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Rilke, addio all'Ottocento

Rilke, addio all'Ottocento
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Sergio Caroli

Compiono un secolo di vita «Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge»  («I quaderni di Malte Laurids Brigge») di Rainer Maria Rilke. Accanto ai «Turbamenti del giovane Törless» e ai primi scritti di Kafka, essi costituiscono l’espressione letteraria più precoce di quella rivoluzione che del romanzo moderno fa qualcosa di profondamente diverso dalla grande tradizione dell’Ottocento. Quando apparvero, nel 1910, stampati in due volumetti, vi fu chi si chiese se si trattasse ancora di un romanzo. Nato dall’esperienza parigina e in parte autobiografico, il «Malte» si finge diario postumo di un giovane aristocratico danese, morto in miseria nella Ville Lumière dove l’Io è un «Nichts», un «nulla», violentato dalla ferocia dell’ambiente; ma è diario di cose assai disparate e di varia natura immerse in un crogiuolo nel quale pare non esservi fusione tra gli elementi narrativi e dove solo in minima parte sono riferiti gli accadimenti del giorno. Amalgama di realismo e di misticismo espressi in prosa di rara finezza, «I quaderni» sono schizzi, abbozzi, macchie in chiaroscuro di figure rapite per le strade, ricostruzioni balenanti, visioni di epoche passate, angosce e paure, che proprio nella loro impressionante ma logica disorganicità esplicano le ragioni del fascino narrativo. Con implacabile precisione l’allora trentacinquenne poeta e scrittore austriaco, che vede il passato in atto nel presente e il presente farsi caleidoscopio di visioni e sensazioni sempre diverse, rappresenta uomini che si confondono con larve, incubi che prorompono dalle passioni commisti a limpida serenità di pensiero e di sentimento, mentre un velo di pittura giorgionesca avvolge tutte le cose, che, allontanandosi dal nostro sguardo, appaiono mobilissime immagini di sogno. Questo fluire disorganico non è disorganicità estetica, ma discontinuità psicologica. La sensitività trascorre dalla raffinata emozione di un nevrastenico per un aroma, dal disgusto nevrotico per un’ovvietà dell’esistenza alla contemplazione di una moralità mistica. E in ciò risiede l’unità spirituale del libro. Nella prima parte dei «Quaderni» - dipanandosi memorie della fanciullezza e dell’adolescenza di Malte studente a Parigi - compaiono figure di avi e dei parenti più prossimi sullo sfondo di antichi castelli in un’aura di strane apparizioni e di ansie infantili. Cristoforo Detlev, lo zio Maggiore, la nonna, la signorina Brahe, la mamma sono figure del silenzio, circonfuse di misteriosa solennità. Isolati dal vuoto della vasta sala tra mobili severi, questi esseri somigliano ad antiche figurazioni egizie a significare vicende millenarie di stirpi. Nei loro gesti, rari come le loro parole, c'è il senso del lutto e dell’eternità. Malte si nutre di allucinazioni, di sdoppiamenti, di smarrimenti che ne offuscano lo spirito sino a non discernere la realtà dalla fantasia. Se dorme con la finestra aperta, ha l’impressione di avere i tram elettrici in camera e le automobili le sente passare sulla sua persona. Strane paure affiorano talora dagli abissi della sua psiche, «tante cose perdute dall’infanzia». Ha paura d’inghiottire il tizzo ardente caduto davanti alla stufa, o che un numero abbia a moltiplicarsi nella sua testa fino a non trovarvi più spazio, o che una briciola di pane sia vetro e s'infranga cadendo sul pavimento. Di limpida chiarezza sono i motivi ispiratori di questo romanzo, espressione di uno spirito raffinato che appare crocifisso dai conflitti più laceranti dell’uomo contemporaneo; conflitti che cerca di superare lottando con le opposte tensioni del morboso e del sacro, mai arretrando di fronte ad alcun orrore dal quale sorge l’angosciosa domanda: «E' mai possibile che, nonostante le invenzioni e il progresso tecnico, nonostante la civiltà, la religione, la saggezza mondana, si sia rimasti alla superficie dell’esistenza?». Di qui lo spirito tragico e ironico che pervade i «Quaderni», i cui motivi sono l’angoscia e la morte, la miseria, la solitudine e la malattia, l’ansia di Dio, la conquista di Dio. Da un fondo brumoso emergono, in cadenze di impressionismo musicale, temi liricamente svolti ora in figura di palpitante femminilità, ora in paesaggio, ora in episodio, ora in interno. In remote atmosfere riemergono Ulsgaard, Urnekloster; in quadri contemporanei ecco Parigi brulicante di vita, carica di miserie e di seduzioni, di spettacoli raffinati e di visioni raccapriccianti: «Le strade mi fluirono addosso come un denso rigurgito di folla... I volti sembravano riempirsi della luce che usciva dalle baracche illuminate. Il riso colava da quelle labbra come sgorgo da ferita purulenta». Su questi sfondi riaffiorano figure del passato - i parenti più remoti: i Brigge, i Brahe, i Grubbe -, morti che per un istante risorgono alla vita per subito dissolversi. Riaffiorano i ricordi di illustri scomparsi: Bettina Brentano, Gaspara Stampa, Eleonora Duse, Beethoven, Ibsen. Accanto a loro, un’umanità murata in un’esistenza di dolore: malati, ciechi, mendicanti, storpi, folli. Accanto ai vecchi castelli, ospedali, sale anatomiche, quartieri in putrefazione e una gamma infinita di sensazioni olfattive e visive, tattili e auditive. Se l’importanza del «Malte» risiede nel suo impianto radicalmente antinarrativo, nessun romanzo tedesco ha espresso con altrettanta esattezza e potenza figurativa la percezione del collasso della realtà nel senso individualistico-borghese quale effetto dell’organizzazione industriale di massa della società, e della conseguente crisi radicale della stessa percezione del mondo secondo impalcature ideologiche ormai tramontate.

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