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Enigma doloroso e sacro

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«Temere la morte, infatti, non è altro, cittadini, che credere di essere sapiente senza esserlo: è credere di sapere ciò che non si sa, perché nessuno sa se la morte non sia il maggiore di tutti i beni per l’uomo, ma tutti la temono come se sapessero con certezza che è il maggiore di tutti i mali. E non è ignoranza questa, anzi la più biasimevole, credere di sapere ciò che non si sa?». Platone, nei suoi dialoghi filosofici, anticipa il credo nobile della rassegna  «Il rumore del lutto» (www.ilrumoredellutto.com), curata da Maria Angela Gelati e Marco Pipitone, che interesserà la città da sabato  a martedì 2 novembre. Appuntamenti culturali di vario tipo (dalla Pinacoteca Stuard alla Camera di Commercio, dall'auditorium dell'istituto delle Salesiane di San Giovanni Bosco al Teatro del Cerchio, dall'Oratorio Novo della Civica al Cinema D'Azeglio: un incontro sui gruppi di auto-mutuo aiuto, nati per far fronte all’elaborazione del lutto, una mostra d’arte, uno spettacolo teatrale, un film sull'arte di dire addio alla vita, musica e altri incontri) avranno un’unica finalità: riflettere sulla morte, e dunque sulla vita, attraverso uno scambio di esperienze che interessano diversi ambiti.

Tra gli studiosi invitati la storica dell'arte Lucia Miodini, i drammaturghi Loredana Scianna e Mario Mascitelli, i due fondatori dell'associazione Banca della Memoria Valentina Vaio e Lorenzo Fenoglio, il direttore del Dipartimento di Storia dell'Università di Parma Giorgio Vecchio, la neuropsichiatra infantile Annalisa Chiesi, gli attori Adriano Engelbrecht e Franca Tragni.   I giorni dedicati alla commemorazione dei defunti saranno, quindi, celebrati nel più degno dei modi: con la partecipazione e, perché no, con l’allegria dei vivi, che, grazie a diversi stimoli, ricchi di significato, saranno educati al concetto di morte e all’arte del saperla elaborare, metabolizzare, spogliandola da quei tabù che ci accompagno «nudi» e spaventati al momento della dipartita. «Questa quarta edizione di ''Il rumore del lutto'' è dedicata alla luce. Volevamo associare al lutto un concetto, se possibile, positivo e la luce lo è. La luce si trasforma e tutto trasforma» sottolineano la Gelati (tanatologa da tempo impegnata a studiare la morte e il morire sotto più punti di vista) e Pipitone (dj, giornalista musicale e fotografo), che quattro anni fa hanno deciso di dare vita a questa manifestazione, unica in Italia a trattare un tema così complesso che affonda le sue radici in un tempo molto lontano. Sulla storia della morte in Occidente hanno scritto gli storici Philippe Ariès e Michel Vovelle, mentre Jay Winter ha realizzato una preziosa storia culturale del lutto durante e dopo la Prima guerra mondiale, mentre Luc Capdevila e Danièle Voldamn si sono posti l’interrogativo del significato dei morti in guerra per la percezione della morte nella nostra società. Nei diversi volumi, al lettore, si è cercato di fornire una veduta di ampio respiro sul concetto di abbandono della vita, spiegando, anche, come quest’ultimo sia stato affrontato negli ultimi mille anni. Ariès, per fare un esempio, sottolinea come dalla morte «Addomesticata» (nel primo Medioevo il morente era protagonista di una cerimonia finalizzata ad addomesticare la paura del trapasso), si è giunti all’«Eliminazione della morte al giorno d’oggi» (la morte non è altro che un processo che avviene attraverso l’interruzione delle cure). Abbiamo chiesto alla Gelati e a Pipitone la loro opinione in merito alla percezione del  morire ieri e a quella del morire oggi: «Ogni persona - rispondono i due studiosi - può contribuire a ridimensionare il peso di atteggiamenti che rendono problematico l’incontro con il morire e la morte e a diffondere comportamenti costruttivi e aperti. Nella nostra epoca non esiste una cultura della fine della vita che tenga conto del travaglio psicologico, spirituale, etico e relazionale provocato dalla morte e dal lutto, elementi che vengono presi in considerazione solo quando la malattia grave, la perdita di una persona cara o il cordoglio per la sua morte ci toccano personalmente. E’ visibile il cambiamento avvenuto. Fino alla prima metà del Novecento si moriva tra le mura domestiche accompagnati dai propri cari. L’approssimarsi della morte era un evento sacro, sociale che permetteva anche la condivisione di valori e credenze. Tali espressioni di ritualità appaiono sempre meno praticate a volte persino osteggiate e svuotate di senso. Non si tratta più di un evento che coinvolge l’intera comunità; tocca appena il morente, i parenti stretti e gli addetti ai servizi. Ma queste trasformazioni indotte dai bisogni esteriori della nostra società corrispondono davvero ai bisogni interiori e affettivi degli esseri umani?». Heidegger dice che solo nel riconoscere la possibilità della morte l’uomo ritrova il suo essere autentico e comprende se stesso. «La mortalità - spiegano la Gelati e Pipitone - è la condizione esistenziale del genere umano, l’orizzonte del senso, il limite entro il quale può assumere significato e autenticità ogni gesto della vita. Il riconoscere tale possibilità permette di aprirci verso una cultura consapevole di sé». La Gelati e Pipitone sottolineano l’importanza di educare i giovani e la cittadinanza intera al concetto di morte: «Attraverso questo tipo di manifestazioni si contribuisce a diffondere l’idea che della morte e del lutto si può parlare perché con la fuga non si vince la paura. Per affrontare il senso della morte è necessario restituire al linguaggio contemporaneo il senso del morire interessando sia il discorso scientifico sia quello culturale nel coinvolgimento della dimensione psicologica e sociale di ognuno, rispetto al proprio progetto di vita a tempo determinato».
 

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