Arte-Cultura

Cosa si leggeva sotto i Farnese

Cosa si leggeva sotto i Farnese
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Pier Paolo Mendogni

Quali erano gli interessi culturali dei parmigiani durante i secoli in cui la città è stata governata dai Farnese? A
questa domanda non è facile rispondere in quanto di solito un simile problema lo si affronta attraverso l’analisi di iniziative di largo richiamo pubblico quali l'istruzione universitaria, le grandi committenze nobiliari e ecclesiastiche in campo artistico, le accademie letterarie, gli spettacoli musicali. Federica Dallasta ha scelto una strada diversa, ben più faticosa per l’enorme mole di documenti originali e non conosciuti che ha consultato, che l’ha fatta approdare a risultati di eccezionale importanza: è andata alla ricerca dei libri che possedevano i privati nelle loro biblioteche. Ne è uscito un quadro inedito e sorprendente, che le ha permesso di trarre una serie di indicazioni che risulteranno utilissime a chiunque vorrà studiare il periodo farnesiano che va dall’istituzione del ducato (1545) alla morte di Antonio Farnese (1731) senza eredi e nel quale la studiosa ha individuato per gli interessi librari tre fasi storiche «la stagione dei cultori delle humanae litterae (fino al 1622, data di morte di Ranuccio I), della preponderanza ecclesiastica (fino al 1680) e infine dell’erudizione storica e scientifica (fino al 1731)».  Testamenti, contratti matrimoniali con elenchi di beni dotali, elenchi di beni che portavano coloro che entravano nei conventi o monasteri, inventari tutelari: sono stati circa duemila gli atti esaminati dal XVI al XVIII secolo (una campionatura vastissima) che hanno riguardato nobili, ecclesiastici, avvocati, letterati, medici ma anche fornai, barbieri e persone di basso ceto sociale. «Sessantun biblioteche annoverano più di cento titoli: in particolare coloro che possono disporre di più di mille titoli si distinguono per la loro attività intellettuale (il teologo Simone Cassola, il letterato conte Pomponio Torelli, il segretario ducale Ranuccio Pico, il conte Carlo Sanvitale, il medico Pompeo Sacco, il giurista Giuseppe Pezzali e il conte Giuseppe Taccoli)». Dove li tenevano i libri? Nelle «scanzie», negli armadi, casse, tavoli; quasi tutti i sacerdoti avevano il Breviario in camera da letto mentre le signore e le ragazze tenevano l’Ufficio di Maria sull'inginocchiatoio. A partire dalla metà del Seicento si nota un aumento della diffusione dei libri che passano sempre più dal latino al volgare mentre negli ultimi decenni del secolo emerge una élite che acquista libri in francese. La popolazione di Parma in quei secoli oscillava tra i 31 e 35mila abitanti. Che cosa si leggeva? I nobili, che conoscevano le lingue antiche, possedevano il maggiore numero di opere classiche. I professionisti (dottori in legge, medici, insegnanti, speziali, matematici, musicisti, amministratori) avevano in prevalenza volumi legati alla loro specializzazione insieme a libri devozionali e di intrattenimento. I ceti medio-bassi preferivano i libri devozionali, scolastici e di intrattenimento in volgare. Le persone di cultura amavano anche leggere per diletto romanzi e drammi pastorali che gli permettevano di evadere dalla vita reale e «fantasticare su una realtà immaginaria»; una ristrettissima cerchia di intellettuali si teneva aggiornata acquistando le novità bibliografiche all’estero, anche se inserite nell’indice dei libri proibiti.
 Di straordinario interesse è la tabella dei privati proprietari di biblioteche, pubblicata in appendice, che consentirà agli studiosi di delineare meglio il profilo di molti personaggi che hanno avuto ruoli importanti nel mondo farnesiano. La Dallasta si è diffusa pure nell’analisi particolareggiata dei singoli periodi soffermandosi sui testi specifici dei vari settori, sulla lettura di evasione e sui libri usati per l’educazione femminile. Le opere scientifiche rispecchiano il dibattito tra il «sapere tradizionale e le scienze nuove», fra una visione del cosmo radicata sulla scolastica e immutabile e l’accoglimento delle novità che la mettevano in discussione. Un’iniziale cauta apertura allo sperimentalismo portava nei settori della medicina, dell’astronomia e della scienza a conclusioni che non venivano più intese in antitesi ai dogmi della fede aprendo così la strada alla diffusione di una nuova mentalità scientifica. La società si apriva alla modernità.

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