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Una fede in niente ma totale

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Pubblichiamo il testo che Claudio Parmiggiani ha letto durante l'incontro in  Municipio, in occasione dell'inaugurazione della sua mostra a palazzo del Governatore e in San Ludovico. 

Sono grato al signor sindaco, all’assessore alla cultura, grato alla città di Parma per l’invito che ho ricevuto e che molto mi onora. Grazie a tutti coloro che hanno collaborato a questa mostra. Grazie a Silvana Randazzo, ad Alessandra Bolis, a Lucio Rossi, a Enrico Mezzi, a Eleonora Benassi, a Fosca Ugoletti per la costante, generosa, affettuosa dedizione. E grazie a tutti voi per aver onorato questa occasione con la vostra presenza. Non è facile per me parlare delle opere che ho presentato. Sempre manca ad un autore quella distanza per poter descrivere se stesso. Non facile è dire con le parole ciò che è detto con un’immagine quando questa è affidata all’emozione, come ad una forma di parola superiore. D’altra parte non è quello che noi vediamo che dovrebbe essere illustrato, ma quello che non vediamo e che per sua natura non può esserlo. Quello che noi davvero vediamo è quello che sentiamo. Un artista mostra le cose non come si vorrebbe che fossero. Un’opera è come una porta invisibile, attraversando la quale usciamo dal mondo ed entriamo in un altro mondo, dove si cominciano ad intravedere la bellezza, la sofferenza e la verità. Le opere di questa mostra non sono che respiro, soffio, battiti, attimi, la lingua di una fiamma, la fiamma di una lingua, quando il loro desiderio è di essere eterne. Un ponte gettato nel tempo. Non sono altro che un desiderio, un’aspirazione. Porre dentro un’opera una parola come una speranza. Una parola, e al suo centro l’uomo. Per renderne più alto il significato, più viva la sua valenza civile. Non penso ad un’arte come triste ornamento, ludica, ottimista, salottiera, rassicurante, smemorata ma ad un’arte come un urto, un sussulto, come un fuoco sotto la cenere. Che emozioni e sia più vicina alla vita. Lo so che dire silenzio è un paradosso, che silenzio è una parola difficilmente pronunciabile ma è di questa parola obsoleta e quasi eretica, dell’esigenza del silenzio nel corpo di un’opera, del silenzio come di una materia per l’opera, che voglio dire. Silenzio è oggi una parola quasi sovversiva ed è sovversiva perché è un estremo spazio meditativo. In una delle sue opere più spirituali, un artista, Dosso Dossi, nel 1524 dipingeva un soggetto singolarissimo. Seduto sopra una nuvola, al centro della tela, Giove è intento a dipingere alcune farfalle, allegoria dell’anima. Accanto, alle sue spalle, Mercurio che, volgendosi ad una fanciulla in atto di avvicinarsi, porta il dito indice alle labbra, ad intimarle il silenzio. L’opera dell’artista non può essere portata a termine se non nella sacralità del silenzio. Oggi, a distanza di quasi cinquecento anni da quella poetica invenzione, quell’opera assume un significato profetico e quel dito emblematico ha ancor più ragione di essere portato alle labbra, e non solo nell’arte. Quando parlo del silenzio non intendo il silenzio della propria voce, un silenzio rinunciatario, ma del silenzio come un grido. Un gesto oggi necessario all’interno di un discorso sull’arte. Un rifiuto e una negazione a quel linguaggio, a quella cultura dell’effimero che fa del clamore, della spettacolarità, del gratuito e della superficialità il principale dei suoi obiettivi. Oggi come non mai occorre difendere tutto ciò che resta, tutto ciò che ha un solo, minimo legame con il mondo spirituale. Per un artista l’arte è l’unica forma di esistenza e di resistenza. Per la società, per quella cultura dell’effimero di cui parlavo e nella quale ci rifiutiamo di riconoscerci, la poesia e l’arte che amiamo, che difendiamo e attraverso le quali ci opponiamo sono parole spesso dimenticate. Sono problematiche, pongono domande, non danno risposte, offrono solo dubbi. Noi abbiamo bisogno di questa arte. C’è un’eredità spirituale che non deve essere dissipata. Un dovere e una conseguente responsabilità che gli artisti devono assumersi; non smarrire il senso profondo del proprio passato artistico, storico e morale, perché dentro questa dignità è scritto tutto e solo quello di cui abbiamo veramente bisogno: una verità. L’arte deve ritornare ad essere arte, a parlare al cuore dell’uomo. Nell’infanzia del tempo l’arte fu preghiera. Poco è rimasto di quella infinita bellezza. Ora non siamo più capaci nemmeno di pregare.

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