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Quando il principe fece il «pompiere»

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 «Anno bisesto, anno funesto» recita un antico adagio e il 1720 non poteva iniziare peggio per Parma funestata in gennaio da ben tre incendi in uno dei quali morivano due giovani sposi. La notte di mercoledì 10 le fiamme divampavano in una casa «sulla strada maestra vicino al ponte della chiesa di San Bartolomeo» (via Mazzini) dove abitava una giovane coppia sposata da un anno: lei, diciassettenne, era al nono mese di gravidanza, lui ventenne. Avevano aperto a piano terra una bottega di «lardaria» e loro abitavano al piano superiore. Si pensa che l’incendio sia stato causato da «un poco di foco lasciato in un vaso di terra sulla tavola di Bottegha, pieno di grassi di animale porcino»: le fiamme trovavano facile esca nel legno e nell’altro materiale e in breve tempo attaccavano il soffitto ligneo che costituiva il piano della camera da letto degli sposi e che crollava trascinando in mezzo alle fiamme il letto e i due sventurati giovani, che morivano tra atroci sofferenze.  Il dirimpettaio Alessandro Mauri, aiutante della milizia, «armarolo», svegliatosi di soprassalto per il baccano e le grida strazianti, si affacciava alla finestra e alla vista di quello sconvolgente spettacolo moriva d’infarto. Nel frattempo avevano iniziato a suonare le campane del Comune, di San Bartolomeo, della Madonna del Ponte, Sant'Alessandro, San Pietro per dare l’allarme dell’incendio e chiamare a raccolta gli addetti allo spegnimento: accorrevano il governatore della città, tutta la compagnia dei granatieri, i brentatori.
Anche il principe Antonio Farnese, che si ritrovava in casa Borri per l’abituale conversazione serale, lasciava la compagnia e in carrozza si portava sul luogo della disgrazia prendendo la direzione delle operazioni di soccorso: dava subito l’ordine di cercare di impedire che le fiamme si propagassero alle case vicine, che erano seriamente minacciate, anche per l’abbondante presenza di materiale ligneo.
Fortunatamente si riusciva a circoscrivere le fiamme evitando una catastrofe. Il principe restava sul posto tutta la notte e se ne andava solo all’alba, quando il fuoco era pressoché domato. I resti delle due povere vittime venivano portati in San Bartolomeo. Tre giorni dopo verso le sei di sera si sviluppava un incendio nel camino della Posta, situato tra i fienili del Casino del Principe Antonio e della Posta stessa. Suonate le campane si portavano sul posto il governatore, una squadra di granatieri, i brentatori, falegnami, muratori e tutti coloro che erano obbligati ad accorrere in caso di incendio.
Fortunatamente tutto si risolveva rapidamente, senza gravi danni, così come quello che due settimane dopo avveniva nell’osteria del Gambero, vicino alla chiesa di S. Andrea. Il campanone civico dava l’allarme e accorreva subito molta gente che si trovava nella piazza grande (Garibaldi) cosicché le fiamme venivano domate celermente.
Dopo le fiamme, i fulmini. Era maggio e dense nubi minacciose stavano oscurando il cielo cittadino. Alcuni giovani chierici salivano sul campanile della chiesa di San Sepolcro per segnalare con le campane l’arrivo del temporale che si scatenava con violenza e un fulmine colpiva il chierico Pietro Cecci, ventenne, uccidendolo sul colpo e danneggiava seriamente il campanile (progettato dal Malosso) che verrà restaurato e modificato nella parte terminale nel 1753 secondo i modelli dell’architettura rococò. Una disgrazia altrettanto casuale capitava in luglio a un aiutante pasticcere in strada Santa Lucia (via Cavour).
Il giovane, che abitava nella casa del pasticcere, durante la notte per il caldo eccessivo si alzava e andava a sedersi sulla finestra con le gambe penzoloni; sennonché l’ora tarda e la stanchezza lo facevano addormentare e cadeva sulla strada morendo sul colpo. Un anno funesto non poteva terminare che con uno spettacolare rito penitenziale, anche perché si stava avvicinando un «morbo contagioso», la pestilenza, che in ottobre a Marsiglia aveva fatto 15mila morti. 
A Parma si disponevano particolari misure di sicurezza specialmente verso coloro che venivano dal Genovesato.  All’inizio dell’Avvento, terminato il triduo nell’oratorio di San Simone (in piazzale Sanvitale) della Compagnia di San Rocco, protettore contro la peste, i confratelli portavano in processione per la città la statua del santo, seguita dai padri cappuccini con pesantissime croci sulle spalle.  Giunti in piazza grande (Garibaldi) un frate teneva un appassionato sermone ai fedeli che restavano fortemente colpiti dalle sue parole e soprattutto dal fatto che, al termine, i cappuccini avevano posato le croci e si flagellavano a sangue. Lo stesso faranno le sere seguenti i congregati delle varie Compagnie che si vestivano di sacco, visitando varie chiese trascinando pesanti croci e flagellandosi sulla viva carne, perdendo abbondante sangue «al fine di placare la Divina giustizia, adirata contro di noi».

Pier Paolo Mendogni 

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