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Canuto, l'uomo dell'esperanto

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Ubaldo Delsante

Fu docente universitario di valore e, pur avendo ricoperto importanti incarichi accademici e professionali in quanto consulente medico-legale in processi di grido, Giorgio Canuto è oggi ricordato quasi esclusivamente in virtù della sua passione per l’Esperanto, la lingua universale al cui studio ed alla cui diffusione dedicò trentacinque anni della sua vita, dal 1925 al 1960, quando scomparve, esattamente mezzo secolo fa, il 29 ottobre.  Nato a Torino il 3 giugno 1897, si laureò nella sua città tanto in medicina quanto in giurisprudenza sotto la guida di Mario Carrara, di origini bussetane, uno dei padri della medicina legale italiana passato alla storia come uno dei pochissimi docenti universitari italiani che rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo.
Nel 1938 Canuto ottenne la cattedra, dapprima quale incaricato poi ordinario, di Medicina Legale e delle Assicurazioni all’Università di Parma e tra il 1950 e il 1956 ne fu anche il rettore magnifico, prima di rientrare nella sua città natale a ricoprirvi la stessa prestigiosa funzione. La sua tesi di laurea fu pubblicata a Parma da Mario Fresching nel 1946. Ebbe l’incarico di perito in diversi processi, tra i quali ebbero particolare risonanza, all’inizio degli anni Cinquanta, quello a carico del diplomatico Ettore Grande e, ancor più, quello a seguito del delitto Wilma Montesi.

Canuto si appassionò alla lingua esperantista alla metà degli anni Venti. Divenne insegnante e presidente del gruppo torinese, passando nel 1928 alla vice presidenza della Federazione italiana e negli anni successivi tenne persino corsi di Esperanto all’Eiar, la radio italiana che trasmetteva da Torino. Il suo maturo utilizzo della lingua escogitata alla fine dell’Ottocento dal polacco Ludwik Lejzer Zamenhof avvenne però nell’immediato dopoguerra.  Si racconta che durante i lunghi giorni di navigazione per raggiungere New York, dove avrebbe tenuto una relazione ad un congresso, in compagnia di un altro giurista, l’amico dalmata Ivo Lapenna, fu proprio questi, anch’egli esperantista, a suggerirgli di tenere il suo intervento in quell'idioma universale, tenuto conto che al congresso funzionava il servizio di traduzione simultanea. Dopo avere ottenuto, nel 1950, la presidenza della Federazione italiana, Canuto venne nominato anche presidente dell’Associazione Universale Esperanto: morì mentre ancora ricopriva quest’ultima carica, una delle più importanti dell’esperantismo mondiale. In suo onore, in seno a questo sodalizio è stata istituita la Fondazione Canuto allo scopo di favorire l’adesione da parte di individui provenienti da paesi economicamente meno fortunati.

A Parma, dove esisteva un Club esperantista fin dal 1913, sicuramente una delle più precoci formazioni italiane, Canuto ne divenne presidente e nell’agosto 1954 organizzò una conferenza dell’esploratore ed esperantista serbo-argentino Tibor Sekelj, che ebbe una notevole risonanza in città; in ottobre, inoltre, si svolse, all’insegna della lingua universale, il Congresso nazionale dell’Associazione mazziniana. L’anno successivo Canuto diede inizio ad una serie di conferenze e di corsi gratuiti all’Università patrocinati dalla Cassa di Risparmio, dal Rotary Club e dall’Ordine Costantiniano, proseguiti poi dal professor Guglielmo Capacchi. Dal 1965 il Gruppo esperantista parmense, che oggi conta venticinque soci oltre a un piccolo nucleo a Fidenza, è stato a lui intitolato. Ne sono attualmente animatori Vittorio e Luigia Madella. Per comprendere la concezione che Canuto aveva della lingua universale - oggi insidiata dall’uso sempre più generalizzato dell’inglese - è emblematico l’incipit di una sua conferenza tenuta a Rotterdam nel 1959: «Gentili Signore e Signori, se avrete occasione di entrare nel cortile dell’Università di Torino, leggerete in un’epigrafe che nel 1506 il vostro concittadino Erasmo da Rotterdam si laureò in teologia in quell'Ateneo. Ciò poté avvenire perché a quel tempo tutte le Università usavano un’unica lingua, il latino: i professori, da qualsiasi Paese provenissero, potevano capirsi fra di loro come fossero connazionali».

E concludeva: «Nel 1866 il filosofo tedesco Nieztsche scrisse che certamente un giorno l’umanità avrà una lingua comune, e certamente un giorno l’uomo viaggerà volando nell’aria. Abbiamo già assistito alla realizzazione della seconda previsione del filosofo. Sono sicuro che anche la prima si realizzerà, e che ciò avverrà non grazie a una difficile lingua nazionale, ma grazie alla semplice, bella, flessibile lingua internazionale». Era come evocare il miracolo della Pentecoste. Una profezia, quella di Canuto, che per ora non si è avverata, ma ciò nulla toglie al valore culturale delle sue considerazioni. Per iniziativa del professor Davide Astori, docente di Linguistica generale presso del Dipartimento di Filosofia Classica e Medievale dell’Università degli Studi di Parma, durante lo scorso anno scolastico è stato istituito il Premio «Giorgio Canuto» per una tesi di laurea in Interlinguistica ed Esperantologia il cui esito verrà ufficialmente comunicato alla fine di ottobre proprio in occasione del cinquantenario della sua scomparsa.

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  • Maggiorino Borio

    12 Ottobre @ 09.58

    Mi ricordo molto bene, un uomo gentile e disponibile, non mancava mai alle riunioni in sede, mi sembra il venerdì sera, e del suo pupillo , Giuseppe Grattapaglia mio insegnante al corso tenuto all'Università Popolare a Torino, a volte penso ai nostri grandi vecchi, ve ne sono ancora molti in vita, purtroppo quando se ne vanno lasciano solo il vuoto, non vi sono eredi, speriamo nel futuro.(?)

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