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Arte-Cultura

Croce-Ricci, lezione civile

Croce-Ricci, lezione civile
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Sergio Caroli

Da data immemorabile un luogo comune contrabbanda l’idea dell’«Italietta» giolittiana come regno della mediocrità punteggiata da eroi del superuomo, hegeliani per dame e vati della nazione. Quanto sia falsa e ingiusta questa rappresentazione lo prova il «Carteggio Croce-Ricci» a cura di Clotilde Bertoni (pagine VII - CXCVII, 526, euro 75), che esce per i tipi del Mulino sotto l’egida dell’Istituto italiano degli Studi Storici. Critico letterario e critico d’arte d’ispirazione positivistica, Corrado Ricci fu per tutta la vita funzionario statale; organizzò gallerie e musei, tra cui la «Nazionale» di Parma, gli Uffizi a Firenze, riordinò la Pinacoteca di Brera, approdando infine all’Antichità e belle arti, che diresse dal 1906 al 1919.
Per la gran mole di osservazioni, di testi inediti, di note erudite, il carteggio, che va dal 1890 al 1925, si fa spia di una stagione di grande fervore intellettuale e mostra come i rapporti fra l’idealismo e il lascito positivistico offrano sorprese a non finire. Alla professoressa Bertoni, docente di Letterature comparate e Teorie della letteratura all’Università di Palermo, autrice della lunga e dotta introduzione, chiedo quali aspetti - oltre alla ribellione all’ottusità, alla pedanteria, all’erudizione fine a se stessa - accomunino Croce e Ricci. «Anzi tutto - mi risponde - il rispetto delle istituzioni, ma con una differenza di fondo: Croce rimase sempre autonomo su tutti i piani, mai integrato in alcuna istituzione. Ricci fu invece un uomo dentro le istituzioni, ma con una notevole libertà di spirito a fronte delle pastoie burocratiche».
Dal carteggio emergono due diverse nozioni della cultura.
La passione per l’avventura erudita, per la ricerca anche capillare del dato filologico, del reperto storico e artistico li accomunò sempre, ma con una differenza che il carteggio documenta: per Croce l’erudizione, la filologia e la ricerca del dato furono sempre capisaldi del lavoro intellettuale, ma il loro ruolo doveva essere subalterno alla elaborazione filosofica, storica e letteraria. Per Ricci, formatosi alla scuola storica, l’erudizione aveva invece un ruolo determinante.   
La testarda capacità di lavoro di Ricci - leggo nella sua introduzione - «era sostenuta da un’intransigente onestà - palese nel rifiuto di eseguire perizie commerciali, di fare acquisti per sé, e di accettare opere in dono - che lo spingeva a porsi e a porre regole precise; una spregiudicata intransigenza che ogni tanto lo muoveva a trasgredire queste stesse regole e che brilla nell’episodio forse più celebre della sua carriera». Può raccontarlo?
Scoprì una tavola di Jacopo Bellini presso un antiquario fiorentino e gli propose di acquistarla per gli Uffizi. Poco dopo quest’ultimo capì di averla ceduta ad un prezzo troppo basso e chiese un prezzo più alto. Ricci non aveva i soldi immediatamente a disposizione e gli firmò una cambiale. Per questa disinteressata e generosa sventatezza si buscò una commissione d’inchiesta. A questa «atrofia mentale - commentò Ricci - può condurre la burocrazia».
Dal carteggio viene fuori molto bene l’atteggiamento di Croce verso i concorsi universitari e l’accesso alle alte cariche pubbliche. Come caratterizzarlo?
E' di totale indipendenza nella battaglia in difesa della meritocrazia. Croce non cessò mai di battersi contro una serie di dinamiche tipiche di «parentopoli». Un episodio poco noto: nel 1902 ci fu un concorso di estetica. Alla fine la cattedra restò vacante. C'era stato un gioco di raccomandazioni, da Croce denunciato, a favore di Manfredi Porena, genero del famoso Francesco D’Ovidio. La lotta contro il familismo egli la svolgeva in modo assai agguerrito grazie alla libertà di cui godeva. Agli inizi del '900 condusse una virulenta campagna sulla gestione dei musei, di cui era direttore Ettore Pais. Rivendicandola, scrive a Ricci: «Alla fine io sono il solo che parla senza timore». «Ma tu - gli risponde Ricci - sei in una posizione ideale per ingegno e per libertà e puoi infischiartene di tutto e di tutti». 
Croce e Ricci mettono in campo tutto il loro prestigio in difesa della cultura e del patrimonio artistico, ad esempio, per la conservazione del settecentesco Palazzo Casacalenda a Napoli. Non siamo agli antipodi dell’«intellettuale chiuso nella turris eburnea», tesi della «vulgata»?
Proprio così. Questo carteggio contribuisce a provare il grande impegno profuso Croce nell’organizzazione della cultura sul piano istituzionale e politico anche nelle minuzie. Si schierò anche contro una serie di complicità di tipo politico-massonico. C'era a Napoli un’intesa tra i medici che volevano abbattere Palazzo Casacalenda per costruirvi il primo Policlinico. Croce affrontò vittoriosamente una serie sterminata di beghe cartacee. Il carteggio prova anche che cosa significò il suo atteggiamento antifascista. Fu spodestato dell’autorevolezza di cui godeva e dovette vivere emarginato nella ristretta cerchia delle persone che non lo abbandonarono e che lui non allontanò.
Il rapporto fra Croce e Ricci finì a causa del fascismo.
Sì. E’ però giusto dire che finì per volontà di Croce. Ricci aveva aderito al fascismo, ma non per opportunismo. Era interessato alla tutela del patrimonio artistico e archeologico, vide che col fascismo avrebbe potuto continuare ad operare fattivamente. Ma non girò le spalle agli amici e conoscenti che erano su posizioni antifasciste. Fu Croce, molto attento all’assoluta coerenza ideologica e politica, a rompere il rapporto, e nell’ultima lettera, molto toccante, inviata alla vedova di Ricci, scrisse: «Vivevamo molto separati, ma non per ragioni personali».
Carteggio Croce-Ricci - Il Mulino, pag. 526, 75,00

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