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Capolavori d'inconscio

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Manuela Bartolotti

Vienna 1900. E’ il titolo della grande mostra (più di 200 opere provenienti dai principali musei del mondo) aperta alla Fondazione Bayeler di Basilea (fino al 16 gennaio 2011) ed è l’incipit per una nuova visione dell’arte che invade ogni aspetto dell’esistenza e che è rivelazione, sotto l’abito sgargiante della vita, delle complessità dell’inconscio. L’arte del '900, quella concepita dai Secessionisti viennesi non è più solo impressione, descrizione, vuoto revival, ma invade ogni aspetto della quotidianità, ricostruisce il mondo, riveste ogni spazio in una sorta di horror vacui colmo di colori, suoni. E’ il variopinto tessuto simbolico del reale, di ridondante sensualità per Klimt, trascrizione d’irrefrenabili moti interiori, di pulsioni carnali per Schiele e Kokoschka, Richard Gerstl, Schönberg. E per tutti l’inevitabile rappresentazione dello spirito del tempo, il cosiddetto Zeitgeist celebrato da Hoffmann e da Olbrich con il motto «al tempo la sua arte, all’arte la sua libertà». Tutto può essere trasformato, tutto si fa ornamento, prigione d’oro e di tessere multicolori, patina rilucente per il mistero del dolore e della bellezza, insieme destinati a crescere, destinati a esistere per sempre. «La profondità bisogna nasconderla. Dove? Alla superficie», scriveva allora il poeta Hoffmansthal. Questa frase paradossale sintetizza la rivoluzione artistica viennese e aiuta a comprenderne la complessità, nella varietà delle espressioni tutte comunque tese alla rivelazione della «nuda veritas». Siamo nello stesso periodo e nella stessa città dove vivono Wittgestein, Musil, Mahler, Freud, Kubin, Schnitzler. Si pensa all’opera d’arte totale rivolta a tutti e che contempli musica, pittura, poesia, teatro, decorazione, tessitura, architettura. In questa selva rutilante di ricchezze dorate fluttua la storia; quando tutto è saturo di sensazioni, ecco apparire la verità senza più belletti e orpelli. Il veleno dei giorni si attorce sugli alberi della vita come il serpente dell’Eden. Dalle Salomè, dalle «femmes fatales» di Klimt, dai suoi paesaggi fioriti quasi ipnotici, nascono le estreme figure erotiche di Schiele, spogliate fin nella più cruda intimità. Già il celebre quadro «Approssimarsi della tempesta» era un avvertimento, lasciava intuire questa profondità celata nella superficie, l’incombente manifestarsi del male, palesato poi dal «Gaze» di Schönberg o dagli autoritratti allucinati di Kokoschka e Gerstl. I paludamenti orientali di Klimt, quell'imperturbabilità emotiva delle sue figure incastonate nell’oro svaniscono per lasciare un’umanità nuda, ripiegata sui suoi istinti, in contorcimenti sessuali e turbamenti inconsci descritti in quegli anni dalla neonata psicoanalisi. Schiele arriva all’ossessione della carne, senza la sensualità sottile, seducente di Klimt, ma con un tratto nervoso ed estremo, dove la lussuria sprofonda in un vizio malato di angoscia, d’insostenibile sentimento di morte, annichilimento della speranza. Anche i suoi paesaggi sono ammutoliti, sfilate di abitazioni silenziose e svuotate, gusci dove le anime sono migrate, scivolate nella corrente del tempo. Il pensiero avvince i ritratti, figure sospese nell’incertezza, in un dubbio latente e costante, lo sguardo perso in un altrove senza risposta. Gerstl e Kokoschka, con le loro pennellate corpose, insistenti, espressioniste, trovano l’approdo della consapevolezza, rimettendosi all’arte che trascina, ma non abbandona mai, come nel «Cavaliere errante». La risposta - e lo comprendono tutti gli intellettuali, gli artisti di questo nuovo secolo - è dentro, nel pennello che costruisce quello che la vita invece va disfacendo. A questo punto, dove tutto è arte, ecco che si finisce con l’abbandonare il decorativismo, si tolgono le sovrabbondanti evoluzioni liberty, per ricomporsi in una funzionalità essenziale. La linea di sedie, tavoli, suppellettili, gioielli si fa semplice ed elegante. E’ la modernità che avanza, il nuovo design di Moser, di Hoffmann. Dove però sempre la profondità è nascosta, tradotta in superficie.

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