Arte-Cultura

"Capannoni", il ghetto dedlà da l'acqua

"Capannoni", il ghetto dedlà da l'acqua
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Damiano Ferretti
Sono sempre più numerosi gli studenti universitari delle facoltà umanistiche che presentano come tesi di laurea ricerche su tradizioni, personaggi e avvenimenti storici locali. E' questo anche il caso di Damiano Ferretti, uno studente parmigiano da poco laureatosi alla facoltà di Lettere con una interessante tesi sul risanamento dell'Oltretorrente e sulla costruzione dei famosi «capannoni», una pagina dolorosa che molti concittadini hanno ancora ben impressa nella memoria. Nell'articolo che segue ecco come Ferretti ha riassunto il frutto della sua tesi discussa col prof. Daniele Marchesini, docente di Storia contemporanea.

L' Oltretorrente, in un certo senso è l’anticittà, è il lato oscuro di Parma, l’alterità irriconducibile ad armonia ed ordine, un territorio infido, tra città e montagna, tra socialità urbana e rozza e aggressiva ruralità affamata e ignorante, separato dal torrente, ma non isolato, delimitato, ma non escluso. Questo «Capo di Ponte», manico di un ventaglio di strade che lentamente si sono venute affollando, addensando costruzioni popolari, modeste nelle dimensioni e nella fattura, interrotte da pochi edifici di rilievo quale l’Ospedale Vecchio e le chiese farnesiane. E’ il territorio «Dedlà da l’acqua», ghetto difficile da raggiungere; è anche la «Parma Vecia», definizione che ha un curioso valore speculare, poiché la parte più antica della città, quella che insiste sul castro romano, è quella posta verso oriente che si dice «Parma Nova».
 L’immagine di questi borghi si è delineata tra le due guerre mondiali quando l’intervento del fascismo a Parma si esprime soprattutto nell’opera di risanamento e sventramento dell’Oltretorrente. I borghi dell’Oltretorrente andavano risanati, ma il trasferimento forzato degli abitanti di quelle antiche vie nei «capannoni» progettati e costruiti dal regime fascista fu avvertito dalla popolazione come una ghettizzazione, come una ritardata rabbiosa punizione per quella ribellione corale durante le barricate del 1922. Nella loro posizione, così ai margini della città (ovvero all’estrema periferia di allora) e nella loro provvisorietà così duratura, i «capannoni» diventarono più che altro una sorta di discarica umana, regolata da una disciplina ferrea, in cui venne relegata, quasi per proteggerne il centro cittadino, la parte più povera della popolazione.
Con il risanamento dell’Oltretorrente la miseria, la delinquenza, le pessime condizioni igieniche non vengono eliminate, ma più semplicemente spostate. Coloro che andranno a finire nei «capannoni», non riusciranno poi ad acquisire la stabilità economica, tale da poter occupare le abitazioni lasciate libere nel centro cittadino dalle famiglie borghesi trasferitesi nell’Oltretorrente risanato, nonostante questo fosse il piano caldeggiato, almeno a parole dall’Amministrazione. Tuttavia, per quanti sforzi d’immaginazione si facesse, restavano sempre alcune centinaia di famiglie da sistemare.
Fu per ovviare a questa situazione che l’ingegnere capo del Comune, Giovanni Uccelli, studiò la possibilità di nuove costruzioni ad hoc che verranno definite in seguito «alloggi popolari» o anche «asili comunali», programmando nel contempo, un’ambiziosa scaletta di lavori così concepita: progettazione di edifici economici, previsti in quattro distinte tipologie, delle quali tre, con qualche variante a seconda della località, dovevano essere destinate ad abitazioni provvisorie, ed una, con maggiori comodità, era in grado di fornire alloggi stabili.
La prima tipologia. Tali costruzioni risultavano formate da lunghi e bassi fabbricati ad un solo piano, che distanziavano l’uno dall’altro circa 20 metri, situati con il loro asse principale in posizione nord-sud al fine di rendere soleggiati tutti gli ambienti. Gli alloggi avevano il minimo delle comodità. Ogni fabbricato si componeva originariamente di 24 vani distribuiti in due serie di 12 ambienti per lato. L’area di ogni locale era di circa 20 metri quadrati. Di fabbricati di questo tipo ne sono stati costruiti 9 e cioè: 4 in via Navetta, 1 in Via Verona e 4 al Cornocchio, e un decimo fu costruito all’estremo di Via Verona.
La seconda tipologia. Anche questo tipo di abitazioni furono state concepite in modo del tutto analogo al primo, con la differenza che la costruzione si sviluppava su due piani; per il resto erano gli stessi caseggiati orientati al sole, con un piazzale centrale e le zone laterali da utilizzare a viali oppure a orticelli. Questo tipo di costruzione popolare aveva due piani comprendenti alloggi di una e due camere oltre i vani ricavati sotto e superiormente alle scale. In questa seconda tipologia di costruzione popolare, si è notato qualche lieve maggior comodità che nei precedenti, come per esempio la presenza in tutti gli alloggi del camino con i fornelli. Di fabbricati di questo tipo ne sono stati costruiti 5 e cioè: due in Via Paullo e tre al Castelletto.
La terza tipologia. Il terzo tipo di «alloggio economico» per gli sfrattati, era anche il più decoroso, poiché si trattava di un vero e proprio edificio civile e corrisponde al cosiddetto «palazzone», posto allo sbocco di Via Baganza. L’edificio, a forma di “C”, venne concepito in modo da essere utilizzato in massimo grado. Ogni alloggio era dotato di camino, fornelli e lavandino. Secondo questa tipologia, è stato costruito il fabbricato di Via Varese, alla sinistra del torrente Baganza e a 600 metri a monte delle vecchie mura delle città.
 La quarta tipologia. Il quarto tipo di alloggio «ultrapopolare», era una vera e propria casa di civile abitazione per famiglie modeste, nel quale ogni alloggio era dotato di tutti i servizi, oltre che della cantina.  Esso sorgeva in angolo fra Via Francesco Rismondo e Via Tommaso Gulli negli orti di San Domenico, con ingresso dalla prima delle suddette vie. Questo «capannone», aveva la forma di “C”, con la fronte esposta a sud, e racchiudeva fra le sue braccia un largo cortile interno aperto da un lato; sui lati ovest e nord aveva due larghe zone di terreno destinate a viali, orticelli, aiuole, ecc. Il Comune di Parma, quindi, durante gli anni Trenta del ‘900, ha costruito 16 fabbricati per le famiglie più povere comprendenti complessivamente 597 vani abitabili, oltre i servizi distribuiti in 447 alloggi di una e di due camere, ed ha sostenuto per tali costruzioni la spesa totale di 2.596.000.
 Sul finire degli anni Trenta, la popolazione dei «capannoni» si era ormai stabilizzata in una comunità tristemente omogenea composta dai ceti più marginali dell’ex Oltretorrente. Successivamente, e per un lungo periodo di tempo a cavallo dell’ultima guerra, tutti i vari Asili sorti in via Venezia, via Paullo, Via Verona, Via Toscana, quartieri Navetta, Cornocchio e Castelletto, rimasero ininterrottamente occupati dalla popolazione più bisognosa per effetto degli sfratti prima, e per la grave penuria di alloggi seguita ai bombardamenti anglo-americani poi. I fabbricati costruiti – vale la pena ricordarlo – risultarono sempre insufficienti di fronte ad un numero di sfrattati sempre crescente, e più che un’immagine di «rifugio» dove abitavano provvisoriamente (in realtà diventarono le loro nuove abitazioni) le famiglie, in seguito alle evacuazioni dalle loro case, si aveva quella di un campo di concentramento.
 I cosiddetti «capannoni» sono rimasti in piedi fino ai primi anni Sessanta. Da ricordare che «ai capannoni», si sentiva parlare esclusivamente in dialetto parmigiano, un dialetto strettissimo, ben diverso dall’attuale e da quello della «Parma nuova» (pare addirittura che anche la conformazione della bocca e delle labbra risentisse di questo modo di parlare).  La parola «capannone», fu in prima istanza un accrescitivo di grossa casa popolare, mentre in seguito passò a designare gli abitanti e divenne sinonimo di gente rozza, ignorante, aggressiva e violenta, ma fu assunta come un blasone da parte di coloro che si mantennero fedeli alle radici culturali, sociali e politiche dell’Oltretorrente.  

 

 

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  • Pasquale

    07 Febbraio @ 20.20

    Molto interessante, varrebbe la pena farci uno speciale della Gazzetta (come parte d una serie storica).Sarebbe un successo. Balestrazzi pensaci.

    Rispondi

  • marco

    19 Ottobre @ 10.36

    Credo che a questo punto l'oltretorrente avrebbe bisogno d'una seconda "bonifica" ridotto com'e',violentato da emarginati dalla minzione facile e alla mercee d'un amministrazione che getta soltanto parole al vento e cemento....

    Rispondi

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