Arte-Cultura

Una favola nera per raccontare gli anni di piombo

Una favola nera per raccontare gli anni di piombo
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Alberto Sebastiani
«Prospero» (Italic) è una favola nera sui primi anni Settanta, oggi tanto vituperati. Un periodo rimosso, che ormai è diventato quasi un topos letterario, affrontato in vario modo da autori come Tassinari, Arpaia, Carlotto, De Cataldo, Sarasso... «Prospero» è il secondo libro del parmigiano Gianluca Di Dio, esordiente nel 2003 con «L’Emiliano innamorato» (Fernandel), anch’esso dai sapori fiabeschi. La nuova storia parte da un paio di stivali. Li ha fatti arrivare dalla Germania la moglie di «Prospero», operaio, reggiano, figlio di partigiani, emigrato a Milano dove lavora in fabbrica, sposato con due figli. L’invidia dei capetti di reparto in combutta con i dirigenti fa sì che gli stivali vengano sottratti a Prospero e distrutti.
La rabbia esplode quando arriva pure il sopruso: la giustizia per via legale viene negata da tanti azzeccagarbugli, magistrati e uomini di potere pronte a umiliare l’operaio. Cercando giustizia, Prospero vuole addirittura contattare il Presidente della Repubblica attraverso un magistrato. La moglie va a Roma per dargli una lettera, ma muore nel tentativo di farlo, per un incidente. A questo punto Prospero è solo, tradito da tutto, ingannato da quello Stato al quale si era onestamente rivolto per chiedere giustizia. E se non c'è giustizia, c'è la vendetta: l’operaio diventa un vendicatore, un capobanda, e raccoglie intorno a sé altri operai umiliati per attaccare i responsabili delle ingiustizie. Un po' Pierre Bonnot, un po' Lupin, tra imprese, beffe e crimini con un codice d’onore ben preciso, mette a ferro e fuoco Milano e dintorni. La gente conosce la sua storia e Prospero conquista così dei simpatizzanti, nonostante la stampa e il circo mediatico avversi. Proprio questa simpatia popolare allarma lo Stato e le sue cariche più alte, e inizia una trattativa. Da qui, altre (dis)avventure di vario tipo e, mentre sullo sfondo crescono i moti che caratterizzano gli anni Settanta, la favola (nera) si risolve anche attraverso l’intervento del magico, del soprannaturale, come vuole la tradizione, ma senza lieto fine. Una storia su quegli anni, d’altronde, non può aver lieto fine. Di Dio mescola personaggi inventati da tradizione letteraria (Prospero evoca il brigatista Gallinari, ma viene da La tempesta di William Shakespeare, ed è pure il protagonista di un’altra sua filiazione: La tempesta di Emilio Tadini), persone realmente esistite (il partigiano Pesce, autore di Senza tregua, uno dei romanzi sulla resistenza più letti in quegli anni) e figure istituzionali, avventure da romanzo popolare, imprese da superuomo di massa, lunarità emiliana e fatti storici. Ma il problema è proprio qui.  La fiaba nera è certo una strada originale per affrontare quegli anni, e questo esperimento di Di Dio merita sicuramente di essere letto. Ma non riesce a penetrare il clima e la complessità dei cosiddetti anni di piombo, da sempre vittima insieme di letture ideologiche e rimozioni.
 Rispetto ad essi, resta per così dire in superficie, raccontando piuttosto una lotta per la giustizia, tra bene e male, in un contesto storico (pur traslato nella favola) dato, non indagato nelle sue cause e nei suoi fenomeni. Anche di questo dovranno parlare Gianluca Di Dio e Valerio Varesi, insieme per presentare «Prospero» giovedì alla Feltrinelli di via Repubblica (ore 18,30).
Prospero - Italic, pag. 190, 16,00

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