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Enigmi e intrighi: '800

Enigmi e intrighi: '800
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Giuseppe Marchetti

Trent'anni dopo «Il nome della rosa» (Bompiani editore) che sollevò il benefico baccano che tutti ricordiamo, Umberto Eco ci consegna «Il Cimitero di Praga» (sempre Bompiani editore) stringendoci l'occhio per chiederci un'altra buona dose di complicità. Così si comportano i narratori autentici che però non credono fino in fondo a quello che fanno. E davvero questa volta Eco ha messo in campo tutto il proprio mestiere  mistificatorio per prepararci un romanzone grondante grassa storia da ogni lato, risorgimentale si potrebbe dire, dispersivo e confuso, ma pieno di agganci, memorie, diari, caratteri tipografici diversi, storie vere e inventate, colpi di scena, giustificazioni non richieste altre consimili diavolerie. Che peraltro ci aspettavamo fin dal giorno in cui «Baudolino» (era il duemila) ci aveva catturati col suo itinerario di avventure. Eco stesso, un po' sconfortato alla fine delle cinquecento pagine del libro, ammette che «Il Narratore, a dire il vero, ha fatto spesso fatica a raccapezzarsi, ma ritiene che un lettore per bene potrebbe fare a meno di queste sottigliezze e godersi ugualmente la storie». Vediamo allora perché si sia creato questo groviglio. La colpa è tutta di Eco, si capisce, il quale, non contento d'essersi inventato un personaggio  che racconta, Simonino Simonini, falsario di professione e pure falsamente smemorato, viene appaiato con un certo abate Dalla Piccola che gli fa da controcanto, lo corregge, gli insinua altre vicende più o meno credibili, e cerca così di completare le storie che, alla fine poi non ritrovano affatto compimento scivolando (proprio come avviene per le nostre vite) dentro altri avvenimenti e avventure. Eco si finge afflitto da questo meccanismo perverso, ma non dobbiamo credergli. Egli è sceso, semmai, nell'inferno piacevole della scrittura ad ogni costo, e ne ha tratto innumerevoli giustificazioni saldandole ai tempi del Risorgimento italiano, ai massoni, ai «Protocolli di Sion» (è una delle sue ossessioni!), alle fogne di Parigi (Benjamin non c'entra niente) alle messe nere, ai cibi, ai gesuiti e, infine, ai narratori veri che gremiscono queste vicende,  da Dumas a Nievo, sabotato con le carte garibaldine e affondato, da un certo dottor Fröide (sic) ai politici nostri del Risorgimento, La Farina, Cavour, Pio IX, Vittorio Emanuele, Bixio, Garibaldi. Commentando dall'esterno un tale rimescolamento di storia e di invenzione (il famoso “misto” di manzoniana memoria al quale Eco accenna anche in una sua recentissima ed esaltante lettura dei «Promessi sposi») lo scrittore recupera e risemina incessantemente una corale fantasia  di situazioni che sembrano tratte da un diario, ferocemente antisemita ma che invece non altro sono che il pullulare dei fatti desunti dalla memoria prima generosa e fastidiosa e poi traumaticamente  dispersiva di Simonini, controfigura dello stesso Eco diviso tra il godimento di raccontare sino alla forzatura più spudorata al quale chiede un forte impulso anche l'oggi dimenticato Parmenio Bettoli parmigiano, direttore della «Gazzetta di Parma» attorno al decennio 1870-1880 dopo esser stato giornalista al «Corriere della sera» appena nato per volere del Torelli-Viollier. In buona sostanza dunque «Il Cimitero di Praga» si offre al lettore di oggi suggestionato ma anche imbarbarito da un coacervo di storie le più incredibili e autentiche al tempo stesso, come se fosse un altro capitolo  delle famose e famigerate memorie di Cagliostro, oppure l'estrema finzione di quel Cimitero di Praga «dove i cabalisti ebrei erano stati gli ispiratori delle crociate per ridare a Gerusalemme quella dignità di centro del mondo» e dove inoltre «In questa prospettiva, ricordavano i rabbini di Praga come l'Umanesimo, la Rivoluzione francese, la guerra d'indipendenza americana avessero  contribuito a minare i principi  del cristianesimo, preparando la conquista giudaica del mondo». Si faccia molta attenzione al questo passaggio del romanzo, perché è qui che Eco si manifesta dicendo la sua sui famosi «Protocolli» assunti ormai come un romanzo-guida dell'antisemitismo mondiale. Eppure, eroi, scrittori, grassatori, garibaldini, strangolatori di preti e servizi segreti  ovviamente deviati formano un tale gazzabuglio di vicende e di intenzioni (il cuore umano, diceva chi se ne intendeva!) che Eco stesso quasi quasi si ritrae inorridito dalla propria smisurata ambizione di scrittore pensando nostalgicamente alla saggezza di padre Bergamaschi che ha lavorato e faticato «per la gloria del Signore», mentre Simonini spera di «piegare ai miei piedi  tutti i Mordechai di questo mondo che continuano a tramare contro l'intera umanità». Insaziabile come sempre, incontenibile e sfuggente tornando però sempre sui propri passi, anche questa volta Eco ci ha stupito e affascinato. Il suo Simonini, una specie di Pantagruel del Male, è più crudele di ogni altro personaggio vero o falso che sia, e persino il suo odio per Proust «un pederasta venticinquenne autore di scritti fortunatamente inediti», e per Monet «un imbrattatele di cui ho visto un quadro o due dove costui sembra guardare il mondo con occhi cisposi», sono due facce della medesima empietà che circolava allora nel mondo, e ancora oggi vi circola. Forse, è meglio fidarsi di un romanzo e riderci su. Eco è con noi, e noi siamo «Lettori per bene».

Il Cimitero di Praga
Bompiani, pag. 523, €19,50

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