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Arte-Cultura

Parmiggiani, il silenzio delle cose

Parmiggiani, il silenzio delle cose
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Stefania Provinciali

Il silenzio è aspetto distintivo dell’opera di Claudio Parmiggiani, uno dei grandi protagonisti dell’arte contemporanea che del silenzio ha fatto la propria identità. Silenzio nel senso completo del termine, e cioè di azione senza scalpore, di presenza rara nel mondo dell’arte, rara ma preziosa là dove il silenzio si trasforma creatività offerta al pubblico ma non declamata, capace di forti emozioni. Il suo volontario «esilio» dalla scena artistica vale come elemento dissociante e radicamento ad una cultura di profondi valori di cui le opere sono intrise. Già ne era stata testimonianza la grande installazione «Teatro dell’arte e della guerra» che nel 2006 Claudio Parmiggiani aveva realizzato nel Teatro Farnese, trasformato in silenziosa voce di un disagio contemporaneo. Ma silenzio è anche intima necessità nella lettura delle opere, che si fa strada con delicatezza ma decisione quando davanti ai pani pesanti di metallo, o a quel leggero cerchio di piume multicolori, si sente la necessità di una visione solitaria, intesa a comprendere forme e significati. Queste ed altre opere, una ventina in tutto, sono esposte da domani, nel Palazzo del Governatore e nella chiesa di San Marcellino (in via collegio dei Nobili), alla mostra promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Parma, aperta al pubblico fino al 16 gennaio 2011. Fuori, dietro i grandi vetri del contenitore, c'è la città che si muove vorticosamente e che diventa essa stessa parte dell’installazione complessiva nel contrasto dei ruoli. Dentro, nelle sale dalle pareti immacolate, le opere raccontano: la pesantezza di una forma che è vita e pensiero nel duro impatto con l’incudine appoggiata al muro nero di fumo, l’inquietante verità del pianoforte a coda dove un coltello affonda la sua lama nel libro e lontano, in prospettiva, un pennello trasuda sangue mentre il pensiero si fa più lieve e lucente nella miriade di farfalle che qua e là escono da un custodia per violoncello aperta o da un cappello rovesciato. Pesantezza e leggerezza si susseguono così lungo il percorso che raccoglie un’installazione per stanza, installazioni essenziali dove il togliere è parte del tutto ed il ricomporre ai minimi termini dà forza all’immagine ad ai suoi significati, un’immagine semplice nella sua identità ma complessa e completa nel suo colloquiare col mondo, nel silenzio di una stanza, di una luce che varia col variare delle ore del giorno. Parmiggiani è anche questo: desiderio di natura, di «cose» dai significati assoluti, colti nella loro integrità. Nel pensiero più cruento, come nel sangue, c'è, infatti, il racconto dell’essere umano, di una vita che diventa «scultura d’ombra», nella Delocazione creata appositamente per il Palazzo del Governatore nel calore d’agosto e che, oggi, sembra traspirare colore e sudore. Attorno opere, molte delle quali create appositamente dall’artista, dove l’allusione del titolo dato alla proposta espositiva, «Naufragio con spettatore», si fa pressante nella ricerca di significato. Del naufragio c'è traccia, o meglio, ci sono indizi silenziosi che lo sguardo non può fare a meno di cogliere fra polvere e cenere, fuoco e aria, ombra e colore, luce e pietra, vetro e acciaio, sangue e marmo, i materiali prediletti; frammenti tutti del mondo, dove un’ancora può rappresentare la salvezza, una lanterna spenta la luce che l’uomo non sa raggiungere, una piccola barca l’illusione, un libro bianco l’incapacità di comunicare. Gli oggetti vanno allora acquistando identità insolite che, nella loro tragica bellezza, appaiono stranamente familiari e nel silenzio della mostra si trasformano in coscienza dell’esistere e dell’agire. L'arte di Claudio Parmiggiani si rivela così sempre attuale quanto il gesto dell’utilizzo di oggetti in luoghi che siano in sintonia con l’azione artistica in cui l’opera d’arte è e deve vivere per aprirsi al pensiero. Si chiude, così, con un’opera «assoluta», nella cinquecentesca chiesa di San Marcellino, aperta al pubblico dopo più di ottant'anni, il percorso. L’idea del naufragio fra le mura un tempo sacre si fa realtà sempre più vicina, diventa espressione di un viaggio perenne fra le miriadi di libri che riempiono l’abside da cui il gozzo arenato sembra voler fuggire per proseguire il proprio cammino. Per queste ed altre ragioni l’agire dell’artista, nato a Luzzara, è stato nel tempo assimilato all’arte concettuale e all’arte povera, omologazioni rifiutate dallo stesso poiché il suo amare il silenzio lo ha condotto verso una «solitudine» creativa che è dell’uomo e di tutti gli uomini, che tocca l’universalità dell’essere e del mondo. Era stato Giorgio Morandi il suo primo maestro ad indirizzarlo, non in senso stilistico ma nel modo di concepire il rapporto tra arte e vita, sulla scia di un’amicizia nata negli anni giovanili quando Parmiggiani frequentava l’Istituto di Belle Arti a Modena. «Occorre portare l’arte, almeno la propria, lontano dalla teatralità..., riportarla alla sua solitudine...» diceva in un’intervista di qualche anno fa. Nascono, di conseguenza, quelle operazioni alchemiche dove la sparizione di una forma è parte pregnante di un progetto ideale; l’oggetto, trasformato in luce, vive nella profondità plastica del nulla e, dunque, di un assoluto silenzio. «La mia è stata un’educazione di tipo rinascimentale, umanistica, come del resto quella di altri artisti della mia generazione» ama ricordare, un’educazione preziosa poichè pone al centro il disegno delle cose dal vero, delle forme in prospettiva, dello studio delle luci e delle ombre, che solo in quanto capite possono essere trasformate nel segno di una sofferenza che l’arte porta con sé e che Parmiggiani ha interpretato con la voce dell’uomo del Novecento. E’ allora, quando passato e presente, azione e pensiero, forma e «nulla» si incontrano che il silenzio diventa voce e il naufragio può essere scongiurato.

Tg Parma - L'assessore Sommi presenta la mostra di Parmiggiani

Per saperne di più: www.palazzodelgovernatore.it

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