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Stefania Provinciali

Al centro, il quadro inteso come pittura, dentro, la mano di due artisti italiani di rilievo internazionale, accomunati dall’intensa predilezione per il mezzo pittorico. Sono Mario Schifano e Piero Pizzi Cannella, uniti fino al 30 novembre, in una sintetica mostra alla Galleria d’arte «Il Sipario» di strada Cairoli, che intende creare, attraverso il rapporto visivo diretto, un ponte tra due personalità di spicco della scena artistica romana degli ultimi cinquant'anni. La mostra «Ut pictura» composta da quindici opere di cui sei (quelle della sala principale) di grandi dimensioni trova un primo riferimento nella Scuola di Piazza del Popolo, a Roma.
Sono gli anni Sessanta quando, attorno al Caffè Rosati un gruppo di artisti diversi per creatività ma «uniti dalla comune estrazione sociale e dall’ambizione del lavoro», realizzano le loro opere seguendo un input ideale, che l’arte cioè debba rispondere essenzialmente ai bisogni supremi di libertà dell’essere, portando nel contempo avanti un’esperienza che rimarrà significativa nel panorama dell’arte italiana e che risulterà parallela alle contemporanee sperimentazioni della Pop Art negli Stati Uniti. Del «gruppo» fa parte Schifano. La sua freschezza pittorica, in particolare degli anni Sessanta che va intensificandosi nelle opere più recenti, rivela come l’artista fosse estremamente e idealmente legato alla contemporaneità ma anche come il suo «fare» sia ancor oggi in grado di restituire una esperienza di vita, quella stessa tragica sperimentata personalmente fatta di esperienze forti. Le opere presentate appartengono a momenti diversi, spaziano, infatti, dalla metà degli anni Sessanta ai primissimi anni Novanta ed attraversano la produzione di Schifano segnato dai media e dalla multimedialità, interrotta da alcuni cicli più prettamente «pittorici», in una fase di piena coscienza del ruolo di artista-uomo del proprio tempo. Nel suo agire, Schifano non incontra semplicemente il quadro, ma lo possiede nella totalità fisica e mentale, ed in questo senso la pittura diviene un mezzo per esplorare il mondo, sia che esso si manifesti in un’insegna pubblicitaria, in un cielo stellato o nello schermo onnivoro del televisore. Con Pizzi Cannella ci si sposta decisamente verso una nota di maggiore lirismo, zone di colore che si fanno ambienti simbolici dove lampadari e collane dominano la scena, mentre la gestualità si fa più pacata. Negli anni dominati dalla Transavanguardia teorizzata da Bonito Oliva, la Nuova Scuola Romana di cui Pizzi Cannella è uno degli esponenti più significativi, porta il suo contributo originale al rinnovato interesse per la pittura. Così l’artista, che agli esordi aveva praticato l’area del concettuale, trova nuova espressione in una dilatazione intensa della materia che suggerisce un ritorno all’Informale mescolato col bagaglio iconografico di una Roma dai toni barocchi e un po'cupa. Appartengono a questo percorso espressivo le due grandi opere in mostra volte a riprendere una tematica di forte suggestione visiva.  Emerge una volontà di possedere il reale, aspetto questo che accomuna i due artisti, Schifano e Pizzi Cannella, pur nella diversità del dipingere, ma nell’ottica di una poesia che affronta la pittura come espressione di una realtà mai pienamente posseduta se non attraverso l’espressione artistica come la mostra, vuol sottolineare.

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