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E Parma diventò «Iulia Augusta»

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 Domenico Vera è docente di Storia romana nel Dipartimento di Storia dell’Università di Parma e presidente del comitato scientifico della «Storia di Parmaa» (MUP Editore). È stato curatore generale sia del I volume (I caratteri originali, 2008) che del II (Parma romana, 2009), ove ha contribuito con un saggio su Parma imperiale. L’articolo che segue tratta dei legami politici e clientelari fra Parma e il fondatore dell’impero romano.

Nei secoli dell’impero romano la nostra città, fondata nel 183 a. C. come «colonia di cittadini romani» con il nome attuale di «Parma» (le cui origini e significato rimangono una questione irrisolta), portò un altro nome ufficiale: «Iulia Augusta». Per la precisione «colonia Iulia Augusta Parmensis». La denominazione indica un rapporto speciale con il fondatore dell’impero. E Parma, figurava fra le 28 colonie privilegiate dell’Italia, quelle che Augusto nel suo testamento politico dichiarò da lui fondate («mea auctoritate deductae») aggiungendo: «mentre fui in vita furono assai fiorenti e popolose». 
Da dove nasce questo rapporto privilegiato fra Parma e il Principe che evidentemente non si esauriva nel nome onorifico di «Iulia Augusta»? Tutto fa pensare che,  all’indomani della vittoria su Antonio (31 a. C.), il nuovo padrone dello stato dedusse a Parma una colonia di suoi veterani distribuendo terre espropriate o acquistate con il tesoro di Cleopatra. Uno di questi, Lucio Vettidio, sepolto a Baganzola, divenne anche magistrato parmense, ma nell’iscrizione funebre tenne a indicare al primo posto la sua condizione di antico veterano di una legione augustea. 
I primi rapporti fra Parma e Augusto risalivano alla lunga crisi politica aperta dall’assassinio di Cesare il 15 marzo del 44 a. C. che raggiunse l’apice verso la fine dell’anno con lo scoppio della cosiddetta «guerra di Modena», combattuta fra l’esercito del senato e l’esercito di Marco Antonio per il controllo dell’Italia settentrionale. Il conflitto si decise in due violentissimi scontri a favore del senato ma con la morte di ambedue i consoli: a Forum Gallorum (Castelfranco Emilia) il 14 aprile del 43, sette giorni dopo sotto Modena che da mesi Antonio teneva sotto assedio. Antonio dovette ritirarsi verso la Provenza e padrone del campo rimase il diciottenne pronipote di Cesare, Ottaviano, il futuro Augusto, che si era schierato con il senato. La «guerra di Modena» ebbe conseguenze tragiche anche su Parma. Probabilmente nel marzo del 43 la colonia subì violenze per opera delle truppe antoniane comandate dal fratello di Antonio, Lucio Antonio. Cicerone in un’orazione politica violentissima pronunciata in senato parla in toni altamente drammatici di Parma «occupata», di uccisioni di cittadini eminenti e di violenze su mogli e figli. Decimo Bruto, passando per Parma ai primi di maggio, gli scrive dei «Parmensi miserrimi» e in giugno l’oratore ricevette un resoconto dalla Spagna su «Parma saccheggiata».
 In realtà, diversamente da una tradizione ancora seguita negli studi e risalente al grande Ireneo Affò che parlò addirittura di una «Parma ruinata» poi ricostruita da Augusto, i danni materiali alla città dovettero essere limitati. Tant'è che fonti antiche sulle guerre civili, che pure sono abbondanti dettagliate e ostili ad Antonio, nulla dicono dei fatti parmensi. Probabilmente l’episodio del 43, uno fra i tanti delle guerre civili, eclatante nell’atmosfera politica infuocata del momento, si limitò all’uccisione di qualche notabile ostile e a violenze dei soldati, ma nulla più. E cadde giustamente nell’oblio. Parma certamente doveva odiare Antonio. Dunque, agli occhi di un politico fine come Augusto, Parma era la città ideale in cui installare un contingente di fedeli congedati. L’atto comportò la «rifondazione» della colonia, che dal nome gentilizio del fondatore fu ribattezzata «Iulia» e «Augusta» dal nome onorifico che gli decretò il senato nel 27 a. C.
 È da notare che, mentre sono numerose le colonie veterane chiamate solo «Iulia» o solo «Augusta», sono rare quelle con doppia denominazione, che è segnale di particolare attenzione da parte del Principe. Augusto e la sua famiglia divennero patroni ufficiali di «Iulia Augusta». I dati di cui disponiamo non sono numerosi né sempre chiarissimi, ma rimangono rilevanti e dal complesso degli indizi si ricava la sensazione che lo spirito protettore di Augusto aleggiasse sulla comunità divenuta sua «cliente». Parma, che come altre città dell’Italia settentrionale si monumentalizzò nell’età giulio-claudia, poté forse beneficiare di finanziamenti imperiali per la costruzione dei principali edifici pubblici. 
Grazie a scavi promossi da Maria Luigia, conosciamo meglio di tutti il lussuosissimo teatro, edificato durante la vita di Augusto sull'asse di Strada Farini ma fuori delle mura all’altezza di Borgo Salnitrara e Sant'Uldarico. Non c'è dubbio che il grande edificio (circa 10.000 spettatori) fosse augusteo in quanto a gusto artistico e a significati politici dell’apparato decorativo. Essere clienti richiedeva che i protetti mostrassero gratitudine e lealtà al patrono. In questo linguaggio del patronato politico romano rientra perfettamente l’iniziativa di un ricco liberto che lastricò a proprie spese la via che dal foro (Piazza Garibaldi) portava alla porta principale della città (all’incrocio fra le strade Repubblica e XXII Luglio) e decorò la porta stessa con «marmi, statue, fontane e zampilli». 
La dedica «al nume protettore di Augusto», cioè ad Augusto vivo, significa che il Principe sarebbe stato informato della dedica e dei lavori, certamente autorizzati dalle autorità cittadine, e si sarebbe compiaciuto della devozione dei suoi clienti di «Iulia Augusta». Non può essere casuale che sia nel Teatro come nella porta adornata da Munazio Apsirto si trovi una decorazione a rosetta con quattro-cinque petali, che nel linguaggio dell’arte augustea simboleggiava Venere, la dea genitrice della famiglia «Iulia», quella di Cesare e di suo «figlio» Augusto. 
Domenico Vera
 

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