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Da Garibaldi a Berlusconi-Fini

Da Garibaldi a Berlusconi-Fini
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Bruno Vespa

Esce oggi il nuovo libro di Bruno Vespa «Il cuore e la spada - Storia politica e romantica dell’Italia Unita» (Mondadori – Rai Eri, 864 pagine, 22,00 euro). 150 anni di storia d’Italia, raccontati attraverso le grandezze e debolezze di uomini e donne che ne sono stati protagonisti. Dal Risorgimento di Cavour, Mazzini e Garibaldi all’ascesa e caduta di Mussolini; dalla  Resistenza alla I Repubblica, con Togliatti, De Gasperi, Moro, Berlinguer, Craxi; dalla discesa in campo del Cavaliere alla resa dei conti finale tra Berlusconi e Fini. Pubblichiamo un’anticipazione dal capitolo «Il traumatico addio tra Berlusconi e Fini».

Un ruolo chiave, nella prospettiva di medio termine della politica italiana, lo ha assunto l’Udc. Fin dalla primavera del 2010, quando il rapporto con Fini si era avviato su una china irreversibile, Berlusconi aveva cercato la sponda di Pier Ferdinando Casini. I due si videro la sera dell’8 luglio 2010 in casa mia per una cena che voleva ricordare i miei cinquant’anni di giornalismo con le persone conosciute nell’arco di un intero percorso professionale, riservando agli amici personali un’altra serata. Ne parlo qui perché qualcuno venne meno alla necessaria riservatezza, e la cosa finì con gran clamore sui giornali. Com’è ormai noto, a quella cena intervennero Berlusconi con la figlia Marina, Casini da solo (la moglie Azzurra era al mare con i bambini), il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, il presidente delle Assicurazioni Generali Cesare Geronzi, Gianni e Maddalena Letta, che portò due delle sue squisite e celebri crostate. Il dono evocava un’altra, storica crostata, preparata il 18 giugno 1997 quando in casa Letta s’incontrarono Berlusconi, Fini accompagnato da Pinuccio Tatarella, Massimo D’Alema e Franco Marini, insieme a quattro esperti, per concordare la riforma costituzionale partorita dalla commissione Bicamerale, presieduta dallo stesso D’Alema. L’accordo di quella sera, che non ebbe esito soprattutto per le resistenze del Pds, fu chiamato «patto della crostata». Le crostate dell’8 luglio 2010 avevano, dunque, un valore simbolico: Maddalena Letta le offriva idealmente a Berlusconi e a Casini per far maturare una nuova alleanza dopo la rottura del 2006. Il leader dell’Udc accolse la sorpresa con notevole sense of humour: tagliò le crostate e ne distribuì le fette ai commensali. Naturalmente, la torta era buonissima, ma il risultato politico fu uguale a zero. Casini declinò l’invito di Berlusconi a entrare nella maggioranza e nell’esecutivo per senso di responsabilità nei confronti del paese, dicendo che l’avrebbe fatto solo se si fosse aperta una crisi di governo. L’obiezione era giusta, ma il Cavaliere non era in grado di accoglierla perché, aprendo una crisi, sapeva come sarebbe cominciata, ma non come sarebbe finita. Il fantasma del governo Dini, infatti, non lo abbandonava. (A scanso di equivoci, questo scambio di opinioni occupò soltanto pochi minuti della conversazione e nessuno degli altri commensali pronunciò una sola sillaba sull’argomento. La stessa vulgata che l’invito a cena non fosse stato deliberatamente esteso a Tremonti – mentre c’era Draghi – era del tutto stravagante). Nei mesi successivi Berlusconi non ha cambiato idea e, quando ne parliamo nell’autunno del 2010, gli ricordo che il passaggio nella maggioranza di una fetta non trascurabile di parlamentari siciliani dell’Udc non è stato certo il viatico migliore per riprendere il discorso con Casini. Questa la risposta del presidente del Consiglio, condita da qualche lacrima di coccodrillo: «I deputati siciliani dell’Udc, che sono persone di grande coerenza, hanno fondato una formazione politica con tanto di atto pubblico e di notaio del tutto autonomamente, per dissenso nei confronti delle posizioni politiche del loro partito. Dopo aver assunto tale decisione avevano chiesto un incontro con me, suscitandomi qualche preoccupazione perché temevo che questo passaggio avrebbe potuto compromettere i nostri rapporti con Pier Ferdinando Casini e con l’Udc, da cui avremmo gradito e gradiremmo un appoggio alla nostra maggioranza e al governo. Mi auguro che l’Udc valuti a fondo questa possibilità nell’interesse del paese». «La campagna acquisti dei nostri deputati» replica Casini durante un nostro incontro di metà ottobre 2010 «è stata più che scorretta, ma io sono indulgente, ci passo sopra e guardo oltre. Il problema di Berlusconi è che non è disposto a concessioni politiche. Il PdL è la casa dei moderati? Lui è succube della Lega e di Tremonti, che arriva a bloccare la legge per la riforma dell’università perché non trova i finanziamenti… Silvio deve capire anche che un nostro eventuale ingresso nella maggioranza non risolverebbe i problemi del governo». Casini è convinto che le preoccupazioni di Berlusconi su un atteggiamento ambiguo del capo dello Stato in caso di crisi di governo per allargare la maggioranza ai centristi siano del tutto infondate, ieri come oggi. E, nonostante tutto, si sente ancora idealmente nel centrodestra: «Sono presidente dell’Internazionale di centro, e quindi è ovvio che, in condizioni normali, starei con il centrodestra. Ma Silvio, con il passare degli anni, ha accentuato l’anomalia berlusconiana. Se tanta gente, pur avendo radici moderate, si è allontanata dal suo albero, se io me ne sto all’opposizione, perdendo tutte le quote di potere che potevo avere, una ragione dovrà pur esserci. Lui avrebbe dovuto accettare di corsa la mia generosa proposta di un governo di responsabilità nazionale. Non lo facevo per dare una mano a Berlusconi, ma all’Italia, che nel frattempo sta andando a rotoli. Il paese è diviso in corporazioni da più di trent’anni e stanno addirittura formandosi sindacati territoriali. È da pazzi parlare con disinvoltura di leghe del Sud. Se il Sud non crede più a una politica nazionale di mediazione, ha già dato la vittoria al Nord a tavolino…». Casini non esclude una ripresa dei rapporti con Berlusconi «se il centrodestra tornerà alla normalità, smettendo di radicalizzarsi in una deriva populista e filoleghista». Riconosce che nel governo ci sono ministri con cui è possibile dialogare, ma li vede in difficoltà rispetto al corso della corrente prevalente. «Anche sui temi della giustizia l’approccio mi pare realistico, confermato dalla nomina di Michele Vietti [Udc] a vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e la conferma di Giulia Bongiorno [amica di Fini] a presidente della commissione Giustizia della Camera. È il momento giusto per fare una riforma che sia coraggiosa, ma non vendicativa. Mi pare sensato parlare di separazione delle funzioni, certo non di assoggettare il pubblico ministero al governo». Ipotesi, peraltro, che nessuno ha avanzato. Sul «terzo polo» è prudente. «Non ho cambiato opinione rispetto al 2008. Non credo che l’unico modo per reagire a quel che fa Berlusconi sia la composizione di un polo contro di lui. La verità è che il bipolarismo è morto. Se ce ne fosse bisogno, lo dimostrerebbero l’uscita di Fini dal PdL e di Rutelli dal Pd. È fallita, soprattutto, l’idea che fossero sufficienti due grandi partiti a risolvere tutti i problemi italiani, senza che, a destra come a sinistra, ci fosse spazio per riflessioni critiche dall’interno». Casini è convinto che il governo debba andare avanti, se ce la fa: «In una fisiologia normale, chi ha vinto le elezioni deve governare, se nessuno gli toglie la fiducia. Ma se Bossi e Berlusconi decidono di fare l’autoribaltone, è evidente che non ci troveranno impreparati». Nel senso che sareste pronti a chiedere al capo dello Stato un nuovo governo? «La costituzione di un governo alternativo, con un’alleanza estesa al Pd, richiede una preparazione importante. Non dovrebbe occuparsi soltanto di legge elettorale, ma anche di provvedimenti economici e finanziari per l’emergenza che stiamo vivendo. Un programma chiaro e limitato, insomma». È possibile con una maggioranza allargata a Fini, Rutelli, Bersani e Di Pietro trovare l’accordo sia sulla legge elettorale sia sui provvedenti economici? «Vedremo, ma intanto non è necessario che a questo governo partecipino i partiti in quanto tali. Occorrono personalità politiche che abbiano un loro identikit particolare, fuori dalla stretta tradizione dei governi ordinari. Tanto per capirci, non penso certo di fare il ministro… ». E nemmeno il presidente del Consiglio… È vero che state pensando a qualcuno come Beppe Pisanu? «Indicare una persona significherebbe bruciarla. A guidare questo eventuale governo occorrerebbe una personalità di prima categoria con un profilo etico inattaccabile». Ma trovare un accordo non sarebbe ugualmente complicato? «Su fisco, lavoro, provvedimenti economici bisognerebbe partire con un accordo blindato. La legge elettorale? Nei seminari di studio, un accordo non si troverà mai. Ma il giorno della crisi ci arriveremmo in dieci minuti. Sempre, tuttavia, se il governo fa l’autoribaltone». In condizioni di normalità, mi dice Casini, «noi balliamo da soli». E se esistesse un disegno politico condiviso… «E se esistesse un disegno politico condiviso, potremmo allearci con Rutelli e anche con Fini, perché ho sempre fatto prevalere le scelte politiche rispetto alle questioni personali. Arrivato a cinquantacinque anni, mi interessa far crescere le mie idee politiche, senza costruire un’alleanza condizionata a una mia eventuale leadership». Il sostegno del Pd alla linea della Fiom, l’organizzazione dei metalmeccanici che rappresenta l’ala oltranzista della Cgil, ha molto raffreddato le ipotesi di alleanza elettorale di Casini con Pierluigi Bersani. «L’incontro con Di Pietro e Vendola» dice il leader dell’Udc «fa parte della sua strategia, non della nostra. E potremmo unirci, come ho già detto, per governare il paese soltanto in una situazione di emergenza.» E conclude: «La gente è stanca della politica e minaccia un assenteismo formidabile in caso di voto ravvicinato. La situazione internazionale richiede ai singoli Stati grande compattezza. Il rimprovero che muovo a Berlusconi è perciò di non aver colto l’occasione che si presentava al suo governo di farsi promotore di una grande solidarietà nazionale, lasciando a maggioranza e opposizione le rispettive responsabilità, ma chiamando i suoi leader e perfino gli ex presidenti del Consiglio intorno a un caminetto per studiare una strategia unitaria. Non sono più i tempi in cui potevi metterti sulla sponda del fiume aspettando di veder passare il corpo del nemico. Il Parlamento ha provato a metterlo al riparo dalle questioni giudiziarie, ma lui ha risposto accentuando le divisioni del paese. Che peccato…».

Il cuore e la spada
Mondadori, pag. 864, € 22,00

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