sconfitta, impotente, codarda.  Al giornale raccontai che il padrone non voleva che si scrivesse della storia perché le donne non erano a libretto e non voleva capitasse qualche ispezione.  Richiusi il mio taccuino per sempre in un cassetto e cancellai l’immagine di Anna distesa sul selciato e di sua mamma china su di lei senza lacrime e senza parole, nella dignità di chi non ha più nulla da perdere, non avendo più nulla.  Il mio più grande rimpianto è di non aver fatto niente per cambiare le cose, come la maggior parte delle persone guardavo ma non volevo vedere. Era la scelta più semplice fare finta di niente. Tornai al mio lavoro come sempre tra un furto di prosciutti e la raccolta di un porcino da record.  Mi imposi di non pensarci più fino a quando, cinquant'anni dopo, mentre girovagavo per un mercatino del libro, in cerca di un’edizione illustrata de «Il fantasma di Canterville» da regalare a mia nipote, grande lettrice, il mio sguardo cadde sulla copertina di un libro che si intitolava «Un pezzetto di storia, di lavoro e d’amicizia». La fotografia era quella che Luigi aveva scattato ad Anna prima che cadesse dalla pertica, con la sottana con le foglie scure. Lo aprii a caso e mi si parò davanti la riproduzione di un articolo di giornale:  «Fidenza, 21 gennaio 1956. Zibello - Un atto di bontà.  "Segnaliamo con vero compiacimento, l’atto di squisita bontà e di fervido slancio fraterno, compiuto dalle lavoratrici addette a questa "Manifattura Tabacchi" che frequentano la nostra "Mensa".  Esse si sono offerte spontaneamente di prolungare (senza compenso e per tutto il tempo che sarà necessario) l’orario di lavoro perché una loro carissima compagna degente all’ospedale per infortunio, non abbia a perdere il salario, indispensabile al mantenimento della sua famiglia».  Il libro che avevo in mano era una raccolta di poesie scritte dalla signora Anna Quintavalla, morta all’età di settant'anni, moglie, madre di tre figli e nonna di otto nipoti.  Lo chiusi e mi misi a piangere.  

.L'autrice premiata
Rosalba Scaglioni  è  nata a Semoriva il sette ottobre del 1975. Figlia unica, lavora con passione nel ristorante di famiglia, il «Leon d’Oro», che si affaccia sulla splendida piazza di Zibello. Ha pubblicato numerosi racconti, molti dei quali con lo pseudonimo  Liviana Rose. Già segnalata pochi anni fa al medesimo concorso con il racconto «Mia diletta», dal quale  è stato tratto un cortometraggio del regista Marco Guareschi,  stavolta si è meritata il primo posto.   Lo scorso  anno ha pubblicato il volume di racconti «Su questa riva» (Gl editore) e ha vinto il concorso «Racconti frizzanti» abbinato al Vinitaly 2009. Sta scrivendo l’Antologia di Spoon River della Bassa Parmense.


 

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  • tiziana

    13 Ottobre @ 22.50

    bellissima storia: sembra di vedere le immagini del film che ti scorrono davanti! complimenti davvero . Premiazione piu' che meritata!

    Rispondi

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