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Ken Follett, guerre e amori

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di Elissa Piccinini

«Mi hanno paragonato a Umberto Eco? Un parallelo nato dal ''Nome della rosa'', romanzo ambientato nel Medioevo, che ha un lungo pezzo centrale molto descrittivo e noioso. Io invece cerco di evitare di annoiare mortalmente i lettori. A Eco preferisco Dan Brown». Così lo scrittore britannico Ken Follett in un’intervista rilasciata sull'ammiraglia Rai qualche tempo fa in occasione del lancio editoriale italiano della sua ultima fatica, «La caduta dei giganti» (Mondadori, pp. 999, euro 25,00). Il paragone era nato sulla scorta di aderenze d’ambientazione fra il romanzo di Eco e i due pachidermici volumi follettiani «I pilastri della terra» e «Mondo senza fine», le cui azioni si sviluppano sullo sfondo di un Medioevo cupo e oscurantista. Ora, al di là del fatto che ci pare assolutamente eretico impostare un parallelo fra l’opera di un pur brillante romanziere popolare, che è del tutto fuori luogo definire «letterato», e quella di un docente universitario di  immensa e internazionalmente riconosciuta cultura e intelligenza il quale  ha deciso di costruire a tavolino un romanzo che giocasse astutamente con le strutture del genere giallo e i suoi meccanismi, al di là di tutto questo, dunque, vorremmo in primo luogo sgombrare il campo da alcuni possibili equivoci. L’opera di Follett nulla ha a che spartire con Eco, per humus culturale, per consapevolezza intellettuale, per intenti programmatici. Follett è un bravo, bravissimo artigiano, che fa   il mestiere di scrittore di narrativa d’intrattenimento. E ci riesce con estremo successo. I dati di vendita, d’altronde, parlano chiaro: Mister-centoventimilioni-di-copie-vendute-in-tutto-il-mondo al botteghino non sbaglia un colpo. Arrivare però a mettere sullo stesso piano Eco e Dan Brown a tutto scapito del primo è vera follia. Sulla quale non ci soffermiamo neppure, se non per sottolineare (en passant) i numerosi errori storico-concettuali che infarciscono «Il codice» e la sua degna figliolanza «Angeli e demoni». Vendere milioni di copie, lo ribadiamo, significa essere bravi affabulatori, a volte anche solo astuti piaggiatori delle attese del pubblico; e servirsi di un impianto storico, anche ben ricostruito, può denotare un enciclopedismo erudito di grado più o meno elevato, ma non significa certo cultura. Ma per tornare a Follett e al merito del suo ultimo romanzo, è impossibile negare che «La caduta dei giganti» sia opera gradevole, che si legge piacevolmente. È questo, d’altro canto, lo scopo di un romanzo che narrativamente funziona. Follett sa creare le giuste attese; sa dosare pause, ellissi, reticenze; sa annodare fili e sbrogliare matasse. Insomma riesce, a dispetto delle mille pagine di volume, a tenere quasi sempre piuttosto desta l’attenzione del lettore. Il progetto era, d’altro canto, già di per sé prepotentemente ambizioso: «La caduta dei giganti» è infatti solo il primo volume di una trilogia («The Century Trilogy»), che partendo dal 1911 passa per la Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione Russa (ambientazione storica del primo volume che terimina nel '25), la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale (secondo volume) per concludersi con la Guerra Fredda e il Sessantotto (terzo volume). A questo vastissimo arco temporale corrisponde un’altrettanto vasta ambientazione geografica: la trilogia narra infatti la storia di cinque famiglie (una inglese, una gallese, una tedesca, una russa e una americana) le cui vicende s'intrecciano nell’arco di quello che Eric Hobsbawm ebbe a definire «il secolo breve». «È un po' la storia della mia famiglia - ha dichiarato Follett -: mio nonno entrò nell’esercito britannico nel '16, i miei genitori hanno vissuto la seconda guerra mondiale, io la guerra fredda». E ancora: «Volevo raccontare tutto quello che era avvenuto tra l’attentato di Sarajevo e lo scoppio della guerra... ma il romanzo doveva essere incentrato sul destino degli individui coinvolti; questa è la nostra storia». Un’opera enciclopedica, dunque, per la quale Follett ha richiesto la consulenza di ben otto storici, col preciso intento di raccontare le vicende di individui anonimi e marginali fondendole e intrecciandole con quelle dei grandi personaggi storici: la microstoria incontra così la macrostoria, la illumina e la concreta. Ed è allora forse esattamente questo il fascino di questo feuilleton postmoderno, impastato di storia e passioni, di guerre e amori, di vicende minime e massime. Che sono poi gli ingredienti giusti (e certo scaltramente dosati) per soddisfare le esigenze dell’orizzonte d’attesa dei lettori del nuovo millennio. 
La caduta dei giganti
Mondadori, pag. 999, 25,00

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