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L'infinito, le illusioni, il nulla

L'infinito, le illusioni, il nulla
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Giuseppe Martini

Era più o meno in questo periodo. Sì, era più o meno fra ottobre e novembre, all’ultimo anno del liceo, quando si affrontavano uno dopo l’altro Foscolo e Leopardi, e i loro problemi con «le illusioni». C'era Foscolo, ci dicevano, che nelle illusioni si rifugiava, e Leopardi che ne faceva strage. Però non era una strage completa, perché in fondo quelle illusioni finivano per mancargli, la vita diventava enormemente vuota senza, e quindi vi si aggrappava, in qualche modo. Tanto che quando si arrivava alla Ginestra, la cruciale ginestra, quasi entrava uno spicchio di sole in quella tragedia. Pareva che in fondo qualcosa di buono in tutte le sue tribolazioni lo avesse trovato, Leopardi, anche se poi mannaggia arrivava il colera a strozzarglielo in gola. Poi all’Università si è fatto i conti con Luporini, con Binni, con Contini, con Timpanaro. Siamo passati attraverso il Leopardi progressista, materialista, razionalista, nichilista, ascetico, combinatorio, ma soprattutto il Leopardi terribilmente complesso, il Leopardi dello Zibaldone che è un’enciclopedia di stimoli intellettuali e, perché no, di attualità preconizzate, il Leopardi modernissimo ma contro il feticismo della modernità, il Leopardi finalmente pensatore anche se non filosofo. Come diceva Sergio Solmi, Leopardi «è, e non è, un filosofo»: così come a scuola ci dicevano che Leopardi distruggeva ma non distruggeva le illusioni. E intanto passava il bicentenario del 1998, la gara per appendere ex voti all’altare di Recanati, gragnuole di saggi, di parole, di concetti. Alla periferia di questo diluvio c'erano gli studi di Mario Andrea Rigoni, che dagli anni Settanta avevano progressivamente scoperto quanto male incollate a Leopardi fossero le etichette di progressismo e razionalismo. Con il risultato di essere emarginato dai custodi della fiaccola progressista leopardiana (anche dopo che la fiaccola venne spenta dagli stessi che l’avevano accesa), se non quando una vistosa polemica sul «Corriere della Sera» rivelò quanto il terreno della critica leopardiana fosse ingombro di macerie. Ora che quegli scritti di Rigoni hanno assunto una posizione meritatamente centrale nella discussione sul pensiero leopardiano non meraviglia che il campo sia stato ripulito, i caduti onorati e il dibattito riordinato e maturato non già banalmente grazie al presunto crollo delle ideologie, ma agli stessi strumenti di verifica testuale e comparata sui quali si era esercitato il lavoro pluridecennale di Rigoni. Può aver giovato a Rigoni, docente di Letteratura Italiana all’Università di Padova, la feconda convinzione della felicità impossibile, del nulla ammantato di bellezza, della possibilità di decifrare l’indecifrabile avvertendone la potenza tremenda, modi che qualche anno fa definimmo platonici, e che lo ricongiungono a Leopardi con la benedizione dell’amico Cioran. Questa consonanza con un modo della filosofia  leopardiana  trova adesso nel bellissimo  «Il pensiero di Leopardi» edito da Aragno quasi una fisionomia di compattezza tentacolare: definire uno spazio, addentrarsi nei meandri del mondo leopardiano e apparentarne le differenze. Nel libro, che conta la ripubblicazione dei saggi leopardiani di Rigoni usciti nel 1982, 1985 e 1997 rispettivamente presso Cleup, Liguori e Bompiani, si aggiungono infatti - prefati da Cioran e postfati da Raoul Bruni - altri studî apparsi su riviste o convegni fra 1991 e 2007, che confermano i contraddittorî e sfumati rapporti di Leopardi con i termini storici dei Lumi, del Romanticismo e della classicità, e quindi tanto l’impossibilità stessa di chiudere la sua figura in formule quanto l’inutilità della discussione su un Leopardi filosofo o non filosofo - in un Paese peraltro che con i proprî filosofi ha dimostrato di avere problemi di relazione quasi sempre emarginandoli, quando non incarcerandoli o bruciandoli. I nuovi interventi rigoniani  dimostrano con le parole di Leopardi la sua modernità indefinibile e la necessità di rinnovarne il vocabolario critico. Quando parla per esempio di Romanticismo leopardiano si riferisce a una sua sorprendente corrispondenza con il romanticismo tedesco, quello di Schelling letto attraverso la De Staël, che lo fece approdare all’immagine della natura non come estensione di parti meccaniche ma come organismo vivo, «bella e terribile» insieme, quindi comprensibile «sentendola», e non analizzandola. Ma in quegli anni in Italia Leopardi era l’unico a pensarla così, ed è evidente che rifiutare l’analisi non significava rifiutare la ragione, ma un modo di usare la ragione. Da qui i parallelismi individuati da Rigoni con Pierre Bayle, da qui il rifiuto leopardiano del «vero» romantico, da qui l’ideale dell’antichità irriproducibile ma intuibile a barlumi come gli permetteva l’arte di Canova, l’ideale di letteratura come unica fonte per la rinascita del senso di patria italiano, persino l’immagine positiva di Achille come unico eroe omerico amabile in quanto non freddo né razionale ma puro eroe della natura. La realtà è che non si sentirà mai il pensiero di Leopardi finché non sarà liberato dalla prigione degli «-ismi». Nella scrittura elegante e limpida di Rigoni quelle catene cominciano per lo meno a sciogliersi offrendo nuovi significati a parole consunte, anche se semplificare le contraddizioni e le complessità del pensiero di Leopardi resterà comunque (e non potrebbe essere altrimenti) una  illusione.
Il pensiero di Leopardi - Aragno,  300 pag.,  15,00

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