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Tolstoj, epopea dell'umanità in cerca di Dio

Tolstoj, epopea dell'umanità in cerca di Dio
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Giuseppe Marchetti

E'l'alba del 7 novembre 1910. Il conte Lev Tolstoj è appena spirato. Il bollettino del XIX distretto medico registra: «Cognome: Tolstoj. Nome: Lev Nikolaevic. Età: 82 anni. Impiego: Conte. Passeggero: Forestiero. Stazione: Astapovo». Una nota buffa: quel Conte in risposta alla richiesta di impiego. Avrebbe amaramente anche sorriso l'interessato davanti ad una tale definizione. La notizia si sparge per il mondo, mai una morte, così attesa dolorosamente e ansiosamente, dilagò attraverso i mezzi d'informazione. Ce l'assicura uno dei libri più interessanti e documentati che siano usciti in questi ultimi tempi in Italia: «Tolstoj è morto» di Vladimir Pozner (Adelphi editore): un libro che racconta fatti, ne sottolinea le versioni e le contraddizioni, e attraverso articoli, cronache, lettere, dispacci di polizia e bollettini medici, profila l'immensa storia privata e pubblica di quest'uomo che morendo tiene sospeso il mondo; quel mondo che aveva cercato di conoscere, raccontare, smentire o esaltare, maledire o celebrare attraverso un corpus di romanzi, saggi e diari tra i più notevoli dell'umanità. Nella stazioncina di Astapovo dove forzatamente bloccato da da un malore Tolstoj muore, si compie il cammino di uno di quei rari testimoni che in sé assommano il nodo insolubile della creaturalità. Così lo sostiene lo storico della letteratura russa Vittorio Strada in un suo saggio dove scrive: «La vita di Tolstoj fu così geniale, la sua epoca fu così complessa, la sua opera è così immensa che si prova una certa peritanza a sottoporre questo straordinario insieme di grandezze agli strumenti freddi della misurazione e della segmentazione critica». La realtà è proprio questa: Tolstoj ancora oggi a cento anni dalla morte è una pietra d'inciampo, è una testa d'angolo. Anche l'ultima fuga resta un mistero. Perché fuggire? E dove fuggire? Domande che non ebbero allora e che non hanno oggi risposta. Il grande vecchio avvertiva davvero dentro sé stesso la pace e la guerra in continuo e straziante contrasto, eppure tali domande sono utili, necessarie e insostituibili, le sole per mezzo delle quali la vita diventa davvero tale e merita d'essere vissuta. Anche fuggendo e fuggendosi. Italo Mancini parlò addirittura di «una teologia tolstoiana» che avrebbe portato lo scrittore «a contrastare sino ad abbattere l'istituzione ecclesiastica» da una parte; e dall'altra, «a concepire la Chiesa come un tessuto di menzogna, di crudeltà, di inganni». In realtà, poi, l'avventura letteraria, i romanzi, i racconti, gli infiniti appunti di lettura e riflessione sul quotidiano e le lettere, ci testimoniano di quell'altro Tolstoj, di quel maestro che ci parla, attraverso i suoi personaggi, della storia, dei sentimenti e delle emozioni che formano il groviglio esistenziale. E se Dostoevskij aveva definito con immagini irridente Tolstoj «una carriola», l'autore di «Resurrezione» non aveva esitato a definire «Memoria della casa dei morti» uno dei migliori libri di tutta la letteratura moderna «Puskin compreso». Si dirà: lotte  tra giganti. In effetti ci troviamo davanti non solo due modi di pensare spesso diametralmente opposti, ma anche gli esiti concreti di un mondo russo che vede nell'Occidente, al quale ancora non appartiene, il centro motore della crisi che proprio pochi anni dopo la morte di Tolstoj scoppierà nell'orrore, nella devastazione e nella rivoluzione. Non è un caso che sia in «Guerra e pace», sia in «1805», la prima redazione del capolavoro, sia tanto spesso usata nei dialoghi la lingua francese, estrema e non trascurabile traccia di un europeismo convinto e aristocratico che i rivoluzionari degli anni Venti cercarono in tutti i modi di nascondere sino alla famosa definizione di Lenin: «Tolstoj è lo specchio della Rivoluzione russa». In buona sostanza il classico Tolstoj è come Eschilo o Euripide, un mito, mentre «Guerra e pace», «Anna Karenina» col suo dramma d'amore e il suo senso di colpa, e «Morte di Ivan Il'ic» raccontano, oltre le vicende subite o provocate dei singoli, la realtà dei personaggi immersi in sé stessi e in un faticoso processo di mutamento e rinnovamento, di avvicinamento al divino e di continuo timore del peccato per il quale la completa redenzione è molto difficile. In un passo del «Diario» del 1890, lo scrittore appunta: «Vivo è l'uomo che avanza verso il luogo rischiarato da un lume che si muove innanzi a lui, e che non giunge mai alla fine di questo spazio illuminato che, anzi, procede innanzi a lui. L'uomo non è un lago ma un fiume, e per di più un fiume che, a tratti, è prosciugato come nella steppa. Come un fiume ora è largo, ora stretto, ora profondo, ora piatto, ora è solo fango, ora è torbido, ora limpido, ed è tuttavia sempre lo stesso. Così anche l'uomo ora è vicino a Cristo, ora è un porco. E questo dev'essere saputo». Nella piccola stazione di Astapovo cent'anni fa quell'uomo che fuggiva, andando a rintanarsi chissà dove dopo aver abbandonato tutto - e addirittura scomunicato dalla Chiesa - rappresentava non il senso della fuga per sottrarsi al giudizio, bensì la volontà d'incontrare davvero il re del giudizio, il più grande e pietoso Padre.
 

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