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Impressionisti e struggenti

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di Pier Paolo Mendogni

Gli impressionisti sono oggi i pittori più famosi e di maggior richiamo nel mondo ma sono occorsi molti anni per fare accettare la loro arte innovativa che scardinava una tradizione secolare basata sulla bellezza del disegno, lo sfolgorio delle figure, l’armoniosa perfezione dell’insieme che rifletteva il gusto di una società borghese consolidata e rassicurante. L’avere messo in discussione tutto questo ha provocato un duro scontro con il mondo accademico nel quale vi erano artisti di notevole valore che producevano opere assai piacevoli sul piano formale.  Questo aspro confronto o incontro dialettico fra tradizionalisti e innovatori ha avuto come teatro a Parigi nelle seconda metà dell’Ottocento le esposizioni «ufficiali» che annualmente si tenevano al «Salon» dove per diverso tempo i cosiddetti pittori «en plein air» venivano rifiutati. Ma la società in quegli anni stava subendo delle forti trasformazioni per l’affermarsi dell’industrializzazione e così anche le nuove idee sul ruolo della pittura si facevano strada e si giungeva alla prima mostra impressionista tenuta nello studio del fotografo  Nadar nel 1874. Nel frattempo il Salon apriva piano piano le porte agli innovatori mettendo a confronto i tradizionalisti legati alla ricerca del bello ideale, assoluto e rassicurante, e quei giovani pittori che volevano cogliere la realtà in un suo momento particolare e transeunte di movimento e di luce. Oggi questo stimolante confronto  viene raccontato e riproposto in una mostra, composta da un centinaio di opere, ricca di interesse e di immortali protagonisti, organizzata da Marco Goldin a Rimini nelle storiche sale di Castel Sismondo (fino al 27 marzo) dal titolo denso di affascinanti suggestioni «Parigi. Gli anni meravigliosi. Impressionismo contro Salon» (catalogo Linea d’ombra). L'impatto è forte con gli scultorei nudi femminili e maschili che campeggiano in tele di grandi dimensioni. Il «Torso maschile» (1800) di Ingres è un capolavoro di bellezza classica in cui la forza virile, sapientemente evidenziata attraverso il gioco delle luci e delle ombre, è anche indice di solidità interiore, di forza morale. La purezza di una intatta fisicità fa della «Bagnante» di Bouguereau uno spettacolo di levigata plasticità acuito dal contrasto con lo smagliante mantello rosso e dal rigoglioso verdeggiare della fitta vegetazione lacustre. Al perfezionismo congelato di Bouguereau Edouard Manet contrappone nelle sue «Bagnanti sulla Senna» (1864) la carnale vitalità di corpi intrisi di una luce che ne esalta la sensualità calda come quella della natura circostante. Una sensualità che ritroviamo ne «La toilette» (1869) di Bazille con la giovane nuda che accarezza una morbida coperta di folto pelo. Nella ritrattistica la tradizione è magistralmente interpretata dall’Autoritratto (1864) di Ingres con le onorificenze in bellavista e da Bonnat il pittore più richiesto dalla borghesia (Mademoiselle Franchetti); Courbet rompe già gli schemi con il realismo denso della «Filatrice addormentata» ma lo stacco avviene con Fantin Latour (Autoritratto), Degas (Il padre), Cézanne (Victor Choquet), Renoir (Madame Henriot) che concentrano l’attenzione sulla psicologia del personaggio e il suo stretto rapporto cromatico con l’ambiente circostante. La diversità del concetto di ambiente è palese nel confronto tra Millet e Lahermitte con Renoir e Berthe Morisot: i primi due cercano una fusione tonale tra i contadini e la terra su cui lavorano ma la separazione dei due mondi (uomo e campagna) è netta; nei giardini di Renoir e della Morisot, invece, persone, fiori, piante, erbe sono strettamente avvolti nella stessa atmosfera, fanno parte di un unico mondo unito nel calore della luce, nei profumi, nell’intensità vitale.
Un trionfale «Vaso di fiori» dipinto con precisione lenticolare da Jean Banner (1866) coi garofani e papaveri dai colori smaltati campeggia tra altre opere floreali di minori dimensioni che Renoir, Pissarro, Fantin Latour hanno costruito con pennellate libere, impastate di una luminosità che rende la materia di una corposa effervescenza. Il «cesto d’uva» di Monet (1883) è un crogiuolo incandescente di fusione tra luce e colore. La ricchissima (di opere e di artisti) sezione dedicata al paesaggio chiude lo straordinario percorso espositivo. Già Corot (Sentiero che curva) aveva superato il paesaggio storico abbellito con quello naturalistico in cui la campagna viene rappresentata in modo diretto e Courbet («Il giardino dell’abbazia») ne aveva sottolineato con passione la fisica concretezza ma sono gli impressionisti, iniziando da Monet, che dipingono la natura dando al colore e alla luce un ruolo unificante mentre i piccoli vibranti tocchi di pennello creano una situazione in continuo mutamento. Saranno poi Cézanne, Gauguin, Van Gogh - come si può notare nelle loro significative opere esposte - a superare l’impressionismo prendendo strade diverse.
 

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