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Le due volte di Guttuso

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Per gentile concessione pubblichiamo un estratto dal testo di Alberto Mattia Martini, intitolato «La mostra di Renato Guttuso a Parma nel 1963-64», comparso nel catalogo: «Guttuso. Passione e Realtà» (ed. Mazzotta) in occasione della mostra in corso, fino all'8 dicembre alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano.
Terminata la Seconda guerra mondiale, in nessun paese come in Italia il dibattito politico-ideologico è così acceso a causa delle contrapposizioni tra il pensiero comunista proveniente dall’Est e quello così detto liberale di matrice nord occidentale. Togliatti seguendo le direttive dell’Unione Sovietica, condanna apertamente le opere informali sulle pagine della rivista Rinascita, definendole «scarabocchi» e quindi schierandosi chiaramente a favore del realismo sociale, che ha il suo maggiore interprete in Renato Guttuso. Dibattiti e contrasti, talora molto accessi sono protagonisti anche a Parma, quando nel 1963 si decide di realizzare l’importante antologica di Renato Guttuso. Polemiche e voci si rincorrono e scontrano nei mesi precedenti alla mostra, coinvolgendo l’intera città; se ne parla e si discute animosamente sia tra la popolazione, sui giornali locali, che nelle sedi preposte alla inderogabile decisione. La discussione sulla mostra proseguirà per diversi mesi, fino ad essere definitivamente approvata, grazie anche alla partecipazione e all’impegno di una parte rilevante della città. Parma proviene da anni, quelli ’30-’40 e in parte i ’50 culturalmente molto floridi, che vedono fiorire iniziative importanti nella letteratura, nella musica, nel teatro, nel cinema e nell’arte. Grazie all’Officina parmigiana - come la definì Pier Paolo Pasolini per indicare quell’intensa attività culturale che circolava intorno ad Attilio Bertolucci - la città ducale si apre al respiro della cultura internazionale, pur senza mai tradire le proprie radici. Poi durante gli anni ’50 avvengono cambiamenti nella vita quotidiana e culturale, mutamenti economici, produttivi e comunicativi per cui la provincia si trova ad essere luogo marginale. «Mi lascerete solo», afferma Mario Colombi Guidotti. La «diaspora parmense», che vede numerosi intellettuali lasciare Parma, è ricca e attiva d’ingegni che conferiscono lustro al nome della città e che mai la dimenticheranno: Cecropino Barilli, Attilio Bertolucci, Alberto Bevilacqua e Renato Marino Mazzacurati si stabilirono a Roma, Atanasio Soldati, Giorgio Cusatelli, Pietro Bianchi e Aldo Borlenghi a Milano, Pier Maria Paoletti a Bologna, Giulio Bollati a Torino. La «diaspora parmense» produce certamente alcuni vuoti intellettuali, che in parte si ripercuoteranno sull’ambiente culturale cittadino e che ne limitarono quello che avrebbe dovuto essere un fisiologico percorso di indagine e sperimentazione. «La mostra di Guttuso è intervenuta, con molto peso, in una situazione culturale di calma persino preoccupante, nella quale ognuno giocava la sua parte con stretta osservanza». Con queste parole Emanuele Pirella descrive il contesto cittadino nel quale è nata la mostra di Guttuso. La realizzazione della rassegna è resa possibile grazie ad un vero è proprio lavoro di squadra, del quale fanno parte tutte le figure che costituiscono il mondo dell’arte: naturalmente l’artista, le istituzioni, il collezionista, il mecenate, il critico, il pubblicitario, l’architetto. Tra i principali artefici vanno citati la Soprintendente alle Gallerie Augusta Ghidiglia Quintavalle, Giuseppe Negri, Arturo Carlo Quintavalle, Enzo Bioli, Franco Russoli, Roberto Tassi, Giovanni Testori, Giovanni Timossi e Antonello Trombadori. Tra i collezionisti che permettono il reperimento e il prestito delle opere vanno certamente ricordati Fiorello Donelli e in particolare Mario Bocchi. Come riporta l’innovativo catalogo della mostra, il ruolo di addetto alla stampa e alla pubblicità è affidato ad Emanuele Pirella, negli anni poi affermatosi come tra i più importanti pubblicitari italiani. All'architetto Guido Canali è assegnato l’allestimento e il recupero degli spazi espositivi. La mostra presieduta da Roberto Longhi comprende centottanta tele e duecentosettanta disegni, che ripercorrono più di trent’anni di attività dell’artista siciliano. Non va dimenticato che sempre durante il 1963, Guttuso realizza anche i bozzetti per le scene e i costumi del Macbeth di Giuseppe Verdi, tenutosi presso il Teatro Regio in onore dello stesso compositore nel centocinquantesimo anniversario della nascita. L’occasione della mostra di Guttuso crea anche l’opportunità di recuperare e restaurare il Salone delle Scuderie in Pilotta e quindi dotare la città di un importante spazio espositivo, ancora oggi utilizzato. Anche se la mostra ebbe un enorme successo sia di critica nazionale ed internazionale, che di pubblico, tanto da essere prorogata di circa un mese e raggiungendo la quota di 23mila visitatori, come abbiamo visto in precedenza, essa non è rimasta esente da critiche. Numerose sono le occasioni di confronto e dibattito, tra cui quella tenutasi al Ridotto del Teatro Regio che vede la partecipazione di Francesco Arcangeli, Luigi Carluccio, Pier Paolo Pasolini e Giovanni Previtali, con Giancarlo Artoni nelle vesti di moderatore. Per la prima volta a Parma con questa mostra si riuscì a coinvolgere una buona porzione delle popolazione. Il successo internazionale della rassegna è pertanto da attribuire sia alla totalità dell’opera di Guttuso, sia al fatto che quell’occasione ha offerto la possibilità di svolgere un’indagine seria e concreta, come scrive Arturo Carlo Quintavalle, sulle pagine della rivista Ametag, motivata da giudizi critici reali, da valutazioni oggettive e non certo dall’approvazione incondizionata e corale di «astute annessioni». Certo non ossessionato dalla ricerca dell’unanime consenso, Renato Guttuso ci lascia in poche parole il vero senso della sua arte: «Io sono fra coloro che cercano la verità: e ciò non può avere fine. Si possono esaurire la vena, l’istinto, abituarsi a concezioni culturali, ma finché si guardano il mondo e gli uomini in un modo nuovo, si può continuare a far conoscere questo mondo e questi uomini. Gli artisti non scoprono nulla: fanno conoscere».

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