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Chardin e la poesia degli oggetti

Chardin e la poesia degli oggetti
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Gli oggetti più umili sublimati in suprema poesia: ecco il miracolo di Jean Simeon Chardin (1699-1779), un «ufo» caduto nel teatrale giardino di delizie in cui viveva la nobiltà francese del Settecento tra gioiose pastorelle e incipriati cavalieri, tra sete luccicanti e lo scintillio degli ori, tra composizioni arcadiche in versi e tele con personaggi mitologici immersi in teneri azzurri e pallidi rosa. Chardin, invece, amava riprendere la solidità concreta degli oggetti della modesta quotidianità come brocche e tegami, ma anche frutta, pesci, selvaggina: una pittura allora chiamata «di caccia», poi «natura morta», situata nel gradino più basso della classifica dei generi in cui primeggiava la pittura storica, religiosa e mitologica, basata sulla piacevolezza dell’invenzione e sul virtuosismo del disegno. 
Nato a Parigi in una famiglia benestante - il padre fabbricava biliardi - veniva assecondato nella sua vocazione e entrava nella bottega di Pierre Jacques Cazes «uno dei più abili pittori d’allora» dove imparava a disegnare e studiava la pittura di storia, genere per il quale non si sentiva portato e così iniziava a dipingere nature morte, senza fare il tradizionale viaggio in Italia, e si poneva sul versante opposto degli altri grandi artisti - Antoine Watteau, François Boucher e Jean Honoré Fragonard - che insieme a lui porteranno il Settecento francese a primeggiare in Europa. Quanto sia grande Chardin e quali sottili emozioni poetiche riesca a dare, lo si coglie interamente visitando la sua prima mostra monografica in Italia, che gli viene dedicata a Ferrara a Palazzo dei Diamanti (fino al 30 gennaio), intitolata «Chardin. Il pittore del silenzio» e curata dal suo maggiore studioso, Pierre Rosenberg, per molti anni direttore del Louvre; a fine febbraio si trasferirà a Madrid al Museo del Prado. 
Pur dipingendo opere considerate minori, prese direttamente dal vero e senza invenzioni, la qualità pittorica delle stesse era così alta da farlo accogliere nel 1728 nella prestigiosa Accademia Reale di pittura e scultura con due dipinti di cui «La razza» apre il percorso ferrarese: un quadro che da allora è sempre rimasto esposto al Louvre (da cui arrivano ben dieci delle settanta opere presenti), che è stato copiato da vari artisti (Cézanne, Matisse) e che ha attirato l’interesse di scrittori quali Proust e Diderot. Quest’ultimo è stato un entusiastico estimatore di Chardin al quale ha scritto «quello che mescoli sulla tua tavolozza non è del bianco, del rosso e del nero, ma la sostanza stessa degli oggetti. Penetri con la punta del tuo pennello l’aria e la luce e le fissi sulla tela. Non si capisce niente di questa magia». Una magia che non ha spiegazioni ma che strega, che avvolge nella quiete silenziosa di un rapporto spirituale intenso nella dimensione di una purezza poetica assoluta, diretta, senza intermediazioni, universale. L’esempio più straordinario è dato da quel capolavoro che è il piccolo olio (1734) di una castità morandiana in cui sul piano di un tavolo spicca un lucido paiolo di rame il cui caldo riverbero trova un efficace contrappunto nelle tre bianchissime uova e nella densità tattile del tegame di terracotta controbilanciato dal macinapepe. Questa capacità di fondere gli oggetti nell’impalpabile carezza della luce si ritrova in varie nature morte e anche in scene di genere come «Un giovane scolaro che disegna» presentato al Salon nel 1738 insieme a «La ricamatrice», ripetuta più volte per il successo ottenuto. I soggetti preferiti sono i giovani, donne e uomini, intenti nella loro attività o in passatempi come il Ragazzo che fa le bolle di sapone, la deliziosa «Bambina che gioca col volano». La pennellata col tempo si ammorbidisce, si impasta nella luce accentuando con delicatezza la sensibilità materica come nella Sguattera, nella Governante. 
Molti di questi soggetti venivano tradotti in stampe di larga diffusione tra la borghesia. Al re Luigi XV Chardin donava due capolavori, qui esposti, di un toccante intimismo «La madre laboriosa» e «Il benedicite» grazie ai quali nel 1757 otteneva di poter lavorare e risiedere al Louvre. Era il raggiungimento di un prestigioso traguardo artistico e sociale. 
Altri capolavori assoluti sono il «Mazzo di garofani e tuberose» e «I due conigli con carniere» (1755): i fiori sono dipinti con una tale libertà di pennellata e una vitalità di accenti da anticipare Manet; i conigli morti, fusi in una sobria raffinatezza cromatica, suggeriscono una profonda riflessione sul significato della morte di creature innocenti. Nell’ultimo decennio di vita Chardin veniva colpito da una grave malattia agli occhi che gli impediva di dipingere a olio. 
Usava allora la tecnica del pastello con la quale eseguiva straordinari ritratti di una penetrante intensità psicologica di cui sono esposte due splendide testimonianze «Ritratto di fanciulla» e «Ritratto di ragazzo» (1777) elogiati al Salon per il loro calore e il «tocco libero, sapiente e pieno di effetti». 

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