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Riscoperta la ceramica parmense

Riscoperta la ceramica parmense
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Federica Dall'Asta
La porcellana europea visse il proprio periodo aureo nel XVIII secolo. Specchio del gusto e della moda del tempo, era un manufatto prezioso riservato ad una ristretta élite. Dopo la sua scoperta a Meissen nel 1710, la bella maiolica italiana riuscì a contrastare l’incalzante rivale, rinnovandosi ed evolvendosi. Caratterizzata da una materia sempre più filtrata e leggera, ampliò la gamma cromatica dagli ossidi del "gran fuoco" alle molteplici varianti del "piccolo fuoco" nell’intento di emulare la porcellana e riuscendovi non di rado.
Anche a Parma i duchi Borbone diedero l’avvio a una manifattura specializzata, che fregiarono dell’appellativo di Real Fabbrica della Maiolica. Cristina Campanella ha dedicato sette anni di infaticabile ricerca alla ricostruzione di questa attività artistica ed è riuscita a individuare oltre settanta pezzi inediti fra maioliche e terrecotte di manifattura parmense.
Il frutto di questa ricerca si è ora concretizzato in uno splendido e corposo volume (320 pagine) dal titolo «La Real fabbrica della Maiolica e Vetri e la ceramica nel '700 a Parma».
 Il metodo seguito dalla studiosa milanese, tra le maggiori esperte nel settore, è dichiarato nella Premessa: "L'argomento è stato sviluppato in maniera sistematica per colmare tanto le lacune documentali, quanto l’esiguità del corpus ceramico finora noto".
 Infatti prima delle sue esplorazioni si aveva certezza soltanto di un esemplare con emblema borbonico conservato presso il Museo Civico di Torino, marcato "Fabricha Reale di Parma 1783". Numerose sono le fonti consultate allo scopo di comporre questo difficile puzzle: i fondi archivistici dell’Archivio di Stato di Parma sono ben ventidue; altre sei istituzioni della nostra città, fra biblioteche, archivi e musei, hanno fornito informazioni e materiali; ulteriori undici istituzioni e collezioni private sorgono al di fuori della nostra provincia, lungo la pianura padana da Torino a Rimini. Tutte le fonti, in gran parte inedite e risalenti agli anni dal 1703 al 1811, sono riportate nell’appendice finale del volume, o inframmezzate nel testo e talvolta accompagnate dalla loro riproduzione fotografica.
 La Real Fabbrica operò sotto la protezione ducale in regime di monopolio per circa cinquant'anni in un edificio situato nei pressi della Rocchetta, a fianco del "Ponte Verde", dove più tardi si installò la ditta dei vetrai Bormioli. Avviata nel 1753, dal 1759 agisce con diritto di privativa per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla: ad ottenere l’appalto è il francese Pierre Cartier, al quale si sostituisce già l’anno successivo Nicola Piacentini, detentore dal 1752 della privativa per la fabbricazione di vetri e che condurrà attività congiunta fino all’ottobre del 1781. A tale data lo Stato decide di gestire in proprio la manifattura di maioliche e vetri, affidandone la direzione a Vincenzo Piacentini, secondogenito di Nicola.
 L’introduzione di un sistema di gestione finanziaria statale affidato alla cosiddetta Ferma Mista nel 1785 genera rivendicazioni economiche che causano l’allontanamento di Vincenzo a favore di una nuova conduzione diretta. Dal 1788 l’appalto viene concesso per un novennio a tali Nicola e figli Piazza, ma allo scadere del contratto Vincenzo Piacentini riprenderà la guida della fabbrica fino alla sua morte nel 1807. L’abolizione dei privilegi imposta in tale anno da Napoleone non impedirà ai suoi eredi di proseguirne l’opera, che si concluderà soltanto con la vendita degli stabili a favore dei privati voluta dall’amministrazione francese nel 1811. La famiglia Serventi ne acquisirà la proprietà, che gli eredi cederanno a quella dei Bormioli nel 1854. Verso la fine del secolo la produzione ceramica verrà abbandonata, privilegiando quella vetraria, che troverà una nuova sede alle porte della città, mentre l’antica fabbrica verrà abbattuta e sostituita da edifici residenziali nel 1903.
L'autrice ha voluto ripercorrere l’iter professionale degli artisti e lavoranti attivi presso la manifattura ducale e le altre fornaci cittadine, tra cui la Reale Vaseria e Boccaleria, fornendone un quadro aggiornato e corretto. E così, attraverso l’operosità di questa "stretta cerchia di personaggi", è arrivata all’individuazione di "caratteristiche artistiche di rilievo" nella realizzazione vascolare parmigiana, che "fino ad oggi rivestiva un ruolo marginale nel panorama ceramico italiano". La tenace studiosa ha inoltre scoperto la produzione a Parma di "una notevole produzione di terraglia all’inglese e, a sorpresa, la conferma di un genere prestigioso quale la porcellana", documentati dalla riproduzione integrale di un inedito incartamento che annota minuziosamente l’inventario della Real Fabbrica della Maiolica e Vetri al dicembre 1784. Tutti gli oggetti rintracciati sono descritti nelle loro diversificate tecniche (dalla maiolica decorata a "piccolo fuoco" e "gran fuoco" alla terracotta ingobbiata, dipinta e invetriata) e riprodotti con ottime fotografie nel catalogo che occupa le pagine 135-254, a sua volta preceduto da un’introduzione storica, una rassegna critica delle indagini passate condotte sull'argomento, da saggi che si addentrano su manifatture, protagonisti, artefici, ma anche sui repertori formali e decorativi esibiti dai manufatti.
 Il Settecento è un secolo di grande fervore intellettuale ed accademico, di ricerca pragmatica e di indagine scientifica ed è anche l’epoca in cui esplode un vero e proprio culto per la botanica, tale da superare la pura speculazione scientifica e permeare i costumi e la vita sociale, modificandoli. Esperti del calibro di Ugo Gobbi ed Elisabetta Alpi approfondiscono in un contributo di una decina di pagine il tema dell’illustrazione botanica. Il fiore è, infatti, uno dei motivi decorativi più utilizzati nel '700, che viene definito il Secolo dei Fiori, oltre che Secolo dei Lumi.


 

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