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Don Camillo, un plagio dietro l'altro

In un libro thailandese il pretone della Bassa trasformato in bonzo

Don Camillo, un plagio dietro l'altro
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La «bomba atomica» scoppia il 9 Gennaio 1956: Giovannino Guareschi avrebbe copiato di sana pianta i personaggi di don Camillo e Peppone da un pressoché ignoto romanzo, scritto nel 1930 dalla francese Helene Grillet, naturalizzata austriaca con il cognome di Haluschka: «Il parroco di Lamotte».

A dare la notizia del presunto plagio è la stampa viennese, dove la creatrice del parroco «plagiato» dice di aver scoperto, andando a vedere uno dei film con Fernandel e Gino Cervi nei panni del parroco e del sindaco più famosi del mondo che, in fondo, si trattava soltanto di una «rimescolata» ai racconti che vedevano, la bellezza di 25 anni prima, protagonisti il suo parroco e il suo sindaco (nella fattispecie, però, socialista), quindi l’opera più famosa di Guareschi, quella che gli aveva garantito notorietà e successo in tutto il Mondo, non doveva ritenersi altro che un plagio in piena regola.

Immediatamente, i giornali italiani fanno grancassa attorno al «caso» della scrittrice di Graz adombrando, addirittura, la possibilità di una causa per plagio, intentata dalla Haluschka nei confronti di Guareschi.

La notizia fa immediatamente il giro del mondo, al punto che già l’11 Gennaio 1956 un articolo sulla questione comparve addirittura su un quotidiano di Montevideo.

Con la notorietà che i libri e i film di Guareschi avevano acquisito, sembrava davvero dovesse prepararsi il colpo del secolo. Ma in Italia, a prendere le difese di Giovannino fu nientemeno che L’Unità, il 16 Gennaio 1956, pubblicando la notizia che la scrittrice Helene Haluschka aveva ritirato le accuse di plagio contro Guareschi, il quale, a margine della copia dell’articolo pervenuta dall’Eco della stampa alla redazione del Candido, annotò: «Sottoscrivo con entusiasmo».

Tutto si sgonfiò in men che non si dica, dal momento che fu la stessa Haluschka a dichiarare: «Il mio parroco è nato dal cuore di una donna, mentre il don Camillo è la creazione geniale di un grande uomo. Penso che ogni persona di genio può servirsi di qualunque spunto per creare un capolavoro». Sull’onda del presunto plagio austriaco, però, fiorirono altre accuse, come quella lanciata da un giornale milanese il 12 Gennaio 1956, nella quale si ipotizzava che Guareschi avesse preso i suoi personaggi da un libro scritto nel 1926 da un tale Joseph Jolinon o quella che voleva far derivare don Camillo e Peppone dai personaggi della commedia «Il diavolo e l’acqua santa» scritta alla fine del 1800 da Carlo Bertolazzi, autore milanese più noto per le pièce dialettali che per quelle in lingua.

Nessuno diede seguito a queste ipotesi, che caddero immediatamente nel dimenticatoio. Di ben altra fatta e più che mai concreti e provati, sono i plagi che Guareschi subì, appunto per il don Camillo.

Tre per tutti (e sono solo i più eclatanti): nel 1959 fu Frate Indovino a far stampare, scritto da P.V. Sambuco – forse un nome d’invenzione - reclamizzandolo con il calendario del medesimo anno, «Don Camillo in penitenza».

Nel 1960 addirittura in Thailandia (allora ancora Siam) Kukrit Pramoi scrisse «Bang Phai Deng» ovvero «Il villaggio dei bambù rossi», dove don Camillo era un bonzo e invece di Gesù era il Buddha a parlare.

Il libro riscosse parecchio successo, tanto da essere tradotto in inglese e fu proprio nell’edizione britannica che l’autore, tra l’altro ex primo ministro, confessò di aver copiato il don Camillo.

Infine Jorg Muller in tempi molto più recenti ha scritto «Don Camillo sprich mit Jesus». Plagi belli e buoni, senza nemmeno il pudore, nel caso di quello italiano e quello tedesco, di cambiare il nome al protagonista, anzi, sulla sovraccoperta del libro di Frate Indovino c’è addirittura il ritratto di Fernandel.

Plagi, però, senza alcun successo, fatto salvo il volume tailandese che, in sostanza, però, è una traduzione clandestina, ma fedele di Guareschi.

Di ben altra portata il successo del don Camillo guareschiano che, scrisse qualcuno all’epoca delle accuse di plagio, anche qualora fosse stato tratto, come semplice spunto, dal parroco di Lamotte, non ci sarebbe stato nulla di male perché, come nel caso del «Faust», se Goethe non avesse preso il personaggio da un semplice spettacolo teatrale, oggi, certamente, nessuno se ne ricorderebbe più.

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