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Serenissima e universale

Serenissima e universale
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di Sergio Caroli

Dai giorni ormai lontani dell’apparizione  della «Storia di Venezia» di Frederic C. Lane, mancava un’opera che –  utilizzando i più recenti contributi monografici e nuovi documenti d’archivio a Istanbul - narrasse l’evolversi, per quasi un  millennio, delle relazioni fra Venezia e il mondo arabo e turco. A portare a compimento questa impresa giunge il saggio di Maria Pia Pedani «Venezia porta d’Oriente» (Il Mulino, pag. 334, euro 26). Docente di Storia dell’Impero Ottomano all’Università Ca’ Foscari di Venezia, l’autrice ripercorre le vicende della Serenissima offrendone un quadro pulsante della vita nell’evolversi della politica, della diplomazia e dei costumi, attraverso la messa a fuoco, in particolare, del ruolo svolto dai gruppi dirigenti, dai mercanti, dai marinai e soprattutto dagli ambasciatori.  La leggenda vuole che il corpo di san Marco fosse traslato a Venezia da Alessandria. Ma perché il leone dell’Evangelista fosse divenuto il simbolo dello Stato, lo chiedo alla professoressa Pedani. «La traslazione – mi risponde - fu un atto ricco di elementi simbolici. Essa servì soprattutto ad affrancare la città sia dal lontano Impero bizantino, sia dalla dipendenza dal patriarca di Aquileia, sostenendo invece le pretese del presule di Grado, che vedeva così la sua diocesi accaparrarsi le reliquie del Santo da cui entrambe le sedi affermavano di essere state fondate. Per secoli a Venezia san Marco, come protettore e reale possessore della città, venne però rappresentato soprattutto in figura umana, lasciando l’animale che pure gli veniva già associato alla simbologia religiosa. E’ dopo il 1261, anno in cui cade l’Impero Latino d’Oriente, che improvvisamente si trova il leone associato all’idea dello Stato marciano».
Il doge Enrico Dandolo aveva saputo abilmente sfruttare la quarta Crociata per porre la basi di una stabile presenza dei mercanti veneziani a Costantinopoli.  Come andarono le cose?
Si possono avanzare delle ipotesi. Gli organizzatori della Crociata si erano accordati con i veneziani per pagare il trasporto in Terrasanta di migliaia di armati. Giunti in città, però, si accorsero di essere molti di meno, mentre i veneziani avevano mantenuto fede all’impegno e preparato tutte le navi necessarie. A questo punto si presentò un problema: la somma raccolta non era sufficiente a pagare il trasporto. Il doge Dandolo, ottuagenario e semi-cieco, chiese agli inadempienti di compensare almeno in parte il loro debito attaccando la ribelle Zara. Nel frattempo le cose si complicarono per l’arrivo di un pretendente al trono di Costantinopoli, che chiedeva aiuto per riconquistare il suo regno. I crociati si diressero verso la città imperiale e la conquistarono. La nascita del nuovo Impero Latino d’Oriente fu vantaggiosa per i veneziani: non solo portarono ambite spoglie da Costantinopoli come la quadriga marciana, ma per quasi sessant’anni riuscirono a disturbare grandemente i commerci dei loro più accaniti avversari, i genovesi.
Questa vicenda mette già in luce quella che sarà per secoli una dote eccelsa della Serenissima: l’abilità diplomatica.
Venezia inviò ambasciatori presso popoli lontani, a Oriente e Occidente, per sostenere i propri mercanti che si muovevano di solito in gruppo, sotto l’egida dello Stato. Creò anche una fitta rete di consolati, sempre volti a tutelare gli interessi commerciali, tanto che il diritto consolare odierno si fa derivare dalle leggi promulgate dai veneziani antichi. Verso la metà del Quattrocento istituì anche la prima ambasciata vera e propria, inviando un diplomatico residente alla corte papale, quando salì al trono pontificio un suo suddito, Gabriele Condulmer, che prese il nome di Eugenio IV. Fin allora gli ambasciatori venivano inviati presso un sovrano estero per compiere una specifica missione e poi tornavano indietro. Dal 1431, invece, un rappresentante di Venezia abitò stabilmente a Roma, ben presto imitato da altri. I diplomatici veneziani erano anche abili, come molti colleghi, a raccogliere informazioni da spedire in patria. Ciò che li contraddistinse fu che per legge, sin dal Duecento, alla fine di ogni incarico, dovevano presentare un resoconto della loro missione. Nacquero così le famose ‘relazioni’ degli ambasciatori veneziani, fino al Settecento avidamente ricercate nei salotti d’Europa per le informazioni politiche e di costume che offrivano. Con l’Ottocento furono utilizzate dagli storici per cominciare a scrivere di storia europea e ottomana e tuttora sono fonti importanti per la ricerca storica.
A Costantinopoli fu inviato, nel 1479, Gentile Bellini che ci ha lasciato il grande ritratto del conquistatore di Costantinopoli, Maometto II.  A che scopo?
Alla fine del suo regno Maometto II pensava di dirigere le sue armate anche contro l’Italia, e in effetti sbarcarono nel 1480 a Otranto. In tal modo egli si poneva sullo stesso piano dei signori rinascimentali d’Occidente. Penso che la richiesta che avanzò ai veneziani che gli inviassero un pittore, oltre a un esperto fonditore e ad altri artigiani, dipendesse appunto dal desiderio di far propria la simbologia europea. Maometto II fu molto attento alla sua immagine. In patria amava presentarsi come il nuovo Alessandro Magno; ordinò di riscrivere la storia della sua dinastia per esaltare il proprio lignaggio, dimenticando le origini pastorali del suo avo Osman; e dopo la conquista di Costantinopoli, ne ridisegnò il piano urbanistico in modo da trasmettere a tutti un messaggio di impero universale dove i vari gruppi etnici e religiosi che lo formavano potevano convivere armoniosamente.
 

Venezia porta d'Oriente
Il Mulino, pag. 334, 16,00
 

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  • tonyvenice

    24 Ottobre @ 11.51

    egr. professore,grazie ancora per queste perle di cultura che riesce a darci tramite la gazzetta. trovo che la politica estera della serenissima sia ancora oggi di grande modernita'.pensiamo alla istituzione dei consolati, ai rapporti diretti con il " turco", l'istituzine a costantinopoli di u quartiere " veneziano" per i propri traffici,di vari "fonteghi " a venezia per le merci i arrivo,creati secondo l criteri di provenienza, fontego dei turchi, fontego dei tedeschi .io,veneziano, abiyo in provincia di parma e ho trovato, con mia brande sorpresa, nella bassa,a s.secondo, nella rocca, un grande leone marciano. si dice da noi che se il libro tra le zampe del leone e' aperto,siamo in periodo di pace. in tempo di guerra, la serenissima rappresentava il leone con il libro chiuso. sara' vero? grazie ancora antonio cremonese

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