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Due civiltà, una sola voce

Due civiltà, una sola voce
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E’ il più europeo degli autori sudamericani: latinidad rinvigorita d’attuale, suggestioni e magie più vicine a una realtà pronta a farsi poesia. Del resto è in questo dilemma la forza di Mario Vargas Llosa. Scrittore sospeso tra due mondi (il suo Perù e la scelta di vivere a Madrid, a Parigi… ora a Londra) e mille parole (giornalista, scrittore, drammaturgo), alla cui opera è stato riconosciuto proprio quest’anno il Nobel per la Letteratura.  Un premio a una voce forte anche per l’essere fuori dal coro, per l’essere pronta a narrare «la rivolta e la sconfitta dell’individuo» (come recita la motivazione). Che sia di un uomo e di un giorno, come di un villaggio, di un popolo, o di una società.  Straordinaria e affascinante, allora, la riproposta fresca di stampa per i tipi di Einaudi, di questo suo «Il narratore ambulante» (224 pag., 11,50 euro). Romanzo intenso, originale e disarmante, che di Vargas Llosa raccoglie intatti i molti umori, i tanti sguardi. Il gioco, innanzitutto, si apre a rimbalzo subito tra i due continenti, con un protagonista in fuga artistica tra le bellezze di Firenze (quasi) immediatamente riportato ai ricordi abbandonati…:  «Ero andato a Firenze per dimenticare un poco il Perù e i peruviani ed ecco che lo sciagurato paese mi ha sbarrato il passo questa mattina nel modo più inatteso – si legge proprio nell’incipit – Furono tre o quattro fotografie da una vetrina a restituirmi, d’improvviso, il sapore della foresta peruviana».  Un sapore caldo e potente. Un’immagine netta e lacerante, che lo porta e ci porta ad attraversare questa storia, tortuosa e antica, primitiva e simbolica come il Rio delle Amazzoni.  Con l’intensità dello scrittore e la schiettezza del giornalista, l’autore sdoppia il racconto procedendo a ritroso proprio da quella foto, e ci regala due voci che si alterneranno un capitolo dopo l’altro nell’incedere del libro. La prima voce è la sua, ed è quella del ricordo: di un amico di università rapito dal fascino della foresta selvaggia – Saul Zuratas detto il Mascarita per la voglia viola scuro stampata su metà faccia – e delle tante vicende, tra Amazzonia ed Europa, sfiorate da quella amicizia. La seconda voce è quella del Tempo, degli Indios, dell’Amazzonia. E’ quella del parlatore: un narratore ambulante che ascolta, insegna, incanta e raccoglie le tribù della foresta, trasformandosi così nella loro identità, nella loro storia, nell’ultima più intima essenza.  Come un aedo (come Omero), come i seanchaì irlandesi – ricordati qui dallo stesso autore – il parlatore ci racconta la vita e il mondo: di un cammino necessario affinchè non cada il sole, di un’ira da sconfiggere «per non turbare le linee parallele dell’universo». Di una realtà (una realtà) intrisa di quella natura misteriosa e selvaggia della quale si nutre; della quale un popolo – nudo, primitivo, sospeso – ha imparato il segreto linguaggio, il necessario rispetto.  «E ricordatevene. Il giorno in cui smetterete di camminare , ve ne andrete per sempre. Portando giù con voi il sole (…) – racconta il parlatore - Si tennero l’indispensabile e cominciarono a camminare. Fu un castigo la marcia attraverso la foresta? Semmai una festa, come andare a pesca o a caccia nella stagione secca».  Un castigo o una «festa» è la vita che queste tribù hanno scelto, aggredita dalla nostra modernità, assai più che dalla crudeltà dei propri luoghi. Per questo anche l’altra voce – quella del protagonista, di Vargas Llosa, del giornalista e autore – intraprende un cammino dentro, un cammino accanto a quella storia. Ricorda le parole dell’amico Mascarita (da sempre strenuo difensore della loro naturalità) e ne insegue le tracce, si chiede se e come sia possibile (e giusto) il modo di vivere di quella gente. Se proteggerne o condannarne la quotidianità (ai nostri occhi così dura e primitiva) sia rispetto o abbandono.  A due passi dalla casa di Dante, tra gli incanti dei capolavori del Rinascimento, quell’immagine, quella foto è lì a chiedergli tutto questo. A stampargli nella mente e nel ricordo una tribù di uomini seminudi, seduti in ascolto di un parlatore. Colui che è la voce e l’anima di una cultura. Che come uno sciamano, uno scrittore o un poeta (un nostro scrittore, un nostro poeta) sa dare un linguaggio all’invisibile. Qualcuno che, in quella stampa rubata, un poco sfuocata e sbiadita, ha la voglia sul viso di un amico perduto. Un uomo che, a ritroso (?), chissà, ha ritrovato se stesso.

Il narratore ambulante
Einaudi, pag. 224, euro 11,50

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