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Nei misteri dell'essere

Nei misteri dell'essere
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 di Giuseppe Marchetti

In «Uscite dal mondo» (Adelphi '82) Elémire Zolla  scriveva: «Ho annotato in questo libro fenditure  e varchi via via aperti verso i possibili, non ho  fatto caso alle limitatezze ecclesiali o politiche  che ancora pesino su chi li ha saputi come che sia  aprire o spianare, sono stato ai risultati di fatto  ottenuti». Tra queste fenditure e questi varchi, si  aggira da alcuni anni Roberto Calasso alla scoperta di  quelle saggezze antiche - quasi confinanti col mito, o  miti addirittura - che in lui scrittore e pensatore  moderno, e lettore principe di tutte le letterature, dai  testi Veda a Baudelaire, diventano certezze e  insegnamenti d'eternità. Ecco, dunque, adesso in «L'ardore» contemplato il  mistero dell'essere come già in «La rovina di Kash»  ('83), in «Le nozze di Cadmo e Armonia» ('88) e in  «Ka» del '90, tutti editi, come il nuovo libro, da  Adelphi, secondo una idea di ricerca che parte dal  fascino dell'India vedica per giungere ad un  confronto con il presente dentro e attorno al  groviglio religioso che presuppone sempre «il  sacrificio» come atto di conoscenza e di rivelazione  divina. Roberto Calasso è un affascinante  raccontatore: non vuole accedere al rito del romanzo,  non si ferma al canto del poema, scarta la preghiera  e il testo sacro in sé come decalogo della Legge, ma  riesce tuttavia a farsi strada tra gli infiniti pre-testi  della Mente e della Parola che portano la creatura ad  essere veggente, a crederci e a porsi l'esistenza di un  «prima» che è «manas» e di un «dopo» che è la storia,  la nostra storia fissata nella parola, recitata in essa e  divenuta infine libro e memoria. Nulla di tutto ciò  nella mentalità indiana e orientale, anche se Calasso  introduce la figura del Lògos consacrata all'inizio  del Vangelo di Giovanni. Tuttavia, aggiunge lo  scrittore citando il testo del Chandogya Upanisad:  «La mente invero è più che la parola», osservando poi  che «Lo spartiacque fra Oriente e Occidente, a cui  tanta pensosità è stata dedicata, viene  tracciato in  questo punto. Tutto il resto consegue da quella  divergenza radicale a cui l'India non avrebbe mai  rinunciato, dal Veda al Vedanta». Su tutto il campo -  immenso e pieno di luminose contraddizioni come  avviene per ogni testo sacro e per i suoi profeti -  domina il pensiero dell'immortalità. Ma, scrive  Calasso: «I veggenti vedici erano maestri nell'alzare  sempre la posta, sino a renderla irraggiungibile. Qui  il “rsi” intendeva dimostrare come la conoscenza  esoterica culmina nella piena incertezza». E ci si  trova, quindi, da capo. Solo il sacrificio, cioè l'atto di  devota offerta umana agli dei, può salvare l'uomo  dalla propria «non-verità» che egli impersona in una  iniziale condizione di opacità e informità. Il vasto e  non facile testo de «L'ardore» ci accompagna lungo il  cammino di una tale sconfinata meditazione che non è  praticamente riassumibile. Ma i simboli che Calasso  (e il Veda) usa giungono sino ad una premente  identità moderna: dal Divino a il Tutto, dall'opera  sacra di Prajapati al Soma, dalle regole per  richiamare gli dei, a Siva che incenerisce il  desiderio. Ci troviamo di fronte così il confine che divide la vita  dalla morte, o, meglio, il pensiero della vita da quello  della morte: pensiero che Calasso orienta verso il  modo greco ed egizio inferiori a suo giudizio per l'uso  della Parola e per le immagini che essa suscita. Nel capitolo finale del libro «Antecedenti   conseguenti», Calasso profila il numero e l'intensità  delle esigenze che l'hanno determinato e rivela il  tanto di spirito religioso che anima queste  cinquecento e passa pagine le quali arrivano a  comprendere anche il mistero della «fractio panis» di  Gesù nell'ultima cena. «L'ardore» però non si chiude  qui, è un testo mirabilmente aperto come le leggi nel  Veda. «La tremenda vivezza di quei testi - conclude  Calasso - che pure nulla suffraga dell'esperienza  comune, potrebbe indicare che sussiste qualcosa in  ciò che è dove tutto continua  ad apparire come lo  videro i veggenti vedici. O almeno a nulla somiglia  così tanto come a ciò che i rsi ci hanno tramandato. Ancora una volta «l'ardore» avvampa sotto l'albero  della vita e Agni, il Fuoco, congiunge ancora la terra  e il cielo, il luogo degli uomini e il luogo degli dei.  Ogni tentativo di sintesi - la sintesi cara al pensiero  occidentale - è frustrato, sorpassato e abbandonato,  mentre la lontananza s'avvicina a noi e ci sorpassa  con i suoi simboli, le sue storie e l'infinita  suggestione delle proprie orme segrete. 
L'ardore
 Adelphi, pag. 529,  35,00
 

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