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E le foto diventano affreschi

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Mariagrazia Villa

La pupilla del reverendo Carroll passava attraverso gli specchi. Il fotografo Alberto Carra passa oltre i muri. E vi trova più di un’immagine. Anche nel suo caso, la prima volta in cui è andato a vedere dentro l’intonaco, ha pensato: «Ma questa cosa non ha senso!». Eppure, proprio come Alice, ha tirato dritto. E sabato alle 10.30, nei Loggiati del Castello di Felino, inaugura la sua mostra «Affreschi fotografici. Scolpire la luce con le immagini», che resterà aperta domenica, durante il weekend del 29, 30 e 31 ottobre e lunedì primo novembre (informazioni: www.caralb.it). L’idea di sviluppare foto in bianco/nero direttamente sulle pareti è nata da un percorso di ricerca e sperimentazione à rebours, rifrequentando la tecnica dei pionieri della fotografia di metà Ottocento, compiuto quando Carra, benedicendo un’infermità subita nell’infanzia, ha potuto andare in pensione a nemmeno cinquant’anni. Una grande esperienza di fotografia, dalla tradizionale alla digitale, e di regia alle spalle, e molto tempo libero davanti. «All’inizio, per sviluppare l’immagine, ho steso l’emulsione liquida fotosensibile su un supporto come il legno – racconta - e la resa finale, dovuta anche alle venature del materiale, era suggestiva. Poi, su lastre di marmo statuario di Carrara: in quel caso, si creava un gioco di trasparenze per cui l’immagine sembrava stampata sull’alabastro. Poi, un bel giorno, ho utilizzato la tecnica su un muro della mia casa… Una pensata assurda: il bello della fotografia è la sua portabilità!». Già. Ma il professor Arturo Carlo Quintavalle (autore del saggio nel catalogo della mostra), massima autorità in materia di storia e critica della fotografia, ha un’altra opinione. Invitato a valutare l’esperimento, ne riconosce l’unicità: il tentativo di Carra di far acquisire alle immagini una lunga durata, staccandole dal contesto contemporaneo. «All’idea ci sono arrivato per la disperazione», confessa. «Sentivo di avere delle qualità e non trovavo il modo per esprimermi…». Così, sul muro, anziché sbatterci la testa, Carra ha preferito stamparci delle foto. Accollandosi la difficoltà di chiedere in giro delle pareti da sviluppare e la gestazione di quella magia fotografica tradizionale che proprio breve non è: «Devo oscurare completamente la stanza, poi stendere sul muro una mano di stucco, che gli permette di assorbire meglio l’immagine, poi una mano di lavabile e, quindi, un’emulsione fotosensibile di nitrato d’argento, acido citrico e gelatina animale. Attraverso un ingranditore proietto il negativo e, là dove prende la luce, l’argento si scurisce, formando l’immagine, sollecitato da prodotti chimici che favoriscono lo sviluppo. L’intero processo, considerati anche i tempi d’attesa tra una fase e l’altra, dura minimo cinque giorni».
Sviluppando le foto parietali, sia quelle del passato – in mostra una serie di immagini stampate direttamente da negativi su lastra di vetro, realizzate dal Principe Franco Carrega durante una battuta di caccia alla fine del XIX secolo - sia quelle scattate da lui stesso – ritratti femminili, ma anche scene dal sapore antico, dai templi di Selinunte ai Fori Imperiali -, Carra si è reso conto di utilizzare l’ingranditore come uno scalpello. Affreschi, dunque, ma dotati di fisicità, di spessore, come uscissero dal muro stesso. Da vedere e toccare da vicino, per sentirne la plasticità data dai riflessi di luce dell’argento. L’emulsione stesa col pennello, poi, nella sua mancanza d’uniformità è un valore: «Con la stesura a spruzzo, la resa è perfetta perché l’immagine non ha striature, ma la pennellatura dona un effetto più poetico, dà un’impronta irripetibile alla foto». Carra, non solo mette la fotografia con le spalle al muro, chiamandola alle proprie responsabilità di custode della memoria storica e di primizia dell’eterno - «il mio è un grido a favore della conservazione della tecnica bianco/nero che, attraverso il mio metodo, trova un nuovo sbocco per sopravvivere nel futuro» -, ma le dà anche un tocco ogni volta unico. Le pennellate restituiscono un gusto impressionista all’immagine: ci si libera dalla tensione di riprodurre in modo obiettivo e scientifico il mondo fenomenico, ci si addentra nell’alea creativa. L’immagine torna a essere un’icona, la traccia di un significato personale. Perfino Charles Baudelaire, inferocito detrattore del nuovo mezzo fotografico, quando nel 1839 Daguerre presentò al mondo la sua invenzione, avrebbe potuto mettersi in casa un affresco fotografico. Perché Carra oltrepassa il muro della riproduzione: evoca la poesia del circostante, nella sua longevità d’arte.

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