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Arte-Cultura

Sangue sulla Liberazione

Sangue sulla Liberazione
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Giuseppe Marchetti

Con giusta e convinta ostinazione e con altrettanto motivata acribia storica e documentaria, Giampaolo Pansa continua a sondare l'immenso e in gran parte ancora inesplorato territorio delle tremende esperienze di guerra e di atrocità private che segnarono i tempi a cavallo tra il '43 e il '46, date comunque semplicemente  indicative. «I vinti non dimenticano» (Rizzoli editore) sta qui ora  fresco di stampa a ricordarci che la guerra civile ci fu, purtroppo, e che lasciò  sull'Italia tracce profonde di sangue e di odio. E mentre «le sinistre odierne temono il crollo della retorica resistenziale, la cosiddetta vulgata che hanno sempre difeso e praticato», Pansa ricerca dove può e come può i testimoni ancora viventi e i documenti di un passato che non può passare in giudicato  come una vecchia faccenda da affidare solo ai manuali di storia. Per comprendere la struttura e la necessità del nuovo libro, occorre che il lettore tenga presente il cammino che Pansa ha percorso da «Il sangue dei vinti» ('03) in poi, sino a «Il revisionista» e a «I tre inverni della paura» di due anni or sono. Un cammino d'avvicinamento, potremo dire, che ha lasciato indietro storie,  documenti e testimonianze ora, invece, recuperati per dar  conto «dell'offensiva gappista dal settembre 1943 alla primavera 1944. Giorno dopo giorno, emerge una catena infinita di uccisioni  isolate che ci rivela un aspetto della tattica comunista di solito trascurato dagli storici rossi». Il nuovo libro di Pansa si apre con una telefonata di Livia Bianchi della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e quindi prosegue con lo studio  e la lettura paziente di documenti e di libri che erano rimasti  fuori dalle pagine de «Il sangue dei vinti». Livia Bianchi si rivela  quale  provvedutissima e precisa guida che indirizza Pansa sulle vicende di Firenze, della Toscana, della Venezia Giulia, dell'Emilia e di certe province del Nord-Ovest. Piano piano, escono nomi, fatti, episodi, incontri, atrocità impensabili da una parte e dall'altra: tutto un insieme di opuscoli, libri e memorie che creano un vorticoso transito di ricordi ora affidati alle pagine, ora invece ancora palpitanti dalle vive voci dei protagonisti o dei loro  parenti. Impossibile, quindi, riassumere il contenuto del saggio che fa riaffiorare inquietanti domande, incerte o reticenti  risposte, e cumuli di macerie materiali e morali dai quali si levano, inascoltate, richieste di giustizia e di perdono. «I vinti non dimenticano» ha colori e toni di romanzo, ma non lo è: tutti i suoi personaggi sono veri, tutti i fatti evocati e descritti sono veri o balzano fuori verosimilmente dalla nutrita quantità  di documenti che Livia Bianchi e Pansa hanno raccolto, catalogato e discusso. Ci sono persone e vicende che sconcertano oggi  chi legge queste pagine con animo sgombro da pregiudizi e da ideologie. Pare, in molti casi, di leggere una versione smisurata  e umanamente gremita di quel mirabile libro che è l'«Antologia  di Spoon River» di Lee Masters, con in più un odore di morte e di vendetta  che coinvolge migliaia di innocenti, partigiani rossi e bianchi, fascisti della prima e dell'ultima ora, giovani e vecchi, operai, studenti, intellettuali, contadini, uomini e donne colpevoli d'essersi trovati di qua e non di là, oppure di là e non di qua per scelta o per caso. Pansa sottopone alla nostra riflessione due casi che possono risultare esemplari: quello dei sette Fratelli Cervi e quello di Giovanni Prodi prigioniero fascista nel campo di Coltano. In entrambi i casi molto rimane da accertare,  anche se sembra  appurato che il giovane Prodi diciannovenne iscritto a Matematica all'Università di Parma abbia fatto parte di una divisione repubblichina inviata per l'addestramento in Germania; mentre - scrive Pansa  - «I Cervi erano considerati anarchici senza disciplina, per nulla disposti a mettersi agli ordini del Pci». Due casi, dicevamo, tra i tanti di una lotta senza quartiere che la disfatta bellica produsse e alimentò sino al «marocchinato» (ricordate il famoso episodio de «La romana» di Moravia e De Sica con la ragazza violentata?), alla mattanza in Garfagnana, alle violenze titine a Trieste e a Fiume, al terrore rosso, allo «stupro antifascista», al Triangolo della morte in Emilia dove furono assassinati ex fascisti o presunti tali in un clima di paura e di «diffusa omertà» come denunciava un radiogramma della Questura di Modena e infine l'uccisione, sempre in Emilia, di un giovane democristiano, Giuseppe Fanin, ed eravamo già nel novembre del '48! Questi i fatti. Giampaolo Pansa conclude con giusto orgoglio che anche scrivendo questo suo ennesimo libro si è sentito «un uomo libero».

I vinti non dimenticano
Rizzoli, pag. 466, € 19,50

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  • Laura

    07 Ottobre @ 09.23

    ci sono verità note a molti, anche in città, verità che minano interessi consolidati a tal punto da istituire il diritto di eredità sulla condizione di "partigiano". L'autore avrà pure scelto il filone con un occhio al mercato, e non mi pare un demerito, però racconta di fatti che molti conoscevano e solo pochi superstiti ormai conoscono. Anche questa è memoria da conservare e tramandare.

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  • Barbara Mozzoni

    06 Ottobre @ 19.59

    Credo il sig. Pansa abbia identificato un filone taboo per la tradizione italiana, ma molto in voga nella cultura yankee. Nel caso in analisi sembra più opportunità commerciale che necessità storica.

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  • ferro

    06 Ottobre @ 17.57

    ma la verita' ha data di scadenza? o quello che scomoda e' il venire a sapere che non tutti ,e sottolineo "non tutti", quelli che ci hanno spacciato per eroi lo erano davvero? e sara' che vennt'anni di sopprusi fascisti giustificano in alcuna maniera l'uccisione di un giovane democristiano a 3 anni dalla fine della guerra? a dar fastidio e' il giornalista Pansa o quello che scrive? se quello che scrive e' documentato , prendiamone atto , non si tratta di "schierarsi" , ma di cercare di capire un periodo nero e maledetto sperando non si ripeta piu', se ad alcuni questo non va,che si chiudano occhi e orecchi come le tre scimmiette e restino con quello che gli hannpo insegnato ( o propinato...) per anni che tanto gli basta e avanza!

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  • katiatorri

    06 Ottobre @ 11.52

    Pansa non è un uomo libero,ha sempre e solo inseguito la corrente usandola a suo piacimento...è furbo non libero,certe cose perchè non le scrisse subito e non quando ormai i testimoni diretti sono o morti o novantenni?ah,forse perchè allora era comodamente antifascista nel pci....ricominciamo a ricordarci cosa furono i ventanni di dittatura fascista e cosa fecero i fascisti alleati coi nazisti o schierati nelle ss solo così potremo capire la rabbia del dopo guerra

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  • ParmigianoFiero

    06 Ottobre @ 11.40

    Già mi immagino le polemiche da paura che verranno sollevate...

    Rispondi

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